SELF MADE, il brand emergente dove la cultura Hip Hop e la sartorialità si incontrano

Street culture americana e tradizione italiana: due mondi lontanissimi, ma solo in apparenza.

di Giorgia Imbrenda
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20 agosto 2021, 4:00am

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno di SELF MADE, il marchio sartoriale e streetwear nato dalla mente creativa di Gianfranco Villegas.

Con il suo brand, Gianfranco ha costruito un immaginario che attinge da due mondi in apparenza lontanissimi: la cultura Hip-Hop e l’heritage sartoriale. La sua collezione “We make noise” dimostra infatti che un’unione di questi due universi è possibile, e lo fa con una serie di capi che sono un’esplosione di colori, macule e forme. Ciò che ci lascia questa collezione è un senso di streetwear ma anche di tradizione, grazie all’utilizzo di tecniche particolari come il taglio laser e l’intarsio tra tessuti—anche diversissimi tra loro—con un ricamo a zig zag.

Per saperne di più sulla storia del brand, sui valori che manifesta e sui processi che lo contraddistinguono, abbiamo intervistato Gianfranco Villegas, il designer che ha dato vita al progetto.

Intervista Rebel Label moda self made

Ciao Gianfranco, raccontami del tuo background e di come sei diventato uno stilista.
Fin da bambino ero fissato con il marchio Nike, costringevo mia madre a comprarmi total look e volevo vestirmi solo così. Poi a 14 anni ho scoperto il menswear, grazie ai lavori di Raf Simons ed Hedi Slimane da Dior Homme che ammiravo sulle riviste. Così, finito il liceo, ho deciso di iscrivermi al corso di Fashion Design al Polimoda, e ho capito che quello sarebbe stato il mio futuro. Dopo la laurea, ho girato tra Anversa e Parigi lavorando per diversi marchi. È stata un’opportunità preziosissima per imparare e fare esperienza direttamente sul campo in aziende con gusti anche molto diversi tra di loro, da Lacoste, dove ho collaborato con Bape, a Supreme, per dei progetti di cobranding, fino a marchi più sartoriali e sofisticati come Damir Doma. Credo che tutto questo sia confluito nel mio brand SELF MADE.

Come definiresti il tuo brand usando solamente tre parole?
Innovativo, Irriverente, Internazionale.

Intervista Rebel Label moda self made

Quanto la tua terra d’origine influisce sulle tue creazioni?
Ho origini Filippine, un paese dove l’influenza della cultura Americana è fortissima, e per questo ho una grande passione per la cultura dell’Hip-Hop Americano, che ascoltavo fin da piccolo coi miei cugini più grandi. A sette anni ho vissuto nelle Filippine per un anno, e poi purtroppo non ci sono più tornato. Per questo, per ogni mia collezione, mi piace prendere spunti dai ricordi culturali e dalle tradizioni del mio paese.

Parlaci della tua ultima collezione We make noise, di cosa l'ha ispirata e quali sono le tue reference.
Per la collezione S/S 22 We make noise, ho voluto dare forma a quello che potremmo definire un “urlo”. Un urlo che infrange un silenzio imperante. Un urlo di speranza per il futuro e di desiderio di ritorno alla normalità. Un urlo a nome dalle generazioni che più di tutte hanno visto sacrificata una fase molto importante della loro vita. Un urlo che manifesta l’esigenza di esprimersi, di dare voce e spazio a un bisogno collettivo.

Le mie reference affondano nella subcultura skate di Downtown Los Angeles. Ho tratto spunto dalle loro acconciature, dai colori brillanti dei loro look e dalle grafiche inconsuete sulle loro T-shirt. L’idea di fondo della collezione è quella di dare struttura ai capi mediante costruzioni sartoriali classiche di alto livello, che vengono poi contrastate e sdrammatizzate dalla forte influenza dello streetwear e dall’innocenza fanciullesca che contraddistingue il brand. L’unione di materiali e tecniche differenti e di generi di vestiario antitetici genera un forte rumore, che rompe il silenzio assordante di questo momento storico.

