è finita l'era dei social media?

Facciamo parte di una cultura ossessionata da like e commenti, ma siamo sicuri che quest'ossessione collettiva per la popolarità non ci sottoponga a una pressione eccessiva? Con la nuova moda della disintossicazione del mondo digitale, ci chiediamo: è...

di Dean Kissick
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02 maggio 2016, 2:55pm

La scorsa estate la giornalista Eileen Curran ha scritto un saggio dal titolo Why We Need To Start Dating Again per il giornale scolastico the Odyssey. Migliaia di condivisioni su Twitter, sopratutto da parte degli account che si rivolgono specificatamente alle giovani donne. "Le visualizzazioni su Snapchat e i like su Instagram sono divenuti un modo accettabile di flirtare," ha scritto. "Un like su Instagram è diventato più comune di un complimento fatto di persona… Penso che dovremmo riscoprire gli appuntamenti. Tutto ciò che è reale, onesto, il 'ti vengo a prendere alle 7'. Invece di mandare video su Snapchat alla persona che ti interessa, perché non le chiedi di uscire?"

Beh, è una bella domanda, ed è solo una delle tante che ci vengono chieste quando si parla della nostra dipendenza dagli smartphone. Provate a googlare "(nome del social media di turno) ha rovinato…" e vedrete come, tra i suggerimenti, vi compariranno una serie di cose che i social network stanno rovinando, con tanto di articoli che ne illustrano il motivo. Twitter ha rovinato il giornalismo. Snapchat ha rovinato le relazioni. Facebook ha rovinato il mondo, la società, la vita stessa. Instagram ha rovinato l'originalità del mondo culinario, internet, la creatività, la stima di noi stessi, la fotografia, la moda e molto altro. Nel 2014 il Telegraph ha pubblicato una notizia secondo la quale i rifugi per animali di tutta la Gran Bretagna pullulerebbero di gatti neri, colpevoli di non essere abbastanza fotogenici per i selfie. Nel frattempo, altre cose sono state dissacrate o addirittura messe in pericolo dal nostro irrinunciabile bisogno di farci selfie di fronte a qualsiasi cosa: dai monumenti commemorativi dell'olocausto, al Tour de France, fino al povero cucciolo di delfino spiaggiato sulla costa argentina.

Nonostante queste piattaforme ci permettano di rimanere connessi gli uni con gli altri e apprendere velocemente ciò che accade nel mondo, paradossalmente ci incoraggiano anche a distanziarci fisicamente dalla vita reale. In questo periodo storico molti di noi vivono completamente alienati dalla realtà. Tutti sono costantemente assorbiti dai loro cellulari, anche in occasioni sociali importanti, anche durante gli appuntamenti. Io ho un serio problema quando si tratta di guardare film di discreta durata o un'intera partita di football. La tentazione di dare un'occhiata al mio smartphone è troppa. È un bisogno così impellente che mi distrae addirittura da altre forme di divertimento e svago. Le nostre vite ormai si riducono al consumo di contenuti. Ogni volta che accade qualcosa di interessante, che si tratti di un concerto rap o un arcobaleno che solca il cielo, in quelle occasioni non si può proprio fare a meno di estrarre il proprio cellulare e iniziare a filmare. Siamo peggiorati sia in termini di rapporti sociali che nel nostro modo di relazionarci alla realtà. Spesso quando accade qualcosa di veramente bello, o incontro qualche celebrità, piuttosto che godermi il momento inizio a preoccuparmi del modo in cui immortalare l'avvenimento per poi condividerlo in un secondo momento. Inizio a pregustare i like che piovono sul mio account. È davvero un casino. Siamo una generazione che sta progressivamente perdendo di vista la realtà e si sta immergendo sempre di più nella logica dei social network, anche quando non li stiamo utilizzando.

