Fotografia di Koshu Kunii via Unsplash

Trovare dati sul razzismo in Italia è (quasi) impossible. Perché?

Senza fonti affidabili e numeri certi, anche solo pensare di sradicare il razzismo in Italia sarebbe un'utopia.

di Oluboyo Victoria Inioluwa
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22 giugno 2020, 11:18am

Fotografia di Koshu Kunii via Unsplash

Quando si parla di razzismo in Italia, si tende a farlo come se fosse un'emergenza, termine che rimanda per definizione all'idea di "circostanze impreviste, accidentali." Ma è evidente che le cose non stanno così. Al contrario, il razzismo in Italia è sistemico, e si manifesta attraverso azioni quotidiane, normalizzate e a volte inconsce. A essere più preoccupante è proprio la facilità con cui si tende ad abituarsi alla presenza di atti discriminatori e pratiche razziste, accettandole in quanto parti della società stessa su cui "passare sopra."

Secondo le associazioni COSPE e NAGA: "Una difficoltà persistente nel contrasto del razzismo è rappresentata dalla mancanza di dati ed informazioni descrittive, raccolte in modo sistematico e che riguardano tutto il territorio nazionale."

Un processo di legittimazione culturale, politica e sociale incentivato in primis dagli attori pubblici, in particolare istituzionali. È per questo che ora scendiamo in piazza: per dire basta, fare aprire gli occhi ai nostri connazionali e chiedere alle istituzioni di dare il proprio contributo nel cambiare la modalità con cui la società italiana si relaziona con i cittadini di origine straniera e le minoranze.

Per capire l'entità del problema, COSPE e NAGA (Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Stranieri e Nomadi) hanno intervistato 580 cittadini italiani di origine straniera e monitorato i media nell'arco di un mese, così da mettere a confronto il vissuto personale con la rappresentazione della stampa.

Dal report, intitolato La voce degli stranieri e dei media su razzismo e discriminazione, emerge subito una questione emblematica: “Una difficoltà persistente che si frappone alla crescita dell’impegno delle istituzioni e dei singoli nel contrasto del razzismo e delle discriminazioni collegate è rappresentata proprio dalla mancanza di dati ed informazioni descrittive raccolte in modo sistematico e che riguardano tutto il territorio nazionale.”

Avete mai notato che quando in Italia si verificano atti di violenza a sfondo razziale si tende a parlarne come se fossero casi isolati? Eppure, i dati dimostrano tutt'altro: l'odio razzista è una matrice più che frequente.

A queste lacune si somma la deformazione narrativa operata dai media istituzionali, che non si limitano a riportare un fatto, ma tendono a semplificarlo in un'ottica binaria, polarizzata o sensazionalistica, spesso omettendo certi dati--o persino notizie intere--ed enfatizzandone altri, a seconda degli interessi politici in gioco. La conseguenza è il consolidamento e la legittimazione, più o meno inconsciamente, del razzismo sistemico in Italia e dell'ideologia dominante.

Per farvi un esempio concreto, pensate a quante volte i titoli di cronaca pongono l'enfasi sull'appartenenza geografica, etnica o religiosa di chi commette un reato, ma solo nel caso in cui non si tratta di una persona europea e cattolica. Oppure, fate caso alla copertura mediatica sbilanciata sulla base dell'appeal di una notizia, in particolare se di cronaca nera e in cui le accuse ricadono su una persona di origini straniere. E ancora, avete mai notato che quando si verificano atti di violenza a sfondo razziale in Italia si tende a parlarne come di casi isolati? Eppure, i dati dimostrano tutt'altro, peccato che non vengano diffusi come dovrebbero, abbiano una risonanza mediatica ridotta o persino nulla, siano lacunosi e risulti dunque difficile fare una stima reale.

Estendete questo approccio a ogni notizia, anche non necessariamente di ambito penale, e capirete quanto sia dannoso per il dibattito pubblico. La sottile linea che demarca il confine tra atteggiamenti inconsapevoli e intenzioni volontarie è difficile da individuare. Al discorso pubblico influenzato da bias razzisti si aggiunge infatti quella serie di frasi fatte di stampo xenofobo, che si inseriscono nelle nostre conversazioni quotidiane senza rendersi conto delle loro implicazioni ideologiche, che incitano alla violenza e all'astio nei confronti delle minoranze e degli stranieri; e i discorsi di molti personaggi pubblici, appartenenti tanto al mondo dello spettacolo quanto della politica, non fanno eccezione.

A livello legislativo, la legge Turco-Napolitano, i due Decreti Sicurezza e la legge Bossi-Fini non si presentano come normative esplicitamente razziste, perché proprie di ambienti che si considerano formalmente non-discriminatori, ma nei fatti razziste lo sono eccome.

Come emerge dal libro Razzismo. Gli atti, le parole, la propaganda, quello che lega il razzismo istituzionale alle forme di razzismo ordinario è un circolo vizioso: “Moltiplicandosi le espressioni e gli atti d’intolleranza e divenendo routinaria la discriminazione, sancita o legittimata dalle norme, si incrementano le immagini negative delle minoranze, già diffuse nella società e consolidate dai media e viene rafforzata la xenofobia e il razzismo.” La conseguenza è che in Italia il razzismo non solo non viene efficacemente contrastato, ma risulta incentivato anche a livello legislativo. “La tendenza al disconoscimento della popolazione immigrata come parte costitutiva della società italiana ha connotato, e continua a connotare, l’atteggiamento delle istituzioni, della società e dell’opinione pubblica italiane,” continua l'autrice Annamaria Rivera.

