Fotografia di Davide Marchesi

i-D premiere: guarda "America Non C’è", il docu-film che denuncia il razzismo in Italia

Ne abbiamo direttamente con il regista Davide Marchesi e con Freddy, il creativo afroitaliano da cui è nato l'intero progetto.

di Asta Diabatè
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17 marzo 2022, 12:27pm

Fotografia di Davide Marchesi

Risultato di “un percorso di ricerca sulle politiche di immigrazione e integrazione europee e italiane cominciato nel 2015”, America Non C’è di Davide Marchesi è una sorta di figlio del lavoro precedente del regista, 113 / 2018, un documentario che, “partendo dall’approvazione del Decreto Sicurezza, esplora visivamente alcune esperienze comuni, altre più specifiche, legate all’immaginario della migrazione africana in Italia.”

Del nuovo docu-reportage America Non C’è ve ne avevamo già parlato qui, in occasione dell’uscita del trailer lo scorso agosto. E segue le vicende di Freddy, Cobra, Samba, Yaka, Bato, Pascaline, Geneviève, Nesi e Desiré, le cui vicissitudini restituiscono uno spaccato delle esperienze attraverso cui possono passare 3 ragazz3 afrodiscendenti in Italia. “Alla base di entrambi i miti ultimi progetti c’è una necessità di rappresentazione diversa e di un uso dell’immagine mirato, specifico,” ci racconta il regista parlando degli obiettivi e delle urgenze di America Non C’è, nata spontaneamente proprio grazie ai protagonisti stessi del progetto. “È diventato un film su di loro come gruppo, sulla loro amicizia, sullo spazio che hanno trovato e creato, dove non c’è giudizio o discriminazione.”

Così, abbiamo incontrato il regista Davide Marchesi e il protagonista del film, Freddy, per saperne di più su come è nato e si è evoluto il progetto: un ritratto reale, autentico e sincero di cosa significa essere unǝ ragazzǝ nerǝ in Italia, oggi. Qui sotto puoi vedere il trailer del documentario. Se invece vuoi vederlo integralmente in sala, save the date per la premiere: durante 31a edizione del Festival del Cinema Africano, dell'Asia e dell'America Latina a Milano, dal 29 aprile all'8 maggio.

Davide, com’è nato il film? E perché hai deciso di affrontare questo argomento? 
Davide: L’idea del film è nata in seguito alla manifestazione BLM a Milano del 7 giugno 2020 e inizialmente prevedeva una serie di interviste limitate all’esperienza di quell’evento. Avevamo conosciuto Freddy, Samba, Yaka, Cobra e gli altri ragazzi in occasione della produzione di un altro documentario, intitolato 113 / 2018, che parla delle stesse tematiche ma con un approccio molto diverso. Dopo l’omicidio di George Floyd e le proteste delle settimane successive, abbiamo voluto parlare con loro per sapere come stessero attraversando un periodo così complicato. Vedere poi la foto di Freddy fatta da Carlo pubblicata su La Repubblica ci ha spinto a voler raccontare un po’ meglio la sua vita e quella degli altri ragazzi. Sono state le interviste, poi, a definire l’idea del film, perché hanno coinvolto più persone e tematiche e ci hanno dato una varietà di punti di vista ed esperienze bellissime, che ci tenevamo a rappresentare e inserire nel film.

Chi sono i protagonisti? Come li hai incontrati e perché hai scelto proprio loro?
Davide: Ho conosciuto Freddy nella primavera del 2018, durante il periodo di ricerca per 113 / 2018. Freddy fa il modello e all’epoca avevo pensato di coinvolgerlo nel progetto dopo aver visto alcuni suoi scatti e video backstage. Lui si è mostrato molto disponibile e in quel periodo ci ha presentato Cobra, Samba, Yaka, Bato e gli altri ragazzi del gruppo. Già nel 2019 avevamo condotto con loro delle interviste preliminari. Sono stati loro a introdurci a Pascaline, Geneviève, Nesi e Desiré e, già dalla prima volta che ci siamo incontrati tutti e tutte assieme, era evidente l’energia, la naturalezza e l'intimità fra di loro.

