come la moda ha emancipato le donne

Il mondo della moda sta abbracciando un nuovo spirito femminista, ma fin dove ci siamo spinti? Da 30 anni una delle critiche più astute dell'industria della moda, Sarah Mower MBE, sente aria di cambiamento.

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nov 30 2015, 11:43am

Mi hanno chiesto di scrivere riguardo alla moda e al femminismo. Una grandissima responsabilità. Il punto di partenza ovvio è lo show prêt-à-porter primavera/estate di Chanel; una manifestazione tra le strade francesi messa in scena da Karl Lagerfeld al Grand Palais. Non voglio iniziare a rimuginare sulle reazioni che si sono susseguite, affonderei in queste discussioni prima ancora di iniziare. Quello che voglio fare è stare al di fuori e guardare le cose da lontano. Tra tutto ciò che è stato detto nel fervore del momento l'unica cosa su cui tutti dovremmo essere d'accordo a prescindere è che Mr Lagerfeld ha puntato l'indice coperto dal suo immancabile guanto di pelle proprio nella giusta direzione culturale.

Finalmente il femminismo è qualcosa di cui si parlerà ancora. È un vasto argomento che è parte di noi e ci ispira, ci fa crescere, ci fa sentire forti, e inadeguate, e in disaccordo e... nonostante tutto questo, ci dà la speranza di poter arrivare da qualche parte. E dove? Ad ogni modo, sono contenta di vivere in un mondo in cui FEMEN e Pussy Riot lottano contro il sessismo, il capitalismo e la corruzione, fino a rischiare di essere picchiate e imprigionate, in cui Beyoncé balla davanti ad un cartello gigante con su scritto 'FEMMINISMO', un mondo in cui Emma Watson fa sentire la sua voce alle Nazioni Uniti e parla di parità dei sessi e diritti umani, in cui Angelina Jolie si batte instancabilmente in prima fila contro lo stupro come crimine di guerra, e in cui Jennifer Lawrence attacca gli hacker con cui ha avuto a che fare e li definisce colpevoli di violenza sessuale.

Amo il fatto che ci siano le SlutWalk, manifestazioni contro la violenza delle donne. Sono colpita dal nuovo movimento a cui hanno preso parte ragazze che sono state violentate, che hanno deciso di non rimanere nell'ombra e di parlare apertamente su tutti i social media di quello che gli è successo. Sono inorridita dal fatto che viviamo in un mondo in cui ci non si parla ancora apertamente di queste violenze e in cui donne e ragazze sono trattate come schiavi. In una nazione in cui i bambini sono sistematicamente sfruttati sessualmente e nessuno è legalmente perseguito per questo. La mutilazione dei genitali femminili è una pratica diffusa in tutto il mondo, anche in Gran Bretagna. E quando inizio a pensare a tutto questo mi sento annientata e inizio a prendermela con me stessa. Mi definisco una femminista? Cosa faccio per cambiare le cose? Non posso fare niente. Inizio a criticarmi pensando di non essere una brava femminista. E poi cambio idea e mi arrabbio con me stessa: perché nella mia testa penso ancora che il 'femminismo' sia un gruppo formato da una giuria di donne che giudicano ed escludono?

Ora sono grande abbastanza per capire che è uno schifo. Da femminista la mia battaglia in prima fila può riguardare solo quello che posso cambiare io nel mio piccolo: il modo in cui penso e agisco nei confronti delle donne che conosco. Posso solo provare ad essere gentile, comprensiva, comportarmi da sorella e da madre, a modo mio. E questo è dannatamente difficile, perché stiamo tutti lottando contro un nemico interno.

Uno degli aspetti assolutamente negativi di cui siamo consapevoli oggi è la critica senza sosta nei confronti delle donne - i nostri look, il nostro peso, la nostra età, il nostro comportamento - il nostro - Dio solo sa - prossimo respiro. Contamina. Ti trascina dentro, fino a che non fai le stesse cose degli altri. E poi nei confronti di te stessa. Richiede uno sforzo emotivo grandissimo, in ogni momento del giorno, per sopprimere quel virus nella nostra testa diffuso tramite internet.

Questo è la mia prefazione lunghissima per spiegare le cose positive che vedo ogni giorno nei miei viaggi nel mondo della moda. Sono parte di questo ambiente da abbastanza tempo da essere capace di vedere le vittorie che ha conseguito un'intera generazione di donne in quest'industria. Nessuno mette più in dubbio il posto di una giovane donna a capo di un brand o una libera professionista, infatti si parla delle loro idee, i loro punti di vista sono premiati e celebrati. Un momento - di solito erano le idee delle donne ad essere messe in discussione, vi sento urlare? Oh sì, ovviamente. Se avete 20 anni è da quando siete nate che tutto questo va avanti.

