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      moda Gloria Maria Cappelletti 18 giugno 2015

      la moda responsabile è lavoro e dono, non beneficenza

      Intervista a Simone Cipriani, fondatore di Ethical Fashion Initiative, ospite di Pitti Uomo con l'evento Constellation Africa.

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      Oggi, 18 giugno alle ore 12:00, andrà in scena per la Fondazione Pitti Discovery il tanto atteso progetto Guest Nation, spazio che la manifestazione fiorentina riserva ai nuovi protagonisti della scena economica globale. L'evento speciale porta il titolo di "Constellation Africa" ed è realizzato in collaborazione con Ethical Fashion Initiative
      Noi di i-D abbiamo deciso di raccontarvi il dietro le quinte di un attivismo etico d'eccezione che punta a promuovere i talentuosi designer del continente africano e che si batte per un'industria delle moda più equa.
      Ecco cosa Simone Cipriani, fondatore e responsabile, ci ha raccontato.

      Quando hai iniziato Ethical Fashion Initiative cosa volevi che fosse?

      Volevo che Ethical Fashion Initiative fosse una piattaforma per moltissime persone ai margini del sistema: artigiani, micro-imprenditori, soprattutto donne degli slums urbani africani. Volevo che questa iniziativa gli permettesse di uscire dalla povertà tramite il commercio ed il lavoro. La mia visione era che questa fosse una piattaforma basata sul mercato della moda, includendo le grandi capacità di questi artigiani. Quelli che ho incontrato in Africa nel corso degli anni hanno capacità che sono particolarmente adatte per il mondo della moda. Inoltre, la mia intenzione, creando l'EFI, era di supportare il cambiamento che sta avvenendo nel settore della moda, che sta tornando a concentrarsi sulle capacità manuali e le tecniche artigianali.

      Finora che difficoltà hai incontrato in questo progetto, se ne hai incontrate?

      La logistica. Lavorare in condizioni marginali crea problemi con le spedizioni, il settore bancario e l'organizzazione del lavoro. Ho anche incontrato difficoltà nel relazionarmi con le aziende di moda di media grandezza e i distributori. Spesso le grandi aziende vogliono lavorare con noi ma questo significa che quelle più piccole si devono adattare a un nuovo tipo di lavoro. A volte c'è della riluttanza. Ho anche notato che la gente del settore ha perso la conoscenza, soprattutto dalla parte del design, del lavoro artigianale e del capire le lunghe tempistiche del lavoro manuale. La gente richiede cose che sono impossibili da realizzare lavorando a mano, come campioni fatti in una settimana. Poi ho vissuto il problema dell'accesso alla comunicazione e ai consumatori: agli inizi era difficile avere accesso ai media e ai giornali. Per fortuna qualche giornalista e visionario, come Suzy Menkes, ha mostrato supporto dalle prime fasi e ne sono incredibilmente grato. Il ruolo della stampa e dei media è molto importante per lo sviluppo di questo settore.

      Fino a dove speri di spingerti con questo progetto?

      Vorrei coinvolgere molta altra gente nella produzione: molti altri artigiani da tutti i paesi in via di sviluppo. Di avere 10 volte il personale che abbiamo ora. Inoltre, qualcosa cui non ho pensato quando ho iniziato l'EFI, ma che ho realizzato lavorando per ampliare il ruolo dei fashion designers in Africa. Vorrei avere più di questi designers nella squadra, e vorrei che questo progetto diventasse una piattaforma di lancio per i designers africani, per farli diventare grandi in tutto il mondo. Il mio scopo è di vedere almeno 10 marchi riconosciuti a livello internazionale e 20 altri inclusi su piattaforme mondiali e rappresentati in negozi selezionati.

      Quanti fashion designers sei riuscito a coinvolgere con Ethical Fashion Initiative?

      Abbiamo lavorato con 27 designers e partners internazionali e supportato 17 designers esordienti dall'Africa.

      Ci sono dei fashion designers affermati che vorresti coinvolgere nell'iniziativa?

      Certo, sogno Hermès. Ma sembra molto difficile. Ora mi sto concentrando su nuovi nomi emergenti da tutto il mondo: avere i brands del futuro che collaborano con noi.

      Ti consideri un attivista?

      Sì, lo sono. Assieme a Vivienne Westwood, che è la miglior attivista che io abbia incontrato nella mia vita.

      Come possiamo, tutti noi, rendere il mondo un posto migliore?

      Partecipare come consumatori. La gente deve consumare meglio, in maniera più responsabile. Dobbiamo eliminare i consumi superflui. Incoraggio anche le persone a chiedere la storia dei prodotti che consumano e di adattarsi allo stile di vita che si basa su questa. L'EFI è lavoro, non beneficenza, ma a volte donare a chi ha bisogno è un bene. Ci sono persone che non possono lavorare: bambini, malati, gli anziani... In questi casi, donare è un dovere che deriva dalla nostra natura umana, con la nostra presenza nel mondo. Se sei sulla Terra, è parte del tuo dovere naturale. Come direbbero i giuristi, ci sono due tipi di doveri: le obbligazioni civili, che derivano dalla legge, e le obbligazioni naturali. Le obbligazioni naturali derivano da essere umani. 

      ethicalfashioninitiative.org

      pittiimmagine.com

      Crediti

      Testo Gloria Maria Cappelletti

      Immagini gentilmente concesse da Ethical Fashion Initiative

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