freddy manifestazione black lives matter
Fotografia di Carlo Cozzoli

Hai deciso di raccontare la quotidianità e le esperienze di un gruppo di giovani afroitaliani. Cosa sapevi della loro realtà prima di girare questo documentario?
Davide: Con Freddy, Cobra, Samba, Yaka, Siriki e alcuni degli altri ragazzi avevamo già avuto occasione di chiacchierare di razzismo e di come percepiscono la società attorno a loro. Mi era sembrato che la loro esperienza fosse decisamente diversa rispetto ai ragazzi e alle ragazze afrodiscendenti della mia generazione, cresciuti in Italia non molti anni prima, in un contesto in cui però la presenza di giovani di seconda generazione era molto minore. Alcuni dei processi sociali e politici che vengono toccati nelle interviste presenti nel documentario sono molto complessi ed è difficile affrontarli in modo esaustivo in un prodotto di questo tipo. 

In che modo è cambiata la tua prospettiva sul razzismo in Italia e su come giovani afroitaliani vivono l’Italia? 
Davide: Ogni volta che veniamo a contatto con persone, esperienze e stili di vita diversi, la nostra prospettiva si amplia e capiamo un po’ meglio quello che ci circonda. Lavorare a questo progetto mi ha dato la possibilità di riflettere su questo e ogni persona del cast ha offerto la sua prospettiva personale e specifica, sulla base delle loro esperienze individuali. Nella struttura del film, abbiamo cercato di trovare un modo per presentare la dualità gruppo/individuo, mostrando aspetti di entrambe queste dimensioni. Lavorare a un documentario è un processo lungo e spesso non è facile definirne chiaramente un prima e un dopo. Sicuramente mi ha aiutato a sviluppare una comprensione più ampia di cosa significa crescere come persone nere in Italia e mi sembrava importante condividere qualcosa di questo processo.

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Cosa di queste storie ti ha colpito di più? Ho apprezzato molto il fatto che il film abbia dato ai protagonisti lo spazio di raccontare le loro storie, le loro vite, le loro esperienze e di parlare del razzismo senza edulcoranti. Come sei riuscito a creare per loro un safe space in cui raccontarsi in modo così aperto e onesto?
Davide: Quello che mi ha affascinato fin da subito è stata l’atmosfera che si creava fra i ragazzi quando erano insieme. Da parte loro e delle loro famiglie c’è sempre stata grande disponibilità, ci hanno aperto le loro case, aiutato a organizzare riprese nei loro luoghi di lavoro, si sono fidati di noi e da subito ci siamo sentiti parte di un gruppo.

Sono stati loro a regalarci momenti bellissimi e raccontarci momenti difficili della loro esperienza, aprendosi  in modo molto naturale, rispondendo alle nostre domande nei modi in cui loro preferivano approcciarle. Dal canto nostro, abbiamo sempre cercato di assicurarci che il film esistesse e proseguisse solo lungo le direzioni in cui lo volessimo portare tutti insieme. Per me, Alessio, Marcantonio e tutti i ragazzi e le ragazze che hanno lavorato al progetto, dietro la camera, è stato un piacere, un privilegio e un gran divertimento fare questo percorso tutti insieme a tutte le persone coinvolte.

america non c'è documentario italiani seconde generazioni
Fotografia di ANDREA BERTOLOTTI.

Freddy, come hai conosciuto Davide?
Freddy: Ho conosciuto Davide tramite Instagram nel 2019, mi voleva proporre di far parte a un suo progetto personale. Ricordo che quando incontrai lui e il suo gruppo mi trovai subito in sintonia e da lì facemmo il nostro primo lavoro insieme: il documentario 113/2018.

Perché hai deciso di partecipare a questo documentario? 
Freddy: Ho deciso di partecipare a questo documentario in primis perché sono rimasto colpito dal primo lavoro con 113/2018. In secondo luogo perché questo documentario ci ha dato la possibilità, a me e i miei amici, di poter affrontare un argomento che ci sta molto a cuore. Non è sempre stato facile esporre certe esperienze, soprattutto perché così personali e allo stesso tempo delicate da affrontare e da vivere. È stato un onore, una soddisfazione e una gioia poter raccontare le nostre storie, in quanto saranno sicuramente d’aiuto per altre persone afroitaliane in Italia, per poter affrontare la vita e le disuguaglianze in modo consapevole e superiore. Spero fortemente che questo documentario possa anche aprire gli occhi alle persone che invece queste cose non le vivono sulla propria pelle, comprendendo che siamo tutti uguali.

