Illustrazione di @jutasupersocial

breve storia (non esaustiva) delle teorie riparative in italia

E perché sono una stronzata fatta e finita.

di Silvia Pilloni
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28 giugno 2019, 10:40am

Illustrazione di @jutasupersocial

Questo contenuto fa parte della Pride Week 2019, la nostra settimana tematica che vuole raccontare storie, persone e avvenimenti che fanno parte della cultura queer. Perché lo abbiamo già detto un po’ ovunque, ma vale la pena ricordarlo: i-D è a favore dell’amore, in tutte le sue forme. Dell’uguaglianza, a tutti i costi. Della tolleranza, senza eccezioni. Buona settimana del Pride a tutti, ci vediamo sabato tra le strade di Milano per celebrare l’orgoglio LGBTQ. Qui la nostra contributor Silvia Pilloni affronta un aspetto poco conosciuto ma piuttosto diffuso del mondo queer italiano.

Siamo onesti: chi non è gay e non ha un amico o un parente che fa parte della comunità LGBTQ+ probabilmente non avrà sentito parlare di due film recenti intitolati La diseducazione di Cameron Post e Vite cancellate, né dell'argomento di cui trattano: le terapie riparative, anche dette di conversione. Con questi nomi (convenientemente generici) si indica una serie di processi fra cui terapie psicologiche, rieducazioni comportamentali, attività fisiche e punizioni, spesso violente e umilianti, mirati a curare le persone omosessuali (o che, più genericamente, fanno parte della comunità LGBTQ) per ristabilirne una presunta eterosessualità naturale e soffocata.

Il termine "riparativa" deriva infatti dall'idea—teorizzata negli anni '80 dalla psicologa britannica Elizabeth Moberly e negli anni '90 da Joseph Nicolosi, psicologo americano e vero profeta di queste terapie—per cui il desiderio omosessuale nascerebbe dalla necessità di soddisfare un rapporto genitore-figlio insufficiente, che non ha permesso il completo sviluppo sessuale dell'individuo. Questa devianza sarebbe quindi curabile attraverso una terapia capace di ristabilire una corretta identità di genere (ovvero gli stereotipi secondo cui le ragazze devono indossare le gonne, lavare i piatti e tingere le unghie di rosa, mentre i ragazzi devono giocare a calcio, bere birra e fare a gara a chi riesce a pisciare più lontano) e i giusti rapporti di amicizia, guida e stima fra persone dello stesso sesso.

Nonostante non esistano studi che dimostrano l’efficacia delle terapie di Nicolosi & co. (e al contrario i dati relativi ai danni fisici e psicologici di chi è stato esposto a questi trattamenti sono fin troppo numerosi) e nonostante da oltre 20 anni le associazioni internazionali di psicologi e psichiatri si siano espressi più volte a condanna di queste teorie (in Italia ad esempio nel 2010, nel 2011 e nel 2013) su queste basi sono nati numerosi centri di terapia in tutto il mondo.

La loro struttura è a metà fra quella delle comunità di auto-aiuto (come gli Alcolisti Anonimi, da cui hanno mutuato il percorso dei 12 passi o le espressioni rituali “ciao sono Marco e sono un alcolista/omosessuale”) e quella delle sette religiose (con cui hanno in comune una radicale separazione dall'ambiente esterno, dipinto come ostile e limitante per la guarigione).

Le tecniche includono terapie psicologiche di gruppo, ipnosi, finti funerali e terapie di avversione, in cui si cerca di associare ai pensieri omosessuali stimoli fisici negativi, spesso indotti (o autoindotti) con scariche elettriche sul corpo o, nelle situazioni più estreme, sui genitali. Molti di questi centri fanno capo alla NARTH, l'Associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell'omosessualità, fondata proprio da Nicolosi negli anni '90. Molti, inoltre, hanno un legame con la chiesa e la comunità cristiana, o il loro sostegno.