È finita l'era dei social media? I social media rendono tutto una competizione. Non ci sorprende affatto che le persone sentano il bisogno di distanziarsene. Dal modo in cui guardiamo le fotografie, al numero di like, amici e follower che accumuliamo, siamo tutti spronati a volere sempre di più, a non accontentarci mai. Eppure sono triste quando vedo decrescere il numero dei miei follower. E chi non lo è? Forse il concetto di popolarità causerà sempre dei problemi, ma la tecnologia non ha fatto altro che accrescere la sua onnipresenza maligna: il fantasma della popolarità oggi ci segue costantemente, ovunque andiamo. Sicuramente si tratta di un qualcosa che crea dipendenza. Una recente ricerca della California State University ha scoperto come la mente di coloro che sentono il costante bisogno di controllare i social network funzioni in modo simile a quella dei tossicodipendenti. Non fingiamo di esserne sorpresi. Conosciamo tutti bene la gioia di quel momento in cui, in vacanza, si riesce a trovare un locale con il wifi libero. Quel sollievo che ti invade quando il tuo smartphone finalmente riprende a funzionare e tu puoi finalmente controllare le varie notifiche. Una scarica di adrenalina come poche.

Visto che i social media potrebbero creare dipendenza, ora è possibile pagare per disintossicarsi dal mondo digitale e passare il weekend in quelle spa dove si è costretti a lasciare il telefono all'entrata. Oppure, più convenientemente, altri passano al metodo fai-da-te, lasciando semplicemente i loro cellulari a casa. I più audaci tra di noi decidono di cancellare direttamente le app dal loro smartphone. Nel mio caso, Facebook, in particolare, per la vastità del suo feed algoritmico, mi costringe a scrollare e scrollare anche se mi accorgo che non mi piace poi così tanto, anche quando sono teso e stanco e voglio solo fermarmi. Poi però penso che, magari, se continuo, troverò qualcosa che mi interesserà, anche se alla fine non accade mai. Il concetto di FOMO (Fear Of Missing Out) era inesistente prima dell'era dei social media, o almeno non veniva pronunciato. Forse aveva un altro nome. Al giorno d'oggi la FOMO, questa paura di perderci qualcosa, ha raggiunto livelli tanto alti che la applichiamo persino agli eventi che troviamo sui social media. E se mi perdessi un post importante? E se non scoprissi il nuovo singolo di quell'artista, o il commento divertente, un altro post a cui mettere like? Siamo dipendenti dalle strutture di queste piattaforme più di quanto lo siamo dei nostri amici che le utilizzano.

Questa è la New Luxury Issue di i-D e uno dei lussi più preziosi al giorno d'oggi è proprio il tempo. Il tempo che i social media risucchiano come se fossero dei veri e propri buchi neri nella nostra quotidianità. È sorprendentemente facile perdere una giornata intera passando da un'app all'altra, senza che accada nulla di davvero rilevante. I millenial sono noti per essere la generazione YOLO (altro termine coniato in rete), ma se davvero You Only Live Once (si vive solo una volta) e il tempo è un bene tanto prezioso, che senso ha perderlo incollati ai cellulari senza fare nulla di concreto? Un sondaggio pubblicato a novembre da Common Sense Media ha rivelato come gli adolescenti americani spendessero fino a nove ore al giorno sui social media per puro divertimento. Ebbene sì, più tempo su Facebook che a dormire. Dobbiamo tornare ad essere padroni del nostro tempo, e con esso della nostra esistenza. Non è proprio questa la filosofia dello YOLO? Stare all'aria aperta, sentire il profumo delle rose, rincorrere le farfalle sotto il sole, innamorarsi? Un articolo pubblicato lo scorso marzo sul Guardian ha riportato che le gravidanze tra gli adolescenti britannici sono più che dimezzate a partire dal 1998 e hanno raggiunto il tasso minimo da quando si è iniziato a stilarne le statistiche. Questo decremento è stato spiegato con l'avvento dei social media. In altri termini, stiamo passando così tanto tempo nel mondo virtuale che praticamente non facciamo più sesso. Le nostre camere da letto sono diventate dei luoghi in cui stiamo sdraiati, al buio, completamente assorbiti da uno schermo. La cosa più esaltante in cui possiamo sperare è una selfie da nudi.