Parlare di integrazione e di inclusione è dunque qualcosa di lontano dalla realtà italiana, dato che l’inserimento sociale, se si realizza, si realizza secondo un sistema identificato da Alessandro De Giorgi nel suo libro Zero Tolleranza, chiamato “d’inclusione subordinata." Questo meccanismo mostra i suoi effetti in due modi: con la presenza massiccia di lavoratori di origine straniera nelle fasce marginali e subalterne nel mercato del lavoro; e con la "discriminazione istituzionale e la profilazione come pratiche routinarie, la mancata estensione agli 'extracomunitari' di diritti civili e politici, il fatto che la maggioranza dei figli di persone immigrate o rifugiate, nati in Italia o arrivati da minorenni, non abbia accesso alla nazionalità italiana,” continua l'autore.

A livello legislativo, la legge attualmente in vigore sullo Ius soli, la legge Turco-Napolitano, i due Decreti Sicurezza, la legge Bossi-Fini sono solo alcune normative che non si presentano come esplicitamente razziste, perché proprie di ambienti che si considerano formalmente non-discriminatori, ma nei fatti lo sono. Ma facciamo un po' di ordine e ripercorriamo la storia delle normative italiane in merito all'immigrazione.

"Tra il 2011 e il 2017, la progressione annuale dei residenti stranieri in Italia con permesso di soggiorno conosce prima un rallentamento, poi una battuta d’arresto.”

Tutto è rimasto pressoché immobile fino alla svolta avvenuta tra il 1989 e il 1992: dopo la caduta di Berlino cambiano i flussi migratori e si registrano le prime mobilitazioni di massa antirazziste; un episodio chiave è l’uccisione di Jerry Masslo. Nel 1990 entra in vigore la legge Martelli, mentre iniziano gli sbarchi dall’Albania e si moltiplicano gli arrivi di profughi. Intanto, viene approvata la nuova legge sulla cittadinanza del 1992.

Questo periodo di fermento si arresta nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, con la quale vengono istituiti i Centri di Permanenza Temporanea, ora conosciuti come Centri di Identificazione ed Espulsione, finalizzati alla gestione di tutti gli stranieri "sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile." A questo decreto segue nel 2002 dalle legge Bossi-Fini, che modificò la norma precedente in senso restrittivo: “La legge Turco-Napolitano prevedeva degli ingressi per motivi di lavoro che potessero essere armonizzati con il mercato del lavoro, ma nel corso del tempo sono venuti al pettine i nodi di una legislazione molto rigida. Di fatto sono quasi spariti i canali legali per arrivare in Italia con un permesso di soggiorno per motivi di lavoro o di studio, mentre l’unico canale di regolarizzazione per gli immigrati è diventato l’asilo, oltre al ricongiungimento familiare,” spiega Michele Colucci nel libro Storia dell’immigrazione straniera in Italia.

Infine, nel 2017, il decreto Minniti-Orlando sul contrasto all'immigrazione illegale diventa legge. Soffermiamoci su due punti salienti: l'abolizione del secondo grado di giudizio per richiedenti che hanno fatto ricorso contro un diniego e l'allargamento dei centri per il rimpatrio, motivata dal fatto che gli immigrati ostruivano i tribunali. Ma la legge non dovrebbe essere uguale per tutti?

Secondo il report pubblicato dalla Rete europea contro il razzismo (ENAR), basato sui dati raccolti dall’OCSE, dal 2014 al 2017 l’Italia è passata da 413 a 828 casi di violenza legati alla nazionalità e al colore della pelle.

Per tirare le somme, ricordiamo alcuni passaggi chiave dei due Decreti Sicurezza: l'abolizione del riconoscimento della protezione umanitaria, l'estensione del trattenimento presso CPR (Centri per i Rimpatri), il trattenimento dei richiedenti asilo e degli irregolari ai valichi della frontiera, l'esclusione dal registro anagrafico dei richiedenti asilo, la riforma della cittadinanza in senso restrittivo. Alla luce di questi dati, Collucci conclude che “tra il 2011 e il 2017 la progressione annuale dei residenti stranieri in Italia con permesso di soggiorno conosce prima un rallentamento, poi una battuta d’arresto.”

L'esito di tutto questo sono atti di violenza nei confronti della popolazione straniera in Italia. Secondo il report pubblicato dalla Rete europea contro il razzismo (ENAR), basato sui dati raccolti dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), dal 2014 al 2017 l’Italia è passata da 413 a 828 casi di violenza legati alla nazionalità e al colore della pelle; secondo un andamento crescente di razzismo e xenofobia che non accenna a diminuire.

I problemi che si pongono nell'avanzare delle conclusioni sono due, e correlati: ancora una volta, la mancanza di dati disponibili e di fonti diversificate, e la reticenza delle persone straniere o appartenenti a minoranze a denunciare le violenze che subiscono, principalmente per il timore di non essere creduti, che il fatto venga minimizzato o per la paura di subire ritorsioni o minacce.

È il momento di scendere in piazza e combattere, di istruirsi e, soprattutto, informare, raccogliere dati, divulgare portali affidabili e fonti autorevoli. Solo così potremo invertire la rotta.

La manipolazione e il silenzio che vigono in Italia in merito al razzismo sono strumenti potentissimi per legittimare, consolidare e incentivare l'ideologia xenofoba dominante, e quanto più sono subdoli, tanto più sono pericolosi. Con questo articolo non vogliamo solo denunciare questa situazione, ma anche lanciare un invito all'azione: è il momento di scendere in piazza e combattere, di istruirsi e, soprattutto, di informare, di raccogliere dati, di divulgare portali affidabili, fonti autorevoli. Solo così potremo invertire la rotta. Ed è ora più urgente che mai.

Crediti

Testo di Oluboyo Victoria Inioluwa
Immagine in copertina di Koshu Kunii via Unsplash

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