Illustrazione di Nourie Flayhan

Dal Libano a Gucci, queste illustrazioni raccontano il Medio Oriente senza giri di parole

Nourie disegna se stessa e quello che la circonda, senza paura di contraddizioni o prese di posizione.

di Sumaia Saiboub
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09 luglio 2020, 4:00am

Illustrazione di Nourie Flayhan

Nella società contemporanea, in cui tutto scorre così veloce e bastano pochi minuti di un video sgranato e mosso ripreso con lo smartphone per scatenare proteste che potrebbero cambiare le sorti di intere nazioni, viene da chiedersi se ci sia ancora spazio per l'arte come agente politico. All'interno di un mondo saturo di contenuti audiovisivi, in cui chiunque può fare girare qualsiasi cosa, qual è il discrimine tra prodotto amatoriale e improvvisato da una parte, e opera creativa e progettata dall'altra? In che modo l'intervento di un artista, con la sua visione del mondo, la sua rielaborazione della realtà e il messaggio che vuole veicolare può emergere?

Prima dell'avvento di internet e poi dei social media, era esclusivamente l'arte visiva a mostrare realtà e volti che altrimenti non avremmo mai visto né conosciuto, rimanendo esclusivo appannaggio dei professionisti del settore. Trasportando la questione nel presente, forse l’unica risposta è che ci sono dimensioni che ancora oggi non si possono filmare né fotografare, perché semplicemente esistono solo nella mente di chi osserva e analizza. Se nella fotografia tutto questo sta nell'occhio di chi guarda--nella scelta di luce, angolatura, etc.--, per l'arte dell'illustrazione si passa a un livello ancora più astratto. Per raccontare questi mondi serve disegnarli, dipingerli e colorarli, costruendo una narrazione che colga il lato più umano di quello che succede nel mondo, ciò che ci accomuna e che, in definitiva, fa sì che la notizia circoli in modo diffuso, veloce e immediato.

Il lavoro di artiste politicamente impegnate come Nourie Flayhan ne è la dimostrazione: all'interno di un feed armonioso e ben curato, racconta con le sue illustrazioni dei particolari della propria vita personale, condivide i suoi ultimi lavori e nel frattempo racconta la quotidianità in Africa e in Medio Oriente, in particolare quella in Libano, il luogo di cui è originaria. Il tutto da un punto di vista estremamente personale e intimo: quello di una donna che vive sulla propria pelle le negoziazioni, i compromessi, i paradossi e gli stigmi che logorano la società in cui vive. Purtroppo oggi rimane un caso ancora raro, e ancora di più cliccare sul nome dell'artista dietro a una campagna di bellezza di un brand del calibro di Gucci e trovare un visual diary dal taglio femminista e politicamente impegnato. Piacevolmente incuriosita da tutto questo, mi sono seduta con lei, ovviamente in forma virtuale, e le ho chiesto di parlarmi meglio di lei e della sua pratica artistica.

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Ciao! Partiamo dall’inizio: chi sei, da dove vieni e cosa fai nella vita?
Mi chiamo Nouri Flayhan, sono nata negli Stati Uniti e sono cresciuta in Kuwait, dove i miei genitori--entrambi libanesi--si sono trasferiti quando è scoppiata la guerra civile nel paese. Per loro era importante che crescessi nella regione sicura più vicina a casa” così da non sentirci "diversi" o avere difficoltà con la nostra identità crescendo. Per questo siamo tornati in Medio Oriente appena possibile, quando ero ancora bambina. Mi piace descrivermi come "story teller", o meglio come "visual story teller", perché le storie le racconto con le immagini.

Quando prima hai menzionato l’identità, a cosa ti riferivi?
È una questione che ho vissuto sulla mia pelle, per quanto i miei genitori abbiano cercato di proteggermi. Ma ero abbastanza grande per affrontarla, seppur non senza difficoltà. In Kuwait ho frequentato le scuole internazionali, dove c'erano persone provenienti da tutto il mondo. Ma quando mi sono trasferita a Londra per frequentare l'università, tutto è cambiato: ero una dei cinque studenti internazionali che hanno accettato, in un corso di 45 persone in netta maggioranza inglesi. Tutti credevano in stereotipi assurdi sul Medio Oriente; pensa che un mio compagno di corso mi aveva chiesto se avessimo H&M. E questa mentalità si ripercuoteva sulle aspettative, sbagliate, che avevano su di me. Così, per adeguarmi e omologarmi, ho iniziato a nascondere ciò che mi rendeva unica e mi rendeva chi ero. Ero sempre in competizione con me stessa per provare agli altri che si sbagliavano su di me. Ma era frustrante.

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Quando hai iniziato a disegnare?
L’arte è la mia lingua nativa. Mia mamma è un’interior designer e le scuole che ho frequentato hanno sempre incoraggiato la creatività degli studenti. Diciamo che mi sono sempre espressa artisticamente, e la mia famiglia mi ha supportata per farlo sempre di più.

