Storia del Kajal, cosmetico tanto enigmatico quanto immortale

Dall'antico Egitto a Michèle Lamy​, per quale motivo continuiamo a bistrare i nostri occhi di nero?

di Greta Giannone
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22 maggio 2020, 7:23am

Beauty i-Dentity è la rubrica in cui la make-up artist Greta Giannone racconta ai lettori di i-D Italy la storia del trucco e il costume. Ogni articolo analizza l'evoluzione di un determinato prodotto del settore beauty, ripercorrendone le varie tappe salienti a partire dalla sua nascita fino a oggi, facendo magari anche qualche supposizione sui futuri impieghi. L'obiettivo è tracciare le modalità dell'apparire con cui l'essere umano esprime la propria creatività e personalità attraverso l'estetica.


Ci sono gesti che fanno parte dei nostri rituali quotidiani, che compiamo in modo inconsapevole, senza porci troppe domande sulla loro origine o sul modo in cui li abbiamo assorbiti nella nostra cultura. Le pratiche estetiche per valorizzare il proprio corpo rientrano in questi costumi, in quanto strettamente interconnesse al contesto storico e sociale in cui nascono e da cui vengono poi assimilate.

In questo senso, è interessante ripercorrere la storia culturale del Kajal—che già dal nome dovrebbe darci qualche indizio sulle sue origini, lontane da noi nello spazio, ma anche nel tempo. Ora, fermiamoci un attimo a riflettere: quand'è che abbiamo iniziato ad applicare del colore nero sui nostri occhi per intensificare lo sguardo? E per quale motivo continuiamo a farlo ancora oggi?

Questa usanza ha origine nella cultura indiana, che associa la cura estetica a una serie di gesti finalizzati ad appagare i sensi. Nella poesia tradizionale indiana, ad esempio, le figure retoriche vengono definite Alamkara, che in senso lato significa adornare, decorare, ma il significato letterale del termine è invece quello di compiere, fare abbastanza. Perché, in questa cultura, senza ornamenti nulla appare realmente concluso.

Per questa necessità estetica di opulenza, il trucco ha sempre ricoperto nella società indiana un ruolo molto importante, rigorosamente accompagnato a sfarzosi gioielli. Ed è proprio ripercorrendo la storia del costume di questo paese, attraverso documenti, scritti e immagini, che si incontra continuamente l'Anjana, più conosciuto oggi come Khol o Kajal, che si differenziano tra loro prevalentemente per intensità della resa e consistenza.

Scavando più a fondo, si scopre che la stessa parola Khol o Kajal ha origini antichissime, che risalgono all’antico Egitto, dove il belletto per gli occhi e l’uso che ne facevano sia uomini che donne marcava la loro stessa esistenza. Decisamente, non si trattava di un mero accessorio. Per dimostrarlo basta ricostruire l'etimologia del nome delle tavolette di pietra adibite alla macinazione delle varie sostanze che lo compongono. Il termine deriva da un verbo che significa proteggere, e ci fa riflettere su un cambio di prospettiva: in origine le pitture oculari venivano create e impiegate principalmente a scopi medicinali e di prevenzione contro le malattie degli occhi.

Gli ingredienti minerali per la preparazione del Khol erano infatti selezionati proprio a per questa finalità: si trattava di elementi per lo più a base di galena, ossia solfuro di piombo naturale, una sostanza che effettivamente contribuiva a curare un'infezione della congiuntiva di cui all'epoca soffriva gran parte del paese; e anche il colore scuro della galena non era dovuto solo a una scelta estetica, ma aiutava ad attenuare il riverbero del sole e proteggere gli occhi.

Nel corso del tempo, il prodotto utilizzato per rendere neri gli occhi prende anche il nome di Bistro, a indicare il trucco a base di ceneri, fuliggine o polveri di antimonio. La preparazione della sostanza avviene impastando questa sottile polvere nera insieme una soluzione acquosa di gomma--probabilmente arabica. Per applicarlo sugli occhi si faceva uso di un’asticciola di osso, legno o avorio, di cui sono stati trovati vari esemplari in antiche tombe egizie. È in questa fase che, a poco a poco, la sostanza passa da prodotto medicinale a prodotto cosmetico ed estetico in tutto e per tutto, utilizzato al solo fine di valorizzare il viso di chi lo applica.

Questo è solo l'inizio per il Khol egiziano, che si diffonde velocemente anche nell’Antica Grecia, dove viene usato per un trucco relativamente moderato degli occhi. In questa civiltà, le donne marcano la linea degli occhi con un sottilissimo pennello e tingono anche ciglia e palpebre con polvere di antimonio, chiamata Calliblefaron. In alternativa, alcune utilizzano la fuliggine per colorare o aumentare lo spessore delle sopracciglia, mentre altre ancora ricorrono all'applicazione di peli di capra tinti attraverso resine vegetali.

E dal mondo ellenico il passo ai romani è brevissimo, anche se vi prepariamo a una delusione: non furono particolarmente originali né innovativi, limitandosi ad assimilarne lo stesso uso, significato e applicazione dei loro vicini greci. Ma bisogna riconoscergli un merito: è grazie alla letteratura romana che la cosmesi di quel tempo inizia effettivamente a diffondersi e diventare argomento di discussione, tanto che persino i poeti si lanciano nel dare consigli in materia. Plauto scrive (discutibilmente) che: “Una donna senza trucco è come un cibo senza sale," mentre Properzio non vuole che la sua Cinzia si imbelletti, perché, come ha scritto rivolgendosi a lei: “Non hai bisogno di belletti e lisci. Amore nudo non ama una bellezza artefatta.” Nell'Impero, dunque, la prassi per il contorno dell’occhio è ancora l'uso di un bistro scurissimo, oppure la sfumatura di fuliggine, antimonio e nero di seppia sulla palpebra.

Il Kajal o Kohl è un prodotto antico e dotato di un fascino persistente, tanto che potremmo osare definirlo immortale. Oggi lo utilizza chiunque e in ogni luogo, e il suo valore risiede proprio nei diversi usi e significati che può assumere a seconda del contesto culturale da cui viene assimilato. In alcuni paesi sembra avere persino connotati magici legati alla superstizione, e per questo viene applicato sui bambini per scacciare malocchi o invidie. Per quanto riguarda l'Italia, rimane un prodotto molto usato, ma visto come qualsiasi altro cosmetico, tanto che è molto difficile trovare la versione originale di entrambi i prodotti. Molto più diffusa nel mercato italiano è invece un ibrido di altri prodotti simili, come ad esempio l'eyeliner.

Negli ultimi decenni, infine, il Kajal è stato associato a personaggi iconici che hanno fatto dell’occhio intensificato di nero un tratto distintivo della loro estetica. I primi che ci vengono in mente sono la sola e unica Michèle Lamy e ovviamente Marylin Manson; riuscireste mai a immaginarveli senza chili di Kajal sul viso? Ma se facciamo un passo indietro nel secolo scorso, se ne trovano ancora altri, come la femme fatale Theda Bara o, senza andare troppo in là, Nina Hagen. Una cosa è certa, nel futuro del beauty ci sarà sempre posto per il Kajal.

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Crediti

Testo di Greta Giannone
Artwork copertina di Maria Laura Buoninfante

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