Non solo "Squid Game": come il cinema gore sudcoreano denuncia il capitalismo

Studiare costa + Avere successo costa = La classe sociale definisce la portata dei tuoi sogni. Ecco una lista di film e serie tv che riflettono su questo assunto.

di Enea Venegoni
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26 ottobre 2021, 10:17am

Attualmente, la Corea del Nord ha bloccato la distribuzione di Squid Game, serie tv splatter firmata Netflix prodotta dal paese che ha dato i natali all’ultra-cute e ultra-saturato kpop. Il ban era accompagnato da una dichiarazione che definiva la serie uno specchio della “natura bestiale” della società sudcoreana, dove “contano soltanto i soldi.”

Hwang Dong-hyuk, l’ideatore di Squid Game, ha iniziato a scrivere la serie durante uno dei periodi più bui della propria vita, quando faticava a sbarcare il lunario, lasciandosi allo stesso tempo ispirare da manga e anime come Battle Royale e Liar Game, per denunciare l’ulteriore apertura della forbice tra le classi sociali della Corea del Sud in seguito alla crisi finanziaria di fine anni ‘90, che ha eroso la classe media e incrementato la competitività tra gli individui—situazione evidente anche solo nel tessuto cittadino della capitale, paragonando i quartieri poveri della periferia a quelli benestanti del centro, ad esempio Gagnam, denunciato con ironia da PSY nel 2012 col brano kpop Gagnam Style.

Questa situazione sociale, politica ed economica ha fornito lo spunto a diverse opere del grande e del piccolo schermo che denunciano lo stato del paese attraverso la lente, spesso distopica, del cinema gore, thriller e body horror. Scene macabre che ci impartiscono insegnamenti tramite allegorie sanguinolente, sequenze sclerotiche studiate per nauseare e distopie ispirate a realtà attuali meno digeribili di un piatto di kimchi. Per essere la nazione che ha dato i natali a canzoni diabetiche come la Dynamite che ci ha spaccato i timpani nell’estate 2020 per “darci speranza” in pandemia, la Corea del Sud ci ha anche regalato una discreta serie di incubi su pellicola.

4 film gore anticapitalisti che analizzano la società della Corea del Sud

“Parasite”, Bong Joon-ho (2019): l’invalicabile divario sociale della Corea del Sud

Parasite di Bong Joon-ho, il film del 2019 che ha sbaragliato gli Oscar 2020, è una palese denuncia alla struttura della società sudcoreana, veicolata attraverso la storia di una famiglia sul lastrico che riesce a ottenere una serie di posti di lavoro al servizio di una famiglia della Seoul bene, fingendo di non avere legami di parentela e di possedere titoli ed esperienze lavorative. Ma i parassiti del titolo del film non sono i membri della famiglia povera: sono quelli della famiglia ricca, emblema di come il capitale produce altro capitale e di come, per continuare a reiterare il sistema, il capitale deve rimanere in una cerchia ristretta. Parasite, in sostanza, è una decostruzione del sogno che ci è stato venduto di nascere tutt con uguali possibilità di successo (spoiler: non è vero).

“Pietà”, Kim Ki-duk (2012): gli strati subalterni della società sudcoreana

Prima di Parasite Kim Ki-duk, uno dei registi sudcoreani più noti e prolifici al mondo, mostrava le storture della società coreana già decenni fa. Pietà, vincitore del Leone d’Oro a Venezia, spicca nella filmografia del cineasta per la schiettezza con cui rappresenta il destino delle classi sociali più basse, costrette a indebitarsi che per tentare il successo economico o, semplicemente, per sopravvivere. Se in Parasite veniva mostrato anche il contrasto architettonico tra i quartieri benestanti e poveri, in Pietà si rimane costantemente nelle zone più misere, rendendo il film una sorta di catalogo delle miserie umane che denuncia il gioco truccato della scalata sociale: per salire hai bisogno di fondi, ma per ottenere fondi hai bisogno di altri fondi, che di partenza tu non hai.

“Snowpiercer”, Bong Joon-ho (2013): classismo e competitività cannibale

Tratto dalla graphic novel di Jacques Lob, Jean-Marc Rochette e Benjamin Legrand Snowpiercer di Bong Joon-ho è ambientato nel 2031, in un futuro distopico in cui la Terra è piombata in una nuova era glaciale. Le uniche persone sopravvissute vivono su un treno perennemente in movimento, la cui energia proviene da un motore perpetuo che viene venerato dai passeggeri. Il treno è diviso in diversi vagoni quante sono le classi sociali, e quelle più in fondo sono pronte a massacrarsi a vicenda per la conquista della testa del treno. La palese metafora sociale del film si regge sull’assunto della perdita di umanità ed empatia che è parte della competizione del sistema capitalista: il fine giustifica i mezzi.

“Squid Game”, Hwang Dong-hyuk (2021):

Costruito per mostrare il lato oscuro del sogno coreano a tinte pastello che viene venduto tramite stacchetti del kpop, Squid Game racconta di 456 persone che si sfidano in una serie di giochi per bambini, ma se perdi muori. La metafora sociale, anche qui, è palese, e non è un caso che Seoul sia stata recentemente teatro di proteste e scioperi per denunciare le attuali condizioni lavorative, durante i quali i manifestanti indossavano i costumi della serie televisiva Netflix—diventata ufficialmente la più vista di sempre sulla piattaforma di streaming.

Ognuno dei personaggi, infatti, rappresenta una criticità specifica del sistema sudcoreano. Gi-hun, il protagonista, è un ex-ristoratore che ha perso la propria attività, ha divorziato dalla moglie e si vive grazie a una paghetta dalla madre, che puntualmente spende in corse di cavalli. Fuori dalla finzione, lui rappresenta i lavoratori autonomi della Corea del Sud, il 24,6% della forza lavoro del paese, che la pandemia ha messo in ginocchio. L’amico d’infanzia del protagonista, Sang-woo, è l’uomo di successo che dopo essere riuscito a entrare nella più prestigiosa università sudcoreana, perde tutto giocando in borsa e ipoteca l’attività della madre, mentre nasconde la propria condizione—ricordiamo che in Corea del Sud, dopo la crisi del 1997-1998, un enorme numero di persone che avevano perso il lavoro, piuttosto che confessarlo alla famiglia occupavano le presunte ore lavorative facendo scampagnate o corsi di aggiornamento, continuando a indebitarsi pur di mantenere il segreto. La protagonista Sae-byeok rappresenta lo stereotipo dell’immigrata illegale nordcoreana priva di averi, che si dà al furto per sopravvivere. Infine, il personaggio più cute, Ali, ragazzo indiano immigrato in Corea del Sud alla ricerca di un futuro migliore, ma che si ritrova sul lastrico e ai margini di una società che non l’ha accolto.

[attenzione, spoiler sul finale del primo episodio] Ma l’elemento che rende la trama intrigante è che i partecipanti hanno sempre la possibilità di andarsene, dunque il punto è capire cosa spinge queste persone a continuare a giocare, immedesimandosi con loro e ciò che per loro rappresenta la posta in palio di svariati miliardi di won. Quanta libertà di scelta si ha quando le opzioni sono tutto o niente? Squid Game è dunque una metafora ancora più ampia dell’ingiustizia sociale e della disparità nel libero arbitrio a seconda delle tue condizioni di vita.

Crediti

Testo: Enea Venegoni
Immagine: still dal film Squid Game

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