Parlo di selfie da nudi perché in questo periodo in cui è diventato essenziale condividere tutto, nell'era della sorveglianza di massa, la privacy è un altro lusso. Non è divertente essere uno schiavo dei social media, sbandierare la propria vita online in ogni sua sfumatura. Le persone vogliono vedere almeno un po' di dignità e magari anche un pizzico di mistero. Adoro Kanye West, ma quando lo vedo infuriarsi pubblicamente su Twitter, oppure pregare Mark Zuckerberg perché gli dia del denaro, per me è solo un disperato. La trovo una cosa davvero triste. Tutto questo contribuisce a far svanire quell'aurea quasi mistica che Kanye vuole evocare attraverso i propri progetti. Quando guardo il mio feed, non solo mi ritrovo ad essere geloso dei miei amici popolari, ma anche piuttosto annoiato dagli stessi. Tutti sembrano così assetati di attenzioni al giorno d'oggi, è alienante. Distrugge tutto il mistero che ti affascina quando si conosce una persona nuova.

Certamente non c'è nulla di sbagliato nel godersi quel momento di intenso godimento che accompagna ogni nuova notifica, ma è anche importante ricordare che che i social network sono stati creati da delle persone il cui unico scopo è far in modo che le persone ne siano assuefatte. Lo fanno per poter vendere molta pubblicità e quindi guadagnarne il più possibile. Senza dubbio l'incremento della quantità di pubblicità presente sui social media nel corso degli ultimi anni è un altro fatto irritante. Un esempio lampante di questa intrusione è stato lo streaming dell'ultima sfilata di J.W. Anderson su Grindr, che ha causato una vera e propria rivolta tra la comunità gay di Londra. Le persone non vanno su Grindr per fare compere, vanno su Grindr per scopare (o almeno, per provarci).

Sembra proprio che viviamo in un'epoca caratterizzata dalla teatralità e l'artificio. Pensate a Kim Kardashian e al suo counturing. Sembra davvero che stia dipingendo un ritratto sulla propria faccia. Oppure 50 Cent che prende in prestito tutti quegli orologi e macchine costose per le sue foto su Instagram, per poi dover restituire tutto il bottino alla fine giornata perché, in caso non lo sapeste, il rapper è in banca rotta. La politica dei social network ha alterato il modo in cui ci presentiamo e così tanti tra noi non mirano ad altro se non realizzare degli avatar idealizzati di noi stessi che, a dirla tutta, non ci rispecchiano per niente. Anzi, a volte ci costringono a tentare di essere all'altezza di un personaggio che abbiamo creato noi stessi. Il punto è che raramente ci riusciamo. Sembra che siamo arrivati al punto di vedere il mondo attraverso un'ottica prettamente pubblicitaria che ci spinge a vedere il tutto con una certa dose di superficialità, che si tratti del nostro corpo o della nostra stessa esistenza.

Nel passato, la pressione di conformarsi a standard di bellezza tutto fuorché realistici era dovuta principalmente all'influenza della moda, delle industrie d'intrattenimento, della pubblicità. Ora però la causa siamo noi. È vero, le selfie possono elevarci, ma possono anche risultare distruttive. Non è tutto oro quel che luccica.

Dopo essermi lamentato di tutte queste cose, ritengo opportuno sottolineare come i social media in realtà abbiano anche lati positivi e un potenziale pressoché limitato. Lamentarsi della loro esistenza (e di come abbiano lentamente preso in ostaggio le nostre vite) non ha più senso di quanto avrebbe avuto ribellarsi all'invenzione della stampa nella Germania del quindicesimo secolo. I social media dovrebbero aiutarci a dedicarci a ciò che amiamo, invece di diventare ciò che amiamo fare. Se li usassimo meno, forse, avremmo più tempo per concentrarci sulle cose che contano davvero.

Crediti


Testo Dean Kissick

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