Vivere in una grande città è obbligatorio se vuoi lavorare nell'industria creativa?

Lo abbiamo chiesto ai nostri follower su Instagram, che ci hanno spiegato perché, in certi casi, non serve vivere in città per avere successo nel mondo creativo.

di Carolina Davalli
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16 dicembre 2020, 5:00am

Il mito della città come luogo delle occasioni, delle possibilità e del riscatto esiste fin dall’alba dei tempi. Da che le metropoli si sono affermate come spazi di scambio culturale, dinamismo sociale e crescita economica, il loro magnetismo ha attratto a sé sempre più realtà, professioni e persone. L’industria creativa, in particolare, sembra quasi inscindibilmente legata alla dimensione cittadina e metropolitana, collocando tra le vie trafficate i quartier generali degli hub creativi, delle agenzie e degli studi più importanti.

Così, potrebbe sembrare scontata l’equazione per cui, se si vuole essere dei creativi di successo o avere la minima speranza di affermarsi nel settore, bisogna per forza trasferirsi in una capitale, lottare per farsi pagare e sborsare per affitti spropositati. O meglio, tutto questo sembrava scontato fino a ieri. Oggi, infatti, sembra che questa tendenza si stia man mano invertendo, spingendosi nella direzione di realtà più piccole e locali.

Che sia per l’effetto della pandemia—che ha portato un ampio spettro di professionisti a spostarsi nelle loro città natale fuori dalle metropoli—o di un fenomeno sociale più complesso, poco importa. Quello che importa è che sembra si stia registrando una forte tendenza a fare coesistere il locale e il metropolitano, il nazionale e l’internazionale, in una relazione tra ambienti urbani e culturali che non sembrano più escludersi a vicenda. In questo nuovo equilibrio è possibile affermarsi come creativi ovunque.

Per capire meglio cosa sta succedendo, abbiamo chiesto a 7 giovani del settore creativo che cosa può spingere a lasciare le metropoli e cosa ne pensano dell’industria in cui operano.

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Fotografia di Alan Marzo

Federico Zonno si è spostato a Londra per l’università, dove ha studiato Letteratura e Cinema. Ora vive a Sannicandro di Bari, dove lavora come Direttore Artistico e Project Manager per MUNDI, Festival di Musica ed Innovazione.

In che modo vivere a Londra ti ha fatto crescere a livello creativo?
Londra è stata una palestra di realtà. Mi ha fatto aprire gli occhi sul mondo, sulla diversità, sull’importanza di sviluppare prospettive alternative. Lì ho scoperto una nuova passione, quella per la musica, e infine ho incontrato persone pieni di idee e progetti, spesso imprenditoriali. Questi fattori sono stati fondamentali per la nascita di MUNDI, Festival di Musica ed Innovazione, che da quasi tre anni ormai abita il Castello Normanno del mio Paese. Abbiamo lavorato per portare un pezzo di mondo qui al Sud e riconnetterlo, attraverso le arti, a un panorama internazionale e mediterraneo. 

Perché hai deciso di trasferirti a Sannicandro?
Sannicandro è prima di tutto casa mia; sono nato qui, i miei genitori sono di qui, e ho vissuto i primi 18 anni della mia vita qui. Tornare è anche un po’ una scelta genetica. Avevo voglia di rallentare, di fermarmi e chiedermi dove volessi andare, di vedere con occhi nuovi ciò che avevo intorno. Tornare mi ha dato l’impressione che quello che avevo visto e imparato all’estero potesse essere davvero utile per cambiare le cose qui.

Quali aspetti di Sannicandro non troveresti mai in una metropoli?
Posso rispondere con la mia esperienza diretta. Il nostro Festival è nato prima di tutto grazie a una forte rete sociale e relazionale. Qui al Sud siamo professionisti nell’arte del fare tanto con poco, ci si ingegna con i mezzi a disposizione, si mettono in moto reti di cugini e parenti. Questo ci ha permesso di partire con un budget davvero misero e continuare nel nostro percorso di crescita.