backstage america non c'è documentario afrodiscendenti italiani
Fotografia di MARCANTONIO CORRIERI

Se avessi una bacchetta magica per cambiare le cose per noi afroitaliani in Italia, cosa cambieresti immediatamente?
Freddy: Se avessi una bacchetta magica cambierei sicuramente il fatto che in Italia gli afroitaliani vengono percepiti come persone che non meritano di stare qui o addirittura di non essere all’altezza di ricoprire certi ruoli o mansioni. Vorrei svegliarmi un giorno e vedere un africano che guida l’autobus oppure uno che lavora in banca, che riceve lo stesso rispetto che si dà a una persona italiana. Vorrei semplicemente che fossimo tutti visti con gli stessi occhi, senza pregiudizi stupidi e senza senso.

E per le persone ally della nostra comunità, qual è il modo migliore per fare la loro parte? 
Freddy: Secondo me il modo migliore per far la propria parte è non farsi abbattere da questi muri. Dobbiamo mostrarci per ciò che siamo, dobbiamo trasmettere la nostra gioia, il nostro calore e le nostre tradizioni, prendendo anche posizioni importanti nella comunità, facendo sentire la nostra voce e dimostrando quanto valiamo. Per fare questo bisogna impegnarsi, studiare ma soprattutto credere nelle proprie potenzialità, perché solo così possiamo cambiare idea alla società. Le persone nere non sono solo quelle che spacciano al parchetto, possono anche essere dottori o conduttori in TV.

america non c'è documentario italiani seconde generazioni
Fotografia di MARCANTONIO CORRIERI

Ormai è passato un anno e mezzo dalle manifestazioni BLM del 7 giugno 2020. Secondo te le cose sono cambiate? E se sì, come? 
Freddy: Penso che, come in ogni cosa, per un cambiamento radicale ci voglia del tempo, ma sono anche convinto che la manifestazione abbia acceso nelle persone la voglia di lottare e la speranza di non veder più accadere questo genere di cose.

Se dovessi dare un consiglio a un giovane afroitaliano, quale sarebbe?
Freddy: Il mio consiglio personale per ogni giovane afro italiano è quello di rincorrere i propri sogni, di non farsi buttare giù dalle negatività di questa società, di saper ascoltare i consigli degli altri, avendo sempre ben chiaro quello che si vuole senza farsi influenzare. Dico questo perché anch’io facendo il modello, agli occhi dei miei genitori, è come se non mi stessi impegnando o lavorando sul serio, ma io sono una persona che non vive di rimpianti e che se crede in una cosa va fino in fondo senza farsi bloccare dalle altre persone.

america non c'è documentario italiani seconde generazioni
Fotografia di DAVIDE MARCHESI
america non c'è documentario italiani seconde generazioni
Fotografia di DAVIDE MARCHESI
america non c'è documentario italiani seconde generazioni
Fotografia di DANIEL SUL

Crediti testo

Testo: Asta Diabaté
Editor: Benedetta Pini

Crediti cast

Oudou “Freddy” Gouem
Junior "Cobra" da Silva
Nesi Gomes
King Samba
Yaka Ousmane
Pascaline Malou
Geneviève "Even" Zoury
Desiré Liliane
Siriki "Frank" Ouattara
Augusto "Mascimo" Batougate
Upa Domings
Nicola "Kiki" Quade

Crediti film

Scritto e diretto da: Davide Marchesi
Produttore esecutivo: Alessio Dicandia
Direttore della fotografia: Marcantonio Corrieri
Seconda camera: Giuseppe Onelia e Sarah Pendolino
Audio in presa diretta: Stefano Elli e Riccardo Barbaro 
MUA: Valentina Marzona
Mix voci: Sabbionette Studio
Montaggio: Davide Marchesi e Margherita Freyrie
Montaggio sonoro e colonna sonora originale: Marco Mercuzio Peron a.k.a. Slon
Animazioni grafiche: Daniel Sul
Colorist: Cecilia Barbuti
Una produzione COLOREFILM © 2021

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