La situazione è più conosciuta in America, dove negli anni il movimento per i diritti delle persone LGBTQ+ ha denunciato più volte i metodi delle organizzazioni anti-gay e la loro tendenza a targetizzare in particolare adolescenti. Centri di questo tipo, però, esistono anche in Italia. L’argomento ha raggiunto il momento di massima visibilità nel 2009, quando la canzone di Povia Luca era gay ha raggiunto la seconda posizione al Festival di Sanremo, perdendo il trofeo, abbastanza ironicamente, proprio a favore di una persona omosessuale (anche se il coming out di Marco Carta è arrivato quasi dieci anni dopo).

Il titolo racconta tutto quello che c'è da sapere sulla canzone: è la storia di “Luca”, da gay a eterosessuale rinato, sposato e certificato (da un figlio). Il testo è poco più di un phamplet pubblicitario dei centri di conversione: cita una madre che “mi ha voluto troppo bene, un bene diventato ossessione” e un padre che “non prendeva decisioni ed io non ci riuscivo mai a parlare”. Un trauma affittivo dell'infanzia che, proprio come teorizzato Moberly e Nicolosi, ha portato Luca prima a una identità “sempre più confusa” e poi a esperienze omosessuali (“cercavo negli uomini chi era mio padre andavo con gli uomini per non tradire mia madre”), fino all'incontro con la donna giusta e il lieto fine col perdono dei genitori (“caro papà ti ho perdonato”, “mamma ti penso spesso ti voglio bene”) e la piena realizzazione eterosessuale (“ma adesso sono padre e sono innamorato dell’unica donna che io abbia mai amato”).

Povia è stato ben attento a dire “questa è la mia storia, solo la mia storia, nessuna malattia nessuna guarigione," un disclaimer molto simile a quello che si trova ad esempio nell’homepage del sito di Courage (una delle associazioni più attive in Italia e che nella sezione “testimonianze” riporta diverse versioni in prosa della canzone di Povia) ma che giustamente non era bastato per evitare un temporale di polemiche: dall’indignazione di Aricigay, pronta a bloccare il festival, alla difesa di Bolonis fino al “c’eravamo arrivati prima noi” di Striscia la Notizia.

Non è stato però il primo momento d’allarme nel nostro Paese: Natalia Aspesi, ad esempio, aveva parlato delle terapie riparative in un’inchiesta per Repubblica pubblicata quattro anni prima, nel 2005. Il gran baccano di Sanremo forse si è fatto notare sul momento, ma a distanza di anni ha sedimentato ben poco. Oltre lo schermo televisivo, continuano intanto le inchieste su cosa succede durante le terapie riparative. Nel 2015 un cronista di L’Espresso ha partecipato a un incontro organizzato da Courage e ha raccontato quello che ha visto: un mix di fanatismo, auto-punizione e violenza psicologica. In un altro articolo lo stesso giornale denunciava la galassia di siti e gruppi che predicavano la guarigione dall’omosessualità.

Più di recente, a gennaio 2019, Arcigay ha denunciato nuovamente la presenza gruppi che applicano terapie riparative in Italia e lamentato l’assenza di una legge che ne vieti l’operato sui minori (un disegno di legge proposto nel 2016 da 18 senatori fra cui il presidente onorario di Arcigay Sergio Lo Giudice, non è mai neanche stato discusso).

Nel frattempo Povia continua a cercare di combattere il gender e di curare i gay.

Luca di Tolve, il Luca di Striscia la Notizia e – pur con qualche tira e molla – della canzone di Povia, continua a parlare nel suo blog, in interviste e libri di guarigioni miracolose, omodittatura e investimenti divini.

Ciao Darwin trasforma in spettacolo da prima serata l’opposizione fra Family Day e Gay Pride, mettendo sullo stesso piano chi parla d’odio e chi di diritti.

Rete Lenford—Avvocatura per i diritti LGBTI e il Coordinamento Torino Pride hanno dovuto trascinare in tribunale Silvana De Mari perché da mesi conduceva online, in tv e ovunque le fosse possibile una campagna omofoba che, fra le altre cose, sovrapponeva omosessualità e pedofilia.

Verona ha ospitato il più grande Convegno Mondiale per la Famiglia, coinvolgendo i più agguerriti attivisti anti-LGBTQ+ del mondo.

E i dati dell’OCSE confermano che in Italia, il clima, è tutt’altro che ideale:

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Crediti


Testo di Silvia Pilloni
Illustrazione di @jutasupersocial

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