Fotografia di Hanna Moon, styling di Julia Sarr-Jamois per il numero di i-D The Post Truth Truth Issue, n. 357, Autunno 2019. Modella Anok Yai

Fashion is watching you: storia del rapporto tra moda e surveillance

Privacy, CCTV, internet culture e voyeurismo. Attraverso editoriali e film, ecco come la moda ha indagato i labili confini che dividono sguardo, rappresentazione e tecnologia.

di Alexandre Zamboni
|
02 luglio 2021, 9:19am

Fotografia di Hanna Moon, styling di Julia Sarr-Jamois per il numero di i-D The Post Truth Truth Issue, n. 357, Autunno 2019. Modella Anok Yai

Know Your Fashion History è la rubrica di i-D che rintraccia i momenti salienti della storia della moda contemporanea, che ne influenzano e manipolano il presente determinandone spesso il futuro. Ogni articolo si propone di raccontare fenomeni legati all’industria della moda, i suoi personaggi chiave e le sue ripercussioni. Mai senza un pizzico di ironia.

Oggi indaghiamo come la moda ha interpretato il potere intrusivo della tecnologia, la quale, attraverso schermi, videocamere, social media culture e CCTV, ha ormai pervaso ogni aspetto della nostra vita. Ecco quindi come designer e fotografi hanno contestualizzato l’invasione della tecnologia nella cultura della moda, facendola propria e, a volte, sovvertendone le regole.


New York, aprile 2015—un drone equipaggiato di vernice spray attacca il volto di Kendall Jenner, stampato su un enorme billboard di Calvin Klein a Soho. Il video che testimonia l’accaduto diventa virale e l'artista dietro alla performance aerea, KATSU, mostra al mondo il nuovo e potenziale raggio d’azione dei droni, già noti all’epoca per aver varcato il limite della privacy, addentrandosi in proprietà private e scattando foto rubate a celebrity ignare. Il gesto vandalico ma allo stesso tempo geniale dell’artista ci fa riflettere sul potere intrusivo della tecnologia e la democratizzazione di device in grado di invadere lo spazio personale, che essi siano droni o telecamere nascoste, ricordandoci un dato di fatto—che la pandemia e i vari lockdown hanno solamente acuito—ossia, che la tecnologia attraverso schermi, videocamere, social media e CCTV registra e controlla le nostre vite. Godiamo o rifuggiamo l’essere osservati, ma non possiamo essere indifferenti davanti alla costante presenza della telecamera, poiché altera e trasforma in immagine il nostro io

Come ci ricorda Eric Howeler, il fashion system, essendo un sistema di appropriazione, adattamento ed estetizzazione, ha utilizzato la videosorveglianza come filtro per raffigurare il proprio soggetto, l’individuo paranoico e costantemente osservato nel nuovo millennio, trasformando una condizione in un prodotto, che esso sia un editoriale o una collezione. In particolar modo negli ultimi 25 anni, designer e fotografi hanno commentato questo fenomeno, fornendo nuovi spunti per decifrare il significato delle pratiche di sorveglianza e le loro conseguenze, ironizzando su di esso e talvolta sovvertendone le regole.

Videocamere di sorveglianza, social media e CCTV negli editoriali di moda e fashion film

Camilla Nickerson, storica fashion editor di Vogue USA, ha fatto della riflessione sul presente il suo mantra, creando nel corso degli anni editoriali che non fossero solamente immagini ben costruite con un look cool e una modella spaziale, ma dei veri e propri commenti sulla società contemporanea. Per questo, nel 1995, la stylist progetta con il fotografo e collaboratore di lunga data, Nick Knight, il servizio Courrèges Edge e il fashion film The More Visible They Make Me, The More Invisible I Become, dove un’ignara Kate Moss viene fotografata e filmata in total white per le vie di New York, in ascensori, automobili e appartamenti in cui l’occhio indiscreto della telecamera è sempre dietro l’angolo. Camilla Nickerson nel documentario The Editor’s Eye ricorda infatti quando agli inizi degli anni ‘90 le telecamere iniziarono ad invadere le strade e i negozi delle metropoli, accendendo dibattiti sulla privacy, e commenta: “In un certo senso abbiamo sempre gli occhi puntati addosso, tanto vale essere chic mentre siamo osservati.” Il servizio e il video ripercorrono una giornata ordinaria della supermodel, ma più le immagini scorrono più ci rendiamo conto che Kate interpreta una ragazza inconsapevole di essere sorvegliata, e noi non siamo altro che anonimi stalker, incapaci di distogliere lo sguardo.  

