"Siamo tagliati fuori dal mondo, ma solo fisicamente"—storia di un fotografo agorafobico

Come cambia la fotografia quando sei chiuso in casa per lunghissimi periodi? Ne abbiamo parlato con un fotografo che vive in questa condizione da oltre 15 anni.

di Benedetta Pini
|
03 aprile 2020, 9:12am

Il termine agorafobia deriva dal greco αγορά (piazza) e φοβία (paura). Etimologicamente significa "timore ossessivo per l'attraversamento di una piazza o di uno spazio aperto, "come recita la Treccani. Il termine oggi si è espanso e rimanda alla più ampia sensazione di paura o grave disagio che prova chi ne è affetto quando si ritrova in ambienti aperti, affollati o non familiari, per la paura di non riuscire a controllare la situazione e di non avere vie di fuga verso luoghi reputati più sicuri.

In molti casi tutto questo si traduce nell'isolamento sociale e nell'impossibilità di uscire di casa anche per lunghi periodi a causa di gravi e frequenti attacchi di panico. Stando a quanto riportato dal Journal of Psychopathology, la percentuale di persone affette da disturbi di ansia gravi, tra cui l'agorafobia, è compresa tra l'1,5 e il 3,5 percento della popolazione mondiale. Questo il numero di persone che ogni giorno hanno difficoltà a muovere un solo passo fuori dalle proprie abitazioni e necessitano di assistenza anche per svolgere mansioni semplici, come fare la spesa.

Da oltre 15 anni il fotografo francese Laurent Castellani soffre di agorafobia, costringendolo ad auto confinarsi in casa per oltre un anno intero. Durante quel periodo ha vissuto in uno stato sospeso tra dimensione onirica e reale, tra spiritualità e concretezza, come in un costante sogno a occhi aperti. Così ha imparato a domare e plasmare la luce per sublimare la bellezza grezza dei suoi soggetti, sviluppando scatti minimalisti e vibranti. Lasciandosi influenzare dall'estetica di David Lynch, Danny Boyle, Jacques Audiard e M. Night Shyamalan, Laurent ha iniziato girando video, per poi passare alla fotografia, affinando la sua tecnica fino ad arrivare al suo primo progetto fotografico, ideato interamente durante il suo periodo di reclusione e scattato non appena è riuscito a uscirne: Mulholland Drive.

Durante queste settimane di isolamento dovute alla pandemia COVID-19 ci siamo ritrovati spesso a pensare al lavoro di Laurent, lui che è abituato da oltre cinque lustri a convivere con quella sensazione di confinamento imposto, assoluto e dal quale è impossibile fuggire.

Storia fotografo agorafobico in isolamento

Quando hai iniziato a soffrire di agorafobia?
Da 15 anni sono spaventato dalle folle e dal sentirmi distante dalla mia terra; il mio disturbo si acuisce quando sono lontano da casa. Non è successo tutto insieme, ma è peggiorato progressivamente, finché mi sono ritrovato a non essere più in grado di uscire di casa. Quando trascorri un anno nella sicurezza di casa tua, la realtà e il sogno iniziano a confondersi e si sovrappongono. Paradossalmente, ho una memoria molto vivida di quel periodo.

Come si trova ispirazione stando chiusi in casa?
Ho studiato molto le immagini di Lynch e Danny Boyle, essere chiusi in casa obbligatoriamente spinge gli individui a rivalutare se stessi e riflettere. L'aspetto psicologico costituisce una parte enorme della riflessione. Mi sono detto che se ne fossi uscito avrei riprodotto le immagini dei registi che mi hanno segnato.