Come ha preso forma il tuo immaginario? C’è un lavoro o un artista che pensi ti abbia segnata in modo indelebile, condizionando il modo in cui intendi il tuo lavoro?
Tutto è iniziato quando mi sono trasferita a Londra. Lì ho conosciuto artisti con background molto diversi tra loro. Non mi interessava la grafica super strutturata, e così ho scoperto il mondo delle illustrazioni, trovando il mio linguaggio. Mi sono innamorata di quanto intimo e personale possa essere. Mi sono sentita libera per la prima volta. Ed è stato anche grazie al mio tutor, che mi ha sempre incoraggiato a esprimere me stessa nelle mie creazioni. Il mio immaginario è frutto della mia infanzia e delle mie esperienze, ho una memoria molto fotografica. Cerco sempre di realizzare illustrazioni a partire da qualcosa che sento dentro di me, completamente originali. A volte passo interi periodi senza guardare i lavori degli altri, ci tengo molto a che le mie creazioni, non sembrino qualcosa di già visto.

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E gli occhi doppi quando sono arrivati?
Sono arrivati dai miei ricordi d’infanzia. Ho iniziato a portare gli occhiali da molto piccola e gli altri bambini mi chiamavano "quattr’occhi". Volevo in qualche modo riappropriarmi di quella narrazione: all’inizio il nomignolo mi aveva fatto stare male, ma poi mi ero convinta che gli occhiali mi dessero dei super poteri. Ora simboleggiano il primo livello con cui l’occhio vede le cose, quello legato all’infanzia, all’innocenza e alla magia; mentre il secondo livello rappresenta come la società plasma e manipola quel modo di vedere le cose. Se ci fermiamo a pensarci, a volte ci rendiamo conto che su certi argomenti abbiamo opinioni fondate solo sul "sentito dire".

Una delle caratteristiche più interessanti del tuo lavoro è l’uso che fai del visual diary : te ne servi per raccontare sì la quotidianità, ma è una quotidianità che presenta numerose difficoltà e insidie. Un giorno racconti di com’è lavorare al buio quando non c’è elettricità a Beirut, un altro parli invece della womxn’s March e alla March against the Kafala system. Come hai sviluppato questa tecnica narrativa?
Sono abituata a documentare quasi tutto della mia vita. Mi piace tenere un resoconto di quello che mi accade attorno, di tutti gli eventi che segnano la mia vita. Prima di Instagram avevo una polaroid con cui catturavo momenti quotidiani e poi li etichettavo, come un diario, senza limitarmi a usare solo le parole. Accade tutto così in fretta, e dimentichiamo con altrettanta velocità. Per me è importante conservare momenti e sensazioni della mia vita, così da poter guardare indietro e dire "Ho visto e vissuto molto". Le mie piattaforme social sono frutto di questo, voglio che ricordino alle persone momenti e sensazioni, un po’ come un collage.

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Come mai hai deciso di iniziare a raccontare la vita in Medio Oriente attraverso le tue illustrazioni?
Sono cresciuta leggendo libri per l'infanzia dove non c’erano mai bambini che assomigliassero a me o ai miei amici. Mi sarebbe davvero piaciuto crescere avendo un libro illustrato su donne di successo simili a me. Così, quando mi sono laureata, ho promesso a me stessa che il mio lavoro avrebbe dovuto rappresentare la mia comunità e quelle attorno a me, raccontando storie che aprissero conversazioni importanti sul Medio Oriente--al momento praticamente inesistenti. Ad esempio, divulgare le storie delle molte donne di successo della regione di cui ho sentito parlare ma a cui nessuno dà mai abbastanza spazio.

Credi che ci sia necessità da parte delle donne mediorientali di riappropriarsi della propria narrazione?
Assolutamente sì, me ne sono accorta mentre scrivevo la mia tesi di laurea. Ho proprio sentito la necessità di raccontare le nostre storie, dal nostro punto di vista, e non da quello di occhi esterni, spesso troppo superficiali e con un senso di superiorità. Il sistema patriarcale è profondamente radicato nella nostra società, e non te ne rendi conto finché non ti trasferisci altrove, oppure da come alcune donne parlano di situazioni che altre donne stanno attraversando, giudicandole aspramente. Chi ha il privilegio di comprendere che certe dinamiche sono sbagliate, deve assolutamente problematizzarle e parlarne.

Senti di riuscire a farlo con le tue illustrazioni?
Attraverso la mia arte mi sento in grado di aprire conversazioni che solitamente nessuno vuole affrontare. Ci sono argomenti che sono stati così lungamente taciuti, censurati, silenziati, che quando io io e qualche altro artista abbiamo deciso di esporli, sono scaturiti dibattiti accesissimi, seminari e conferenze. Ed è questo lo scopo ultimo della mia arte.

