Screenshot dal video di Massimiliano Bomba

Vitelli, il brand di maglieria che racconta l’identità italiana in modo spontaneo e istintivo

Dalla Cosmic Culture degli anni '80 alla complessa ricerca dell'identità italiana nell'era contemporanea: il knitwear per come lo intende Vitelli è un invito a esprimersi liberamente e andare contro gli stereotipi.

di Amanda Margiaria
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29 luglio 2019, 12:53pm

Screenshot dal video di Massimiliano Bomba

Attitudine controculturale, ricerca d'archivio, intuizione, artigianato e identità italiana. Queste le parole chiave di Vitelli, il brand giovane, colorato e irriverente che ha preso il knitwear, l'ha strappato dalle mani alla nonna che sferruzzava sulla sedia a dondolo in veranda e l'ha trasformato in qualcosa di contemporaneo, innovativo e persino futuristico. Tutto ha preso il via dalle subculture italiane a cavallo tra gli anni '80 e '90, in quel breve lasso di tempo in cui l'Italia ha fatto giusto in tempo a prendere un solo respiro tra l'oppressione degli anni di piombo e Berlusconi, per poi cadere di nuovo a picco, nell'oscurità degli abissi. Nello specifico, stiamo parlando del Cosmic italiano (1980-1984), il movimento pacifico e anti-ideologico che si è sviluppato alla fine degli anni '70 al motto de "la musica è cultura". Ma Vitelli si è spinto anche oltre, andando a riflettere su altri momenti delle subculture nazionali, come Trip in Tirolo o Bolerowerk, ispirato alla Kosmiche Musik tedesca degli anni ’70 che è stata parte integrante del Cosmic Sound italiano.

Subculture e identità italiana, dicevamo. Vitelli nasce in un momento in cui è difficile individuare che cosa voglia dire essere italiani oggi, trovando la propria dimensione al di fuori degli stereotipi cinematografici o del solito trittico pizza, pasta e mandolino - e mafia. Quello del brand è infatti un invito: recuperare l'essenza dell'italianità e raccontarla in modo spontaneo, istintivo, senza pensare agli schemi sociali precostituiti. Ed è proprio questo ciò che ha fatto Mauro Simionato, il fondatore del brand. Ha preso il contesto in cui è cresciuto, tra sottoculture semi sconosciute e vita di provincia, e ha deciso di raccontarlo attraverso l'intreccio di due fili: un dialogo inteso come forma di conoscenza e al contempo di evasione da tutto questo.

Ciao Mauro. Sei fondatore e Creative Director di Vitelli, quindi la prima domanda sorge spontanea, quasi: come è nato Vitelli?
Vitelli è nato nel 2016 per un desiderio di tornare al “prodotto” dopo qualche anno dedicato esclusivamente all’art direction, e dopo aver incontrato Giulia Bortoli - che proprio quell’anno stava terminando un master in knitwear per diventare consulente di maglieria, e che tutt’ora con la sua agenzia Studioe sviluppa tutta la maglieria per Vitelli e per alcuni brand di riferimento tra i più importanti al mondo. Ho chiamato il brand Vitelli perché cercavo una parola piena d’italianità, e l’ho trovata in questo sostantivo o cognome non importa - ha un suono italiano, forse italo-americano…ma gli italiani all’estero sono più italiani degli italiani. È anche un tributo ai Vitelloni di Fellini.

Quanto c’è di te in Vitelli? Delle tue inclinazioni e passioni personali?
In queste prime collezioni Gioventù Cosmica c’è una sintesi delle mie passioni degli ultimi 20 anni, ma anche uno sforzo d’osservazione della mia personale “italianità” e del contesto in cui sono cresciuto: l’attitudine “controculturale” negli anni ’90; la “ricerca” come s’intendeva quando andavo a scuola, prima di Instagram, tra riviste libri e dischi e internet lento; l’approccio pressapochista, cafone, intuitivo e vitale della creatività di provincia. Venezia e il suo entroterra industriale da cui vengo, i blue collar e la borghesia, i centri sociali e le discoteche… era tutto binario, provinciale e bigotto, spero la nuova generazione cambi tutto, Vitelli per me è contemporaneamente racconto ed evasione da tutto questo.