Storia fotografo agorafobico in isolamento

Cos'hai imparato di te, del tuo ambiente, della tua vita, della società e dell'arte durante quel periodo senza uscire di casa?
Che tutto è temporaneo, tu, io, la Terra. Nulla è permanente. Ogni cosa è in costante trasformazione. La consapevolezza di quanto siamo fortunati a vivere su questo meraviglioso pianeta, di che dono meraviglioso abbia l'umanità e del massacro che sta causando con i suoi movimenti e le sue attività. Le persone se ne stanno accorgendo. Proprio adesso che la modernità si è fermata, l'acqua a Venezia è diventata trasparente, il buco dell'ozono si sta richiudendo sull'Antartico, l'aria di Parigi non era così pulita da 40 anni... La società sta inseguendo una chimera e ha perso di vista l'essenziale. Forse è arrivato il momento di ripensare tutto su una nuova scala più umana.

Storia fotografo agorafobico in isolamento

Come ti sei sentito la prima volta che hai varcato la soglia di casa dopo un anno?
È stato strano, non ci credevo. Ho rivisto cose che non vedevo da molto tempo. Mi sentivo in un sogno a occhi aperti. Ho provato un misto di paura e sollievo.

Cosa ti manca di più della vita "normale"?
Ho vissuto per 18 anni sul mare a La Rochelle e sull'Ile de Ré. Ora vivo a Nantes, dove il mare dista 45 minuti di macchina, quindi per me è inaccessibile. Mi manca poter raggiungere il mare.

Storia fotografo agorafobico in isolamento

In questo momento molti fotografi di tutto il mondo sono bloccati in casa. Qual è il tuo suggerimento per loro?
Il mio periodo di isolamento è durato un anno, ma credo che questo durerà meno. Il mio consiglio è di cercare di trarre vantaggio dalla situazione, lasciarsi ispirare e archiviare le idee, così da svilupparle una volta finita. La frustrazione provoca il desiderio, il desiderio il talento, il talento la creatività. Si può fare molto anche in un ambiente ridotto, servono solo luce e immaginazione. Ad esempio, oggi ho scattato via remoto, tramite il mio portatile, una modella che vive a Mosca. È stata un'esperienza unica e incredibile. Non siamo tagliati fuori dal mondo, lo siamo solo fisicamente.

Non solo i fotografi: siamo tutti bloccati a casa. Qual è il tuo suggerimento per trascorrere il tempo in isolamento rimanendo connessi alla vita reale e alle altre persone?
Credo che la risposta dipenda molto da persona a persona: alcune hanno bisogno di una connessione costante con gli altri, ma alcune no. Devi solo capire da che parte stai. Se senti la necessità di comunicare, i social network ti permettono di farlo regolarmente, colmando il vuoto sociale. Credo che il lavoro sia un ottimo alleato, come il riposo e la meditazione. Anche pensare a cosa farai una volta uscito e mettere in discussione le tue abitudini.

Storia fotografo agorafobico in isolamento

In che modo ha influito l'isolamento sulla tua pratica artistica?
L'isolamento e i posti ristretti mi hanno portato progressivamente verso i ritratti, così ho implementato i miei scatti beauty. Quando soffri di agorafobia, l'ambiente non è un tuo alleato. Così, avvicinarmi il più possibile ai soggetti fino a dimenticare dove mi trovo e scattare foto minimaliste è diventato il mio stile. Considero gli scatti outdoor più cinematografici.

Come cambia la pratica fotografica quando non puoi uscire di casa?
L'agorafobia mi impedisce di muovermi, quindi sono le persone a dover venire da me e, se lo fanno, significa che desiderano davvero lavorare con me. Questo è un limite, ma è anche una sorta di selezione naturale. Alla fine, mi piace che sia così.

Storia fotografo agorafobico in isolamento

Raccontaci del tuo progetto fotografico Mulholland Drive.
Tutto è iniziato con l'omonimo film di David Lynch. Quell'atmosfera onirica mi ha ricordato la realtà che stavo vivendo. Sai, quando rimani confinato per così tanto tempo ti chiedi ogni mattina se stai ancora sognando e se ti sveglierai mai. Sogno e realtà si intrecciano e diventano indistinguibili, interscambiabili. Prima ho immagazzinato le idee, poi le ho concretizzate appena ho potuto. Non volevo scattare a casa, e questo progetto è stato uno stimolo per trovare la forza di uscirne. Il film Mulholland Drive parla di due donne, ma per motivi di praticità ho messo in scena una sola protagonista alla volta: ho immortalato donne di notte in ambienti urbani, ricreando un'atmosfera onirica che restituisse ciò che ho vissuto.

