Cos'è la sologamia, la scelta di sposarsi con se stessə

Detto anche "matrimonio in solitaria", è una pratica nata in Giappone e presto diffusasi in tutto il mondo. Il film "Il matrimonio di Rosa", ora al cinema, parla proprio di questo.

di Benedetta Pini
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27 settembre 2021, 3:13pm

La sologamia è una pratica che esiste da decenni in Giappone e si è diffusa a inizio anni Duemila nella cultura anglosassone, tanto da comparire in un episodio del 2003 di Sex and the City, in cui Carrie (aka Sarah Jessica Parker) annuncia di volersi sposare da sola. In Italia, tuttavia, è un argomento ancora poco battuto, e se ne parla in modo più capillare solamente dalla metà degli anni Dieci, da quando il movimento del dire “sì” a se stessə per tutta la vita ha preso piede grazie al libro del 2014 Quirkyalone: ​​A Manifesto For Uncompromising Romantics, in cui l’autrice Sasha Cagen racconta di essersi sposata con se stessa a Buenos Aires. Nel libro, Cagen sottolinea che non si trattava di celibato o di rinuncia a uscire con altre persone, perché il punto era un altro: smarcarsi dalle aspettative sociali che ti sussurrano subdolamente all’orecchio, ogni singolo giorno, che potrai realizzarti solo con il matrimonio e una bella famiglia—e questo vale ancora di più se ti identifichi come donna—e ribaltare quel paradigma per rivendicare la tua indipendenza.

Prima di lei, nel 1993, Linda Baker, igienista dentale di Los Angeles, invita 75 tra amici e familiari in un bar a Santa Monica, dove cammina lungo un corridoio improvvisato e si sposa con se stessa. "Per me, si trattava di sentirmi abbastanza da sola,” spiega ai nostri colleghi di VICE Linda in persona, che potremmo considerare una pioniera della sologamia. Dopo questi due casi particolarmente eclatanti, l’attenzione mediatica si è accesa su questo fenomeno, avviando report, sondaggi e ricerche in merito. E sono arrivati dei casi anche in Italia: l’ultimo, e uno dei pochi, è il matrimonio in solitaria di Alessandra Rizzi.

Icíar Bollaín, regista e sceneggiatrice de Il matrimonio di Rosa (Officine Ubu), e Alicia Luna, co-sceneggiatrice, si sono imbattute nel matrimonio in solitaria leggendo un articolo di giornale poco più di due anni fa, in cui si parlava di un'agenzia a Tokyo che forniva questo servizio. “Cercando un po’ più a fondo (e andando a Tokyo per incontrare l'organizzatore di questi matrimoni),” raccontano nel pressbook del film, “abbiamo scoperto che i matrimoni in solitaria in Giappone hanno più a che fare con l'estetica e l'idea che, anche senza uno sposo, puoi essere una principessa per un giorno e fare delle belle foto, una tradizione molto importante per le donne giapponesi. Queste donne pagano per avere il ricordo più bello della loro vita, senza la necessità di sposare nessuno. E in qualche strano modo, questo aiuterebbe la loro autostima.”

Uscendo dal Giappone, tuttavia, questa pratica sembra avere assunto dei connotati più marcatamente sociali, come raccontano Bollaín e Luna a proposito della storia de Il matrimonio di Rosa: “Dietro l'idea di sposarsi con se stessə, che potrebbe sembrare assurda, ce n'è una più profonda di impegno e rispetto per sé: per essere rispettatə e amatə dalle altre persone bisogna prima rispettare se stessə. E di conseguenza, avere il coraggio di portare avanti questo impegno nel corso di tutta la vita.”

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Ed è questo che fa Rosa, la protagonista del film, sfinita da un lavoro stressante, un fratello ingombrante, un padre invadente, una sorella sfuggente, una figlia in crisi e un fidanzato assente. Ormai rassegnata, per abitudine e condizionamento sociale, a mettere sempre i bisogni degli altri prima dei suoi, a obbedire agli ordini, a prendersi cura degli altri, a essere compiacente e a non dire mai dire di no, Rosa decide di fare quello che molte persone pensano di fare arrivate alla mezza età ma solitamente non mettono in pratica—o si accontentano di inserire nella propria routine nuove abitudini più o meno discutibili e più o meno dichiarate a chi di dovere. Molla tutto e per realizzare il sogno di riaprire la vecchia sartoria della madre, e, prima di farlo, organizza un matrimonio in solitaria—che prende una piega delirante e iperverbosa a Il mio grasso grosso matrimonio greco, con tutte le dinamiche familiari che una cerimonia del genere può innescare.

Rosa incarna così la versione in mezza età di una pratica che, secondo il Sun, sarebbe particolarmente diffusa tra le donne Millennial, appartenenti alla generazione almeno successiva alla sua, disilluse, infastidite o semplicemente disinteressate rispetto alle relazioni in senso tradizionale, complici le modalità di interazione tramite social media e app di incontri—diventate persino l’unica opzione possibile durante la pandemia. Ma c’è davvero bisogno di sposarsi con se stesse per acquisire empowerment e autoconsapevolezza? Secondo Cagan, sì: “Adottare tutti i significanti simbolici delle nozze—l’abito, i giuramenti, gli inviti—mi ha aiutato a rendere reali le promesse che aveva fatto a me stessa soltanto in privato.”

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E bisogna davvero organizzare una cerimonia per auto affermarsi come singoli individui? Una cerimonia come quella del matrimonio alimenta infatti il sistema capitalistico a colpi di inviti, location, regali, abiti—per quanto intima e ridotta possa essere—e la sologamia fornisce l’ennesimo modo a questa industria per alimentarsi e persino sopravvivere a un mondo utopistico in cui non esista più l’istituzione del matrimonio e l’amore sia solo irriducibilmente libero e fluido. E sono i fatti a dimostrarlo. Nel 2014, a Kyoto, è nato un servizio di self-wedding per single, che fornisce MUA, servizi fotografici e cerimonie per l’equivalente di duemila euro. Al festival Burning Man, da anni ,una lifecoach officia riti di nozze per persone single.

Il dubbio che questa pratica solleva è che si tratti dell’ennesimo tentativo di riportare entro schemi precostituiti, ficcandolo a forza, una tendenza che quegli schemi, invece, li vuole smontare e fare sparire. Rivendicare la propria indipendenza utilizzando simboli, linguaggi e pratiche legate a un’istituzione obsoleta, stantia e profondamente patriarcale come quella del matrimonio risulta come un compromesso vigliacco: da un lato una resa—anche solo a metà—di fronte alle pressioni di quelle stesse aspettative che si proponeva di disilludere; dall’altro, una scorciatoia, un modo più accessibile ed edulcorato per portare avanti una battaglia di empowerment che necessita un approccio ben più radicale.

Crediti

Testo di Benedetta Pini
Immagini: still dal film Il matrimonio di Rosa

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