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E le altre donne? Cosa potrebbero, o dovrebbero, fare per riappropriarsi della loro narrazione e rigettare così il male gaze che per secoli ha caratterizzato il modo in cui viene raccontata l’esperienza femminile?
Dovrebbero onorare la verità. È facilissimo creare una un’immagine molto protetta, edulcorata e quasi censurata della realtà in cui si vive. Parlare della verità richiede grande sforzo, soprattutto emotivo, ma va assolutamente fatto, se vogliamo cambiare le cose. In particolare chi è abbastanza privilegiata da poter parlare tranquillamente di certi argomenti e raggiungere un'ampia audience.

Negli ultimi mesi si è parlato molto del razzismo negli Stati Uniti. In una tua grafica, però, hai scritto: "Let’s not pretend that racism doesn’t exist in the Arab region". Effettivamente si tratta di un tema meno esplorato, vuoi parlarcene? E soprattutto, ci consigli qualche fonte attendibile da seguire per informarci sul razzismo nella regione MENA?
Quando ho creato quel pezzo, il movimento del Black Lives Matter aveva ripreso energia--come nel 2017--, e tutti nei media parlavano di razzismo. Ho visto persone della mia regione scioccate dal fatto che il razzismo esista e sia ancora così profondamente radicato negli Stati Uniti, quando loro stessi fanno battute razziste e parlano per luoghi comuni, a discriminare anche brutalmente chi ha la pelle più scura della loro. Così mi sono chiesta: perché non parlare di come questo problema affligge anche la nostra regione? E indovina? Non esistono piattaforme nella regione MENA che si occupino esclusivamente del tema, per questo sento il dovere di portare avanti il dibattito.

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In che modo hai sviluppato la comunicazione del tuo progetto sui social media? E soprattutto, come sei riuscita a costruire un dialogo con i tuoi follower, usando dunque Instagram non come una vetrina in cui mostrare i tuoi lavori, ma come una piattaforma dove condividere informazioni ed esperienze, imparare e crescere sia come artista che come persona?
Se devo essere sincera, disegno quello che mi sento disegnare, lo pubblico online, poi metto via il telefono e continuo a fare le mie cose. Quando lo riprendo in mano resto sempre stupita da quante persone interagiscono con ciò che ho condiviso, rispondo sempre a commenti e DM e così instauriamo un dialogo. Sulla mia piattaforma mi piace stabilire una sorta equilibrio, a volte condivido il mio lavoro o momenti felici, altri parlo di argomenti più intensi e impegnati.

Quando prendi una posizione netta, come reagisce chi ti segue?
Assisto a diverse reazioni. C’è sempre un effetto domino, chi mi segue ed è d’accordo con me condivide le mie illustrazioni, chi li segue le ricondivide a sua volta e così via. La maggior parte di chi mi segue, ormai da 5 anni, mi supporta. Poi c’è sempre qualcuno che ti da contro e addirittura scrive cose cattive, ma la maggior parte dei miei follower è genuinamente interessata ai temi che affronto.

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Ci sono decenni che durano poche settimane e settimane che durano secoli: l’inizio del 2020 fa sicuramente parte della seconda categoria. In che modo gli eventi che lo hanno caratterizzato hanno influenzato il tuo modo di disegnare, ma anche di pensare?
Assolutamente, il 2020 non è ancora finito ma è già stato intensissimo. In così poco tempo sono successi un disastro dopo l’altro. Mi ha davvero segnata nell’animo, anche perché vorrei raccontare proprio tutto e sentirmi parte di tutto, ma è praticamente impossibile. Percepisco la responsabilità di continuare a innescare certe conversazioni considerate "scomode", è troppo facile fare finta di niente, soprattutto quando le cose sono lontane da noi. Il mio lavoro è sicuramente diventato un po’ più dark negli ultimi mesi, anche a livello cromatico, e con tinte di colore molto minimali; a differenza della maggior parte dei miei lavori, luminosi e pregni di speranza. A volte mi sento come se fossi due artiste diverse. Ora che l’ho notato, sto provando a trovare un equilibrio tra le due. Quindi, per me, questo è anche un anno di sperimentazione.

Se questo articolo potesse fare il giro del mondo, qual è il messaggio che vorresti trasmettere ai lettori? Qual è la battaglia per cui tutti dovremmo lottare oggi?
Spero che riusciremo a unirci come umanità, a imparare ad ascoltarci, così da smantellare quelle strutture sociali che ci impediscono di condurre vite più pacifiche e più semplice. Non intendo la pace nel mondo, perché ci saranno sempre persone con background diversi e idee diverse, perciò dobbiamo imparare a discutere con onestà, per rendere il mondo un posto più sicuro per tutti. Sarebbe davvero un peccato se tra un decennio ci ritrovassimo ancora a combattere per questo.

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Crediti

Illustrazioni di Nourie Flayhan
Testo di Sumaia Saiboub