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Ci descriveresti le silhouette e i tessuti della collezione? Come hanno preso forma a livello concettuale e che tipo di tecniche artigianali hai usato per realizzarle?
Le silhoutte sono pensate con stratificazioni di capi in contrato tra loro: shorts da skate abbinato a una camicia in popeline, cravatta e gilet di maglieria; oppure boxer da intimo da rapper anni ‘90 abbinati a una giacca sartoriale bucata che lascia intravedere una camicia plissettata. Da questi contrasti emerge il DNA del marchio: un mix tra cultura street americana e tradizione classica artigianale italiana.

Abbiamo sperimentato tante tecniche nuove per questa collezione. Oltre al marchio di fabbrica del brand, il ricamo Cornely fatto a mano, abbiamo utilizzato il taglio laser e unito tessuti diversi tra loro per colori e fantasie tramite un intarsio fatto con un ricamo a zig zag. Così, abbiamo creato macule di leopardo, fantasie check, plissettati col plissé canneté. Il risultato sono capi voluminosi e tridimensionali, dal sapore etno street, fluidi e morbidi.

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Quanto contano oggi il Made in Italy, la sartorialità e l’aspetto artigianale di un prodotto?
È importante supportare le realtà e gli artigiani locali, per mantenere in vita anche le tradizioni che si tramandano da generazioni. Ed è quello che cerchiamo di fare anche noi con SELF MADE a Firenze: a ogni stagione andiamo alla ricerca di quei piccoli laboratori che spesso celano un tesoro fatto di tradizioni, cultura e sperimentazione. Per esperienza, sono convinto che sia ancora impossibile battere la qualità del Made in Italy.

Tutti questi elementi—Made in Italy, sartorialità e aspetto artigianale—sono fondamentali per SELF MADE, sono le basi su cui poggiano il nostro mercato principale e la nostra fan base. Soprattutto nel mercato giapponese, dove non conta come ti chiami ma solo ed esclusivamente il valore del capo in sé, al di là di ogni hype.

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Parliamo di sostenibilità: perché è importante e in che modo si può ridurre l'impatto ambientale di un brand?
La sostenibilità è importante per salvaguardare il futuro del nostro pianeta. Nel nostro piccolo, cerchiamo di produrre tutto a km 0 e spesso cerchiamo di riutilizzare tessuti avanzati da stagioni passate, che con una semplice lavorazione o lavaggio si trasformano in qualcosa di nuovo.

C'è un personaggio, reale o inventato, del presente o del passato, che credi rappresenti i codici estetici del tuo brand?
Pharrell Williams, è da sempre il mio idolo a livello estetico, anche quando mi vestivo da rapper con polo rigate Ralph Lauren e jeans baggy. È sempre stato un passo avanti rispetto a tutti gli altri, un outsider. E ancora oggi, a distanza di decenni dalla sua epoca d’oro, per me un riferimento fondamentale, al di là di ogni trend stagionale.

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Cosa pensi dei social network e come sviluppi la comunicazione del tuo brand? Credi che siano indispensabili per permettere a un brand emergente di farsi conoscere? Ma ci vedi anche dei contro?
Credo siano un mezzo che può rendere famoso ogni tipo di marchio, e questo meccanismo ha i suoi pro e i suoi contro. Un problema è che la meritocrazia rischia di passare in secondo piano, dando più importanza ai contatti. Si perdono quindi l’essenza e il valore assoluto del capo. Quindi, ahimè, oggi i social network sono indispensabili, ma spero si possa tornare presto a rimette al centro il messaggio emotivo e stilistico di un capo. Con la comunicazione di SELF MADE cerco di essere fedele ai miei valori, alle mie emozioni e alle mie idee, senza scendere a compromessi.

Cosa c'è nel futuro del tuo brand? E dove ti vedi tra 5 anni?
Abbiamo grandi piani per il futuro del brand, che a ogni stagione si riconferma e amplia il suo mercato, raggiungendone anche di nuovi. Credo che oggi per un marchio di abbigliamento sia fondamentale riuscire a entrare nei negozi e soprattutto sulle strade. Tra 5 anni mi vedo in una città dove ho lasciato un pezzo del mio cuore e dove ritornerò sicuramente a viverci insieme a tutto il mio team: Parigi.

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Crediti

Testo di Giorgia Imbrenda
Immagini su gentile concessione dell’ufficio stampa SELF MADE

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