Storia fotografo agorafobico in isolamento

Come sceglievi i soggetti?
La maggior parte delle donne che ho fotografato sono di Nantes, le ho fermate per strada o nei negozi. Adesso molti modelli e modelle delle agenzie di Parigi (che dista circa due ore) scelgono di venire da me perché sono rimasti affascinati dal mio progetto. La bellezza è il primo criterio, ma non vale nulla senza la comunicazione, la sensibilità e un certo stato mentale. È l'attitudine che mi attrae: ho bisogno di un mix di bellezza rubata, emozioni, dolcezza e gentilezza.

In che modo la fotografia ti ha aiutato e in che modo i tuoi scatti possono aiutare altre persone?
Scattare fotografie è stata come una terapia per me e continua a esserlo. Ha contribuito alla mia guarigione. E più produco, meglio mi sento, perché mi aiuta a uscire dalla mia condizione, dal mio corpo e dalla mia psiche: mi permette di ancorare alla realtà ciò che ho immaginato durante il mio isolamento. Con le mie foto spero di trasmettere a chi soffre di disturbi come il mio la speranza che un giorno potrà uscirne e realizzare i suoi sogni.

Storia fotografo agorafobico in isolamento

Cosa pensi della situazione di emergenza dovuta al Coronavirus?
Il riscaldamento globale e le crisi sanitarie stanno sollevando le problematiche concrete dovute ai continui spostamenti incentivati dalla globalizzazione, che inquinano e diffondono virus ed epidemie. Penso che con l'avvento della realtà virtuale e l’aggravarsi di queste problematiche le persone saranno portate a muoversi sempre di meno e prestare attenzione all'impatto ambientale delle loro azioni, spostandosi solo quando necessario.

Credi che le tecnologie digitali saranno sempre più centrali nell'arte? Arriveranno davvero a rimpiazzare l'esperienza irl?
Mi è stato chiesto di sviluppare la mia prossima mostra in realtà virtuale e l'ho testata: è stato fantastico. L'ultima sessione che ho scattato in remoto mi ha illuminato sulle infinite possibilità del virtuale. Possiamo già fare praticamente qualsiasi cosa, e più andremo avanti più sarà scontato usare certe tecnologie, soprattutto per proteggere il nostro pianeta. La vita reale rimarrà insostituibile da un punto di vista fisico, ma rimane aperta la questione cognitiva. Perché non usare queste tecnologie per immortalare le meraviglie della natura? O l'amore, per esempio.

Storia fotografo agorafobico in isolamento

Come convivi oggi con l'agorafobia?
Mi aiutano la psicanalisi, la meditazione, il riposo, lo sport e i miei cari. Mia moglie, soprattutto, che mi sta accanto da 14 anni. I social network sono essenziali per comunicare col mondo e implementare le mie percezioni cognitive senza uscire né avere contatti fisici. In certi periodi della mia vita sono riuscito a tornare a l'Ile de Ré o a Bordeaux. In altri ho preso la macchina ogni giorno per cercare di superare le mie paure. È un percorso frastagliato che varia molto nelle diverse fasi della mia vita. È un disturbo dell'ansia con cui convivo ancora oggi e che devo gestire ogni volta che esco di casa, anche per fare cose normali. Nella maggior parte dei casi, quando si tratta di rimanere a Nantes, va tutto bene, anche se spesso è comunque complicato. Spingermi più lontano è praticamente impossibile.

Segui i-D su Instagram e Facebook

Le immagini perfette per combattere l'ansia:

Crediti

Testo di Benedetta Pini
Foto di Laurent Castellani

Tagged:
salute mentale
agorafobia
disturbi mentali
interviste di fotografia
laurent castellani