Cosa ti manca di Londra?
Due su tutte: la diversità e il rispetto della diversità. Qui c’è ancora tanta strada da fare, ma è un motivo in più per esserci. 

Cosa ne pensi del futuro delle industrie creative in relazione al discorso locale/metropolitano?
Penso che il paradigma centro/periferia stia cambiando nelle industrie creative. È un processo in corso ormai da alcuni anni e il Covid-19 non ha fatto che ravvivarlo. La periferia ti permette di vivere con meno, più lentamente, spesso vicino agli affetti, liberando il processo creativo dall’ansai del risultato, del profitto. Qui la creatività assume un valore diverso, diventa meno autoreferenziale, più generativa, trasformativa e relazionale. 

Scegliere la periferia non significa però tagliare i rapporti con il resto del mondo, anzi, per me è stata l’occasione per portare il mondo qui. Penso che questo possa essere il futuro della creatività fuori dalle metropoli: creare interazioni che possano mettere in conversazione artisti con nuovi territori. 

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Benedetta Cardillo vive tra Roma, dove è nata e cresciuta, e Ventotene, isola su cui si è spostata da quest’anno. Lavora come Stylist e ricercatrice vintage.

Perché hai deciso di trasferirti sull’Isola di Ventotene?
Le isole hanno un qualcosa di magico, depurativo, quasi rigenerante. Nelle grandi città c'è molta distrazione, spesso si è presi da mille cose, che in qualche modo ci si sente costretti a fare per sentirsi “in" e al passo con gli altri. Questo non accade su un'isola, tutto quello che fai lo fai perché realmente ti serve o ti interessa. Inizi così a dare più senso a ciò che fai, alle persone e di conseguenza a te stessa, alle tue idee e progetti.

In che modo questa esperienza ti sta formando a livello creativo?
Appena trasferitami ho iniziato a lavorare come cameriera in un Hotel dell’isola. Lì ho capito quanto i piatti in cui veniva servito il cibo facessero la differenza, e da quel giorno sono diventata ossessionata dall’artigianato locale. Così ho aperto Olivia Studio, il sito dove vendo la mia personale selezione vintage di ceramiche italiane e dove a breve lancerò la mia produzione. Ho sempre avuto molte idee, e questa esperienza mi ha dato la spinta per superare le mie paure e portare avanti un progetto personale.

Cosa ti manca di Roma?
Le passeggiate tra i vicoli, le gallerie d'arte, i teatri, i musei, i cinema, i grandi mercati come Porta Portese. Essendo una grande ricercatrice di vintage, questi luoghi per me sono fondamentali e ne sento spesso la mancanza.

Cosa ne pensi del futuro delle industrie creative in relazione al discorso locale/metropolitano?
Ho notato che ultimamente le aziende creative stanno dando molto valore all'artigianato e alle piccole realtà. L'Italia in questo senso ha un grande potenziale, perché ospita molti ambienti culturali e artigianali pieni di talenti, a cui magari non è mai stata data la giusta visibilità. Il settore creativo questo lo ha capito e sta sempre più riscoprendo il valore alle tradizioni e dell'heritage italiano. 

Prenderesti mai in considerazione di tornare a vivere in una grande città?Certo, la città serve q.b., un po' come nelle ricette di dolci serve il sale. Amo molto la vita sull'isola, ma la città serve a farti tornare con i piedi per terra.

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Riccardo Rizzetto è architetto d’interni e art director. Dopo aver vissuto a Londra per frequentare un Master in Interior Design si è trasferito nella sua città natale, Colceresa (Bassano del Grappa).

In che modo vivere a Londra ti ha fatto crescere a livello creativo? 
Nella mia università era consuetudine incrociare progettisti e designer premiati o lavorare con gli strumenti che artisti come David Hockney avevano usato. Il tutto sentendoti considerato tu un professionista, al di là della tua esperienza. Anche la quotidianità era un continuo incontro/scontro con situazioni inaspettate e persone provenienti da ogni dove, le cui idee e visioni mi hanno portato a evolvere creativamente.

