Le divise da lavoro rivelano i segreti, i problemi e le caratteristiche della nostra società

La mostra "Uniform" indaga i significati e la portata culturale delle divise da lavoro, attraverso gli scatti di chi le ha indossate.

di i-D Staff
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07 luglio 2020, 10:44am

Fotografia di Paola Agosti

C'è un tipo di vestiario a cui spesso neanche facciamo caso: quello adottato da un gruppo di persone che si ritrovano a lavorare insieme in uno stesso posto. Questo capo diventa qualcosa di più di un semplice abito, perché costituisce la vera e propria identità del gruppo di persone, rendendo manifesto il legame tra loro, associandole a una determinata occupazione e facendo sì che siano riconoscibili tra loro e spesso anche dall'esterno, fino ad assurgere a un significato simbolico e sociale. Stiamo parlando dell'uniforme, divisa, o tenuta da lavoro. Tre sinonimi che racchiudono i caratteri fondamentali e distintivi di questa tipologia di vestiario.

Uniforme, perché, omologandoli, unifica gli abitanti di uno specifico settore lavorativo, e "fa squadra", suscitando un senso di appartenenza saldo ed inoppugnabile tra uomini e donne simili per occupazione e qualifiche. Divisa, perché una clausola dell'appartenenza a un gruppo di persone legate da un impiego è che il resto della collettività non ne abbia accesso, e l'abito diventa dunque espressione di un distacco dalla "norma", dichiarazione di appartenenza a qualcosa di "altro". Tenuta, perché è un oggetto posseduto dal lavoratore, seppur provvisoriamente, alla pari con qualsiasi altro strumento proprio della mansione, diventando un emblema dell'occupazione stessa, che ne sintetizzi le proprietà, le priorità e le gestualità intrinseche. In fondo, che tu sia un idraulico o un businessman, l'abbigliamento da indossare sul lavoro vale tanto quanto la tua chiave inglese o il tuo computer.

Ma è possibile tracciare una storia di questo oggetto così complesso e multiforme, che con il mutare del tempo, della società e della cultura ha inglobato e trasmesso di volta in volta significati diversi? Troppo spesso dimenticata, affrontata superficialmente o del tutto ignorata, l'uniforme è la protagonista di una mostra fotografica attualmente in corso alla Fondazione MAST di Bologna--visitabile fino a settembre 2020, e dal vivo!--, che indaga le infinite sfaccettature che si diramano dai tre concetti sopra citati e dalle loro concretizzazioni nella storia del costume: Uniform. Into the work/out of the work, curata da Urs Stahel. Una rassegna di oltre 600 scatti incentrati, più o meno coscientemente ed esplicitamente, sui codici e i significati dell'uniforme da lavoro, nel tentativo di dare una definizione esaustiva di questo oggetto e ripercorrerne lo sviluppo storico.

Ci sono gli scatti esageratamente sessualizzati di Herb Ritts, in cui la professione di operaio viene calata in un contesto ideale e stereotipato, di quella figura sempre pronta a soddisfare il desiderio associato ai lavori manuali e fisici. Di fianco le fotografie pulite e sincere del progetto Small Trades di Irving Penn, che documentano le piccole botteghe e i soggetti che le animano, immortalati come personaggi di un racconto nei loro completi da lavoro, con tutti gli accessori emblematici della loro occupazione e, quindi, della loro identità. E poi la fotografia cruda di Sebastião Salgado e di Walker Evans, che esprime una posizione decisamente critica nei confronti delle condizioni di lavoro in cui, in momenti storici diversi, si sono trovati gli operai di tutto il mondo. Il confronto con gli scatti di Paola Agosti e delle sue donne operaie degli anni '70 è immediato: seppur dal carattere meno drammatico, esprimono appieno il paradosso della divisa da lavoro quando veniva indossata da una donna durante quegli anni.

E ancora, il progetto di Florian van Roekel, How Terry Likes His Coffee, sapientemente inserito all'interno della mostra come espressione delle gestualità, dei riti e, ovviamente, delle uniformi dell'ambiente dell'ufficio. Un mondo governato da cravatte, telefoni e pacche sulle spalle, ma anche da camicie sbottonate e sguardi persi nel vuoto, capelli troppo cotonati e manicure frettolose. Scatti che la mostra contrappone, per contrasto, con altri mondi impensati e interiori, come il romanzo di formazione su stampa di Rineke Dijkstra, Olivier Silva. In questa serie di ritratti un giovane chiamato appunto Olivier Silva viene immortalato mentre indossa sei diverse divise, dagli abiti civili, alla divisa della Legione Straniera Francese, alla T-shirt dei Marines; evidenziando sempre più la disillusione e la rabbia che prendono possesso dei suoi tratti somatici.

Uniform è una mostra stratificata e completa, che affronta da molteplici punto di vista il tema dell'abbigliamento come status symbol e segnale di appartenenza. La divisa, secondo i curatori della mostra, viene interpretata come un riflesso diretto delle dinamiche che strutturano la collettività. Il paradosso è che, proprio dove i posti sono limitati, le porte sono chiuse e gli accessi numerati i codici della collettività si fanno sempre più visibili.

La mostra "Uniform" è visitabile per la visione dal vivo fino a settembre 2020, trovate tutte le informazioni qui.

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