La già citata Kendall Jenner, al contrario, non è estranea all’invasione della privacy, del resto gran parte della sua esistenza è stata filmata e documentata dalle venti interminabili stagioni di Keeping Up With The Kardashian. Si tratta ovviamente di una concessione attentamente programmata ed editata dalla vita privata, che nulla a che vedere con l’intrusione violenta nel 2017 di un drone all’interno della sua abitazione, ad opera di uno stalker seriale. Sta di fatto che c’è un’evidente e costante connessione tra la modella di Calabasas e la morbosa attenzione di device volanti indesiderati, tanto che nel recente numero di febbraio 2021 di Vogue USA, Kendall si riappropria di questa violazione, prendendo possesso di un drone per scattare un editoriale inquietante in cui è protagonista e autrice di scatti e video realizzati fuori dalla sua villa sulle colline di Los Angeles.

Non è la prima volta che una modella prende in mano la fotocamera per autorappresentarsi al di fuori del proprio profilo Instagram. Il precursore dell’editoriale di moda via Zoom è il visionario Steven Meisel, che per il numero di Vogue Italia del dicembre 2009 chiede alle sue super model preferite, tra cui Naomi Campbell, Christy Turlington, Gisele Bundchen, Agyness Deyn, Lara Stone e Natasha Poly, di fotografarsi e inviargli il materiale, per creare una parodia stampata di Myspace o Twitter, quando il cinguettio della rete al tempo era ancora agli albori. Si tratta di un commento ironico e irriverente del potere autoriale della contemporaneità, in cui chiunque può scattare una foto con indosso un look, condividere la propria intimità, e chiamarla fotografia di moda.

Riconosceremmo i volti delle top model tra milioni, ma oggi anche i nostri volti da comuni mortali sono fotografati e registrati costantemente e costituiscono le nuove impronte digitali di tutti noi. La tecnologia dietro al riconoscimento facciale si fa sempre più sofisticata e si sta lentamente affermando come il nuovo sistema di surveillance per eccellenza. Nessuno sfugge alla telecamera, e il mitico fotografo Steven Klein, noto per la sua estetica dark e inquietante, ha utilizzato l’espediente del riconoscimento facciale per ritrarre un gruppo di modelle tra cui Kris Grikaite e Birgit Kos, all’interno di una sala d’attesa di un aeroporto dall’aria distopica per il numero di marzo di 2020 di Vogue USA. La modella olandese Birgit Kos passeggia tra i corridoi, ma dietro di lei due figure inquietanti nascondono la loro identità dietro maschere di Guy Fawkes. Klein mette così a fuoco il desiderio dell’anonimato, in una realtà che smette di essere distopica e distante dalla nostra quotidianità, e diventa sempre più concreta e pressante.

Privacy, rappresentazione e sorveglianza nelle campagne pubblicitarie di moda

Sempre il leggendario fotografo americano Steven Meisel agli inizi degli anni duemila commenta e glamourizza il concetto di surveillance con la campagna pubblicitaria primavera estate 2003 di Dolce&Gabbana. Negli scatti estremamente sensuali che promuovono l’apoteosi dello stile YK2, Gisele Bundchen è una languida operatrice dietro telecamere di sicurezza che filmano la modella stessa, la cui immagine è riprodotta e trasmessa da diversi angoli su una moltitudine di televisori. Ancora una volta il soggetto prende il controllo della propria immagine e gioca con un auto-voyeurismo intrinseco al concetto di videosorveglianza.

Vent’anni fa, nessuno avrebbe immaginato che nel 2020 Bella Hadid avrebbe scattato praticamente da sola una campagna pubblicitaria nel suo appartamento, eppure è proprio quello che è successo durante la prima ondata della pandemia. Nell’aprile dell’anno scorso infatti Jacquemus chiede a Bella di scattare attraverso FaceTime la prima campagna pubblicitaria realizzata completamente da remoto, ossia una serie di screenshot effettuati dal fotografo Pierre Ange Carlotti. La campagna diventa virale e le foto di Bella che gioca e posa con gli accessori colorati del brand parigino diventano il ricordo di un momento storico in cui improvvisamente ci siamo trovati separati fisicamente e le fotocamere dei nostri computer e dei nostri cellulari sono diventate le nostre alleate per comunicare e continuare a creare.

C’è un fattore erotico e sensuale nel sapere di essere osservati e desiderati attraverso una fotocamera, un gioco di sguardi filtrato dalla tecnologia che permette ai partecipanti di perdere ogni inibizioni mantenendo una distanza psicologica. Le videocamere di sorveglianza possono essere fonti voyeuristiche di immagini erotiche, e nel video di Calvin Klein per il profumo CK1 diretto da Steven Meisel nel 2011, vediamo una crew di cool kids composta da musicisti, sportivi, attori e modelle come Lara Stone, Abbey Lee Kershaw, Rita Ora e Robert Evans, flirtare con una videocamera che filma baci, liti e un party selvaggio all’interno di un cubo bianco asettico, set di un Grande Fratello glamour di cui tutti vorremmo far parte.

Sguardi, schermi e superfici: come i designer hanno interpretato il concetto di sorveglianza nelle proprie collezioni

Non solo fotografi e stylist, ma anche fashion e set designer hanno osservato e analizzato l’invasione silenziosa dei device tecnologici nel nostro quotidiano. La modalità di presentazione di una collezione può essere un dispositivo potente infatti per trasmettere con più efficacia il concetto e la riflessione dietro ad un capo.