Perché hai deciso di trasferirti in una realtà più piccola?
Avevo già in mente di rientrare in Italia dopo la laurea. Ero andato a Londra per uscire dalla mia comfort zone, ma dopo due anni anche Londra stava diventando troppo comoda e accogliente. Così ho invertito i ritmi: ora vivo a Colceresa, il mio paese natale vicino a Bassano del Grappa, e una settimana al mese la passo (o almeno, passavo) a Londra. Sento la necessità di vivere in bilico tra due luoghi e di non rinunciare alle mie radici, a quello che la mia terra può darmi, in cui riconosco un valore ed un potenziale degno di essere colto.

Quali aspetti di Colceresa non troveresti mai in una metropoli?
La mia città ha tutti i pro della scala locale, ma con le potenzialità per essere globale. È un territorio che da sempre pullula di artigianalità ed imprenditorialità, ma in cui non vi è il surplus di offerte che si può trovare in una metropoli. Per me è lo spazio ideale per sfruttare tutto quello che avevo appreso a Londra, per creare connessioni con le realtà locali e avviare uno scambio.

Cosa ti manca di quella città?
Mi mancano i tragitti in Uber, i vernissage della galleria specializzata in arte del ‘500 a Mayfair, gli eventi techno queer a Tottenham Hale. Soprattutto, mi manca la qualità di alcuni rapporti che ho instaurato e il fatto che, considerata la quantità di persone che vive a Londra, se rivedi una persona è perché ci tieni veramente.

Alla fine, è meglio la metropoli o una piccola realtà per chi lavora nell’industria creativa?
Penso che ognuno debba trovare la propria dimensione e che non ci sia un ambiente univocamente migliore di un altro. Credo che la differenza la faccia la capacità di ascoltarsi, di ignorare la voce chimerica della metropoli così come il nostalgico richiamo alle origini, e capire veramente ciò di cui si sente il bisogno. Di conseguenza, potrai trarre il meglio da qualsiasi contesto in cui sceglierai di vivere, sentendoti libero di cambiare.

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Dopo 10 anni a Milano, la fashion designer Alessia Lochi si è trasferita prima a Manduria in Salento, dove ha fondato il suo brand di swimwear sostenibile, per poi spostarsi a lavorare come insegnante di Fashion Design a Kuala Lumpur.

In che modo vivere a Milano ti ha fatto crescere a livello creativo?
I 10 anni a Milano mi hanno formata sotto tutti i punti di vista, dando un senso a tutto quello che avevo studiato. Questo ha significato vedere e toccare con mano ciò che per me prima era solamente un sogno. Guardare i grandi della moda mentre lavoravano è stato fondamentale e vivere in una grande città di per sé ti mette in contatto con le realtà più stimolanti e disparate. Basti pensare a tutta la gente che per caso incontri in metropolitana. 

Perché ti sei trasferita in Puglia, e poi a Kuala Lumpur?
Mi sono trasferita nel mio paese di nascita, in Salento, per caso. Mi hanno offerto un incarico da product manager in un'azienda di abbigliamento, un ruolo che mi avrebbe potuto aiutare a portare avanti il mio progetto personale, e ho accettato. Dato che ero la responsabile in diretto contatto con i fornitori, ho avuto modo di capire come funzionasse la grande macchina della produzione di moda.

Grazie a questa opportunità ho potuto fondare il mio brand, e da un anno anno e mezzo insegno Fashion Design all'Istituto di Moda Burgo di Kuala Lumpur. Sono passata dalla città, al paese, fino a una realtà ancora più diversa: vivo nell'involucro di una metropoli nella giungla. KL è una metropoli solo esternamente, perché c’è ancora un'autenticità che non troveresti nella grande metropoli: posti incontaminati che offrono spunti di ricerca, lavorazioni artigianali, una qualità di vita migliore che ti permette di vivere con una mentalità diversa e rilassata, è come se fosse ancora un materiale grezzo.