Quando ho iniziato a lavorare come Fashion Editor per il The Guardian, tra la fine degli anni '80 e gli inizi dei '90, erano poche le donne importanti: Donna Karan a New York, Miuccia Prada e Jil Sander a Milano, Rei Kawakubo a Tokyo (e Parigi) e Vivienne Westwood a Londra. Tutto qui. Le ammiravo dalla testa ai piedi. Da giovane fashion reporter non riuscivo quasi a credere alle mie orecchie quando in studio ho casualmente sentito dei commenti sessisti contro di loro da parte di stilisti uomini. Mentre cercava di spiegarmi quello che stava succedendo, dalla bocca di uno dei critici senior è uscito questo: "Oh cara," ha affermato, lisciandosi la barba. "La differenza tra stilisti e stiliste è quella che le donne creano solo per se stesse." Solo gli uomini possono essere dei 'visionari'. Ehm, cosa?

Oltre questo - che è stato spiegato sotto voce da manager in giacca e cravatta - le donne fanno figli, ecco. È troppo rischioso assumerle. Non riuscirebbero a reggere il ritmo. Che cagata, penso io. Si sentono davvero così spaventati? Beh, vedete come le cose sono cambiate ora! Nel 2015 non solo ci sono ancora le divinità dei tempi passati Miuccia, Rei, Donna e Vivienne, ma il mondo della moda è ora popolato interamente da donne di successo. Si possono trovare dappertutto nomi di donne senza paura, direttrici creative, imprenditrici ed emergenti, con business appena nati. Ancora, ancora e ancora. Stiliamo una lista: Phoebe Philo, Stella McCartney, Sarah Burton, Clare Waight Keller, Roksanda Ilinic, Mary Katrantzou, Simone Rocha, Victoria Beckham, le Olsen per The Row e Luella Bartley e Katie Hillier per Marc by Marc Jacobs.

A Londra, come capo della commissione NEWGEN, osservo come cambia il modo di affermarsi dei nuovi talenti; l'ultima schiera di designer con idee innovative e volontà di realizzarle è formata al 100% da donne: Faustine Steinmetz, Ashley Williams, Claire Barrow, Sadie Williams, Molly Goddard, Marta Jakubowski, Caitlin Price, Sophia Webster. Aggiungi i leader ambiziosi dei propri brand: Hannah Weiland di Shrimps, Samantha McCoach di Le Kilt e Charlie May, ragazze che magari sono state ispirate dalla carriera della brillante Anya Hindmarch. Ha! Le donne che creano solo per se stesse - noi stesse - alla fine non è poi una brutta cosa, no? La paura delle donne, del nostro istinto, del nostro humor, e della nostra abitudine odiosa di avere figli è stata spazzata via dall'industria della moda al giorno d'oggi. Non senza una battaglia dietro le quinte. Chi rappresenta un punto di svolta storico è una donna, una ragazza che ha iniziato come stagista alla Central Saint Martins, che è diventata assistente ed è stata scelta come direttrice di un brand, ha avuto un grandissimo successo e poi, di fatto, ha scelto di prendere una pausa e diventare madre.

Mi riferisco, ovviamente, a Phoebe Philo, una donna abbastanza rivoluzionaria che ha cambiato i suo programmi facendo delle scelte per far capire che può essere creativa solo prendendo in considerazione la sua vita personale e la sua privacy. Mi piace il modo in cui l'ha fatto: portando un'intera generazione con sé, con il suo talento nei tagli femminili da Chloé nel 2000, uscendo dalle luci della ribalta per creare una famiglia, e poi prendendosi il proprio tempo e decidendo di tornare da Céline da donna completamente qualificata con un punto di vista fermamente femminile. Il mondo della moda aveva proprio bisogno di lei.

Phoebe e la sua schiera di stiliste hanno davvero cambiato il mondo delle assunzioni dietro le quinte dell'industria della moda, e stanno portando con loro altre giovani donne. Le male lingue che sparlano nelle aziende sono davvero sorpassate ora. Il talento è talento e solo gli idioti possono pensare sia collegato a questioni di genere.

Le compagnie nel mondo della moda, che siano street o di lusso, sbagliano perché non conoscono le donne e le fasi che attraversano: teenager, giovani donne, donne di mezza età. Sembra ovvio, che dite? È andata male a quelli che non hanno dato una promozione a coloro che sono sensibili all'istinto, sottovalutando la nostra tenacia, il modo in cui comunichiamo tra di noi e pensiamo con la nostra testa. Le cose stanno andando per il verso giusto per le donne in prima linea nel mondo della moda, ogni successo è stato raggiunto con forza, pazienza, testardaggine, pratica, humor e immaginazione. Questo è tutto quello che ho da dire di quello che so dall'alto della mia lunga esperienza; guardo con soddisfazione come le nuove generazioni di ragazze stiano crescendo della moda con una sicurezza che nessuno aveva negli anni '80. Questo è un progresso. Non ha niente a che vedere con il marciare per strada con cartelli femministi. Ma allo stesso tempo, ragazze: missione compiuta.

Sarah Mower MBE è la Contributor Editor di Vogue America, ambasciatrice per Emerging Talent al British Fashion Council e capo della commissione NEWGEN della London Fashion Week.

Crediti


Testo Sarah Mower