Pensiamo alla prima collaborazione di Miuccia e Raf, a settembre 2020, quando un plotone di modelle al loro debutto hanno sfilato circondate da candelabri composti da monitor e telecamere. La S/S 21 di Prada esplora l’influenza della tecnologia sull’intimità e la sensualità, ridefinendo radicalmente la prospettiva che abbiamo su di noi. In risposta alla messa in discussione del concetto di autorialità, la campagna pubblicitaria della collezione non è stata scattata da nessuno, ma da centinaia di telecamere, che circondando i modelli a 360°, hanno catturato allo stesso tempo una moltitudine di punti di vista.

Un altro mostro sacro della fashion industry ha riflettuto sulle molteplici implicazioni del rapporto tra corpo e tecnologia. John Galliano, direttore artistico di Margiela dal 2014, in occasione della collezione RTW S/S 19, ha mandato in passerella modelle con indosso porta iPhone su braccia e caviglie che trasmettevano in diretta streaming la sfilata stessa. Si tratta di una lecture sul potere pervasivo degli smartphone, strumenti che ormai sono parte integrante di noi, un’estensione materiale e virtuale del nostro corpo e della nostra persona.

Più recentemente Alessandro Michele ha riflettuto sul rapporto tra i gli spettatori e il processo creativo dietro alla presentazione di una collezione, sperimentando per la Resort 2021 uno streaming ininterrotto di 12 ore, in cui è stato rivelato il dietro le quinte della campagna pubblicitaria del progetto Epilogue. Collaborando con il fotografo Alec Soth e Damiano e Fabio D’Innocenzo, Gucci ha voluto includere i curiosi fan del brand fiorentino nel backstage, luogo magico e solitamente precluso ai non addetti ai lavori. Michele ha voluto in questo modo sfocare il confine tra realtà e finzione, permettendo ad occhi indiscreti di insinuarsi nei meccanismi di produzione di un'immagine.

Anche il duo newyorkese Eckhaus Latta nel 2018 ha voluto sollevare un velo di Maya, attraverso un progetto interdisciplinare installato presso il New York’s Whitney Museum of American Art, realizzato in collaborazione con 18 artisti contemporanei. La mostra, intitolata Possessed, posiziona diversi abiti del brand famoso per le sue creazioni destrutturate e androgine in uno showroom temporaneo collocato tra le opere d’arte commissionate dal brand. I visitatori sono così invitati a toccare e provare gli abiti nello spazio solitamente considerato sacro della galleria d’arte, un pop-up d’eccezione sorvegliato da delle telecamere che trasmettono i filmati CCTV di ciò che accade in una stanza oscura, una sorte di camera di controllo adiacente al retail store. Mike Eckhaus e Zoe Latta così facendo si domandano come si possa rendere più trasparente il rapporto tra moda e sorveglianza, in particolare nell’ambito del retail, e sottolineano la mancanza di trasparenza nelle vendite di oggetti nelle istituzioni artistiche.

La moda come dispositivo politico per sovvertire le pratiche di sorveglianza

La moda assorbe e registra i fenomeni del presente, fissando attraverso immagini potenti sensazioni e ossessioni della contemporaneità. La moda però è anche politica e ha il potere concreto di sfidare lo status quo, anche attraverso azioni critiche e pratiche sovversive. Una nicchia di brand e fashion designer nell’ultimo decennio ha esplorato, attraverso diversi tentativi più o meno riusciti e applicabili, le grandi potenzialità della moda anti-surveillance, una serie di esperimenti per creare abiti e accessori in grado di eludere il riconoscimento facciale e la costante sorveglianza delle camere CCTV, come stampe su tessuto capaci di impedire il riconoscimento facciale, per esempio.

Si tratta di un fenomeno ancora ad uno stadio sperimentale, ma che con molta probabilità nel giro di pochi anni diventerà parte della conversazione mainstream. Nel frattempo, gli stilisti anticipano i tempi e trovano stratagemmi per nascondere e alterare l’identità del consumatore, progettando makeup e accessori estremi, come nel caso delle protesi facciali estreme di Balenciaga o le maschere incastonate di pietre di Margiela. In un mondo dove la tecnologia si è propagata negli spazi più impensabili delle nostre vite, la moda ci fa riflettere sulla natura del rapporto tra noi e gli schermi che ci circondano, smascherando il piacere narcisistico e paranoico dell’iper-esposizione, i suoi pericoli, e il bisogno di fuggire da un mondo virtuale sempre più reale e vicino a noi.

Segui i-D su Instagram e Facebook

Crediti

Testo di Alexandre Zamboni

Leggi anche:

Tagged:
SURVEILLANCE
Tecnologia
digitale
sorveglianza
schermi
Moda
storia della moda