Cosa ti manca di Milano?
Mi manca il fatto di poter vedere una mostra o un concerto, prendere più facilmente un aereo per una fuga nel weekend. Mi manca il confronto. Perché se è vero che una realtà piccola ti offre tanto materiale grezzo, poi c’è sempre bisogno di confronto, ed è quello che le città come Milano ti offrono.

Cosa ne pensi del futuro delle industrie creative in relazione al discorso locale/metropolitano?
Credo che le industrie creative stiano riscoprendo le qualità delle piccole realtà e delle risorse locali, progettando una moda sostenibile soprattutto attraverso i sistemi di produzione, oltre che nella scelta dei materiali. In generale, credo che l'industria creativa si sia ritrovata a rivalutare origini e radici, a partire dalla collocazione delle scuole. Poi, ora che i quartier generali dei creativi (e non solo) si sono spostati nelle nostre case, non mi stupirebbe se tanta gente decidesse di rimanerci a vivere stabilmente. Con i mezzi di comunicazione che abbiamo oggi si può essere la propria finestra sul mondo ovunque noi ci troviamo. Di questo ne sono convinta.

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Bad Rhazane ha vissuto a Milano per lavoro, adesso porta avanti la sua professione di modello e artista a Poggio Torriana (Rimini).

In che modo vivere a Milano ti ha fatto crescere a livello creativo?
Nonostante il breve periodo, Milano mi ha cambiato molto, sia a livello creativo che personale. Mi ha permesso di sfogare la mia creatività senza dovermi preoccupare mai di essere giudicato, mi ha dato l’occasione di ricevere molti più feedback di quanti mi sarei potuto aspettare. È stata un’esperienza che mi ha dato molta sicurezza.

Cosa ti dà invece Poggio Torriana?
Penso che mi abbia dato la determinazione necessaria per emergere, dimostrando che l'arte non esiste solo nelle città. La mia realtà mi ha permesso di lavorare su me stesso e di praticare l’arte della pazienza, perché avere visibilità oggi è un processo molto più lungo e complicato, ed è sempre più difficile costruirsi un'identità vera e propria. 

Cosa vedi nel futuro di Milano?
Ultimamente vedo una Milano più accogliente, e spero che questa sensazione in futuro si amplifichi sempre di più.

Cosa ne pensi del futuro delle industrie creative in relazione al discorso locale/metropolitano?
Penso che siamo molto vicini a una coesistenza. Si vedono sempre più artisti di ogni ambito che vivono nel nulla e praticano la loro arte, lontano città. In fondo, se hai talento, non importa a nessuno da dove vieni o dove vivi.

Prenderesti mai in considerazione di tornare a vivere in una grande città?Non mi reputo proprio un tipo da metropoli, ma nella vita non si può mai sapere, e sono sempre pronto al cambiamento. 

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Alma Vassallo ha vissuto a Milano per frequentare un corso di Graphic Design, ora vive e lavora come graphic designer e fotografa freelance a Savona.

In che modo vivere a Milano ti ha fatto crescere a livello creativo?
L’esperienza milanese, seppur breve, mi ha restituito una notevole quantità di nuovi stimoli, prospettive e desideri. Questo si è riverberato sulla mia crescita creativa grazie all’ampia offerta culturale, alla natura poliedrica del tessuto sociale e soprattutto grazie al percorso di studi che ho scelto.

Perché hai deciso di trasferisti in una realtà più piccola?
Con il primo lockdown sono rientrata in Liguria dalla mia famiglia, per evitare la solitudine che l’isolamento, la sospensione delle lezioni e la perdita del lavoro avrebbero comportato. Ero convinta che sarebbe stata una fase breve, transitoria. Tornare a casa, vicino al mare, mi ha invece riportata a un ritmo lento, dedicato a quel tipo di osservazione difficile da raggiungere a Milano.

Cosa vedi nel futuro di Milano, e cosa ti manca della città?
Nella Milano post-Covid vedo grande risposta e trasformazione alla nuova realtà. Vedo nuovi spazi e nuove metodologie di approccio. Di Milano mi manca la sua proposta culturale, le persone con cui stavo condividendo visioni e progetti, l’indipendenza dei miei spazi, sentire la mia identità in potenza.

Cosa ne pensi del futuro delle industrie creative in relazione al discorso locale/metropolitano?
Le industrie creative delle grandi città accolgono un bacino molto ampio di professionalità sempre aggiornate; quelle locali tendono alla conservazione e allo stazionamento. Il movimento sinergico tra queste non potrebbe che arricchire entrambe le parti, nonché la creatività stessa. Due entità naturalmente antitetiche, la provincia e la città, fondendosi creano una sintesi. Tale sintesi si pone come elemento terzo e positivo. 

Prenderesti mai in considerazione di tornare a vivere in una grande città?Tornare nella mia città natale è una situazione momentanea: appena avrò la possibilità vorrei trasferirmi nuovamente in una metropoli, sogno Berlino da almeno due anni. 

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Giovanni Filippi è un fotografo e ha vissuto a Parigi e a Barcellona per stabilirsi successivamente a Milano. Oggi vive e lavora nella sua città natale, Palermo.

In che modo vivere in così tante metropoli ti ha fatto crescere a livello creativo?
Lasciare Palermo e partire per il mondo mi ha dato la possibilità di crescere, in primo luogo come essere umano. Quando ti trovi in posto nuovo, con gente che non conosci e con una città ancora da esplorare, devi fare i conti con te stesso, ed è come partire da zero. Avevo deciso di voler fare il fotografo e le città erano come un tesoro da scoprire, mi proponevano eventi e opportunità che prima di allora non conoscevo. Ero come un cercatore d’oro, ma lo cercavo dentro me. 

Che pro ha Palermo rispetto a queste città? Quali aspetti ci sono che non hai o non troveresti mai in una metropoli?
Palermo è unica perché ti accoglie svelandoti pian piano i suoi segreti. Per cogliere la sua unicità devi provare ad amarla anche quando ti fa soffrire.Ne sei parte e la ami, ma allo stesso tempo vuoi scoprire tantissime altre strade. È solare, ingenua, aperta. Mi dà la possibilità di essere curioso.  

Cosa ti manca delle metropoli in cui hai vissuto?
La cosa che più mi manca in assoluto è dialogare e confrontarmi con fotografi e creativi di ogni genere e nazionalità. Ogni persona che ho conosciuto mi ha dato stimoli e spunti interessanti, impattando il mio processo creativo e personale. Mi manca anche l’anima di una città come Milano, la sua forza creativa e stimolante, gli eventi artistici di ogni genere, la cultura e l’arte. Ricordo che all’inizio non la comprendevo, ma ho continuato a crederci finché non l’ho sentita casa.

Prenderesti mai in considerazione di tornare a vivere in una grande città?
Assolutamente sì, anche se sono convinto che la creatività di una persona non sia misurabile sulla base della città in cui vive. La creatività è qualcosa che si ha dentro, nasce da un’esigenza di esprimersi attraverso lo sviluppo e la ricerca. Ora, qui e in qualsiasi luogo.

Cosa ne pensi del futuro delle industrie creative in relazione al discorso locale/metropolitano?
Il futuro delle industrie creative è in forte fermento e cambiamento. Quest’anno ci ha costretti a vivere una realtà inaspettata, quindi a sperimentare nuove vie creative e possibilità che fino a qualche tempo fa neanche immaginavamo.

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Crediti

Testo di Carolina Davalli
Immagini su gentile concessione delle persone intervistate