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E da dove deriva invece la scelta di concentrarsi esclusivamente su knitwear, rigorosamente prodotto e cucito in Italia?
L’incontro con Giulia mi ha portato a visitare fin da subito i maglifici veneti. Mentre sviluppavamo le prime maglie sentivo di entrare in contatto con la mia terra in modo nuovo, come se stessi lavorando su qualcosa di più complesso che due fili intrecciati. Poi la maglieria è una forma d’artigianato molto completa, aperta alla creatività, parti da un filo per andare più o meno dove vuoi. È difficile, molto specifica, più ne sai più ti coinvolge.

La maglieria non è il settore d’abbigliamento più dinamico che mi viene in mente, eppure Vitelli riesce a svecchiarla e renderla estremamente contemporanea. Qual è stata la maggior sfida che avete dovuto affrontare in questo tipo di storytelling?
Mi sembra che l’associazione maglieria e “classico” o “vecchio” sia un problema ormai superato. Ogni fashion brand propone sempre più knitwear, sempre più sofisticato e creativo. I nuovi brand di riferimento partono con blocchi di maglieria in collezione, senza porsi alcuna domanda tipo “la capiranno?” o “si venderà?”. Buyer e clienti finali la capiscono, e se possono la comprano.

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Vitelli è l’immaginario giovane, dinamico e ricercato. La vostra prima serie di collezioni, Gioventù Cosmica, appunto, si rifà allo stile cosmic italiano (1980-1984), un movimento pacifico e anti-ideologico dai riferimenti culturali estremamente precisi. Perché questa decisione di unire subculture giovanili e maglieria?
Per me la cosa interessante è cercare riferimenti nella storia culturale e contro-culturale italiana per reinterpretarla in modo contemporaneo. Vitelli cercherà sempre di raccontare storie italiane attraverso l’immagine e il prodotto. Io a Venezia a 16 anni ero Mod e non mi ponevo affatto il problema dell’italianità, ma non dovevo confrontarmi con il mondo ogni giorno e quindi non sentivo il bisogno di approfondire la mia provenienza. Oggi, con il problema dell’identità, credo sia faticoso trovare una voce propria - cosa vuol dire essere italiani, al di fuori degli stereotipi e dell’immaginario cinematografico ecc. Per partire ho scelto una storia italiana moderna, per lo più sconosciuta e nascosta dietro un aggettivo molto generico (“cosmica”), legato in realtà al nome di un club dei primi anni '80 (il Cosmic di Lazise) e alla scena sviluppatasi dentro e attorno a quel luogo. Mi piace vedere quello che facciamo con Vitelli come un invito, una traccia: provate a raccontare italianità nel modo più istintivo possibile, sperando interessi a qualcuno.

Come avete sviluppato la comunicazione del brand?
Lo studio sull’estetica cosmica è iniziato con due amici ricercatori, Massimiliano Pace e Michele Galluzzo. Con loro abbiamo spiato i gruppi Facebook e i blog di chi “c’era”, persone oggi più o meno cinquantenni che ancora si sentono parte di una tribù e che tutti i giorni condividono brani musicali, foto e racconti. Questa è la fonte primaria dei nostri riferimenti grafici e stilistici, ma soprattutto della comprensione di cosa fosse essere cosmici nell’Italia dei primi anni '80, alla fine degli anni di piombo e appena prima di Berlusconi e dei Paninari. Abbiamo disegnato con Christopher Salvo il sito vitelli.eu con un look più fanzinaro e web 1.0. Poi abbiamo cominciato a costruire il nostro stile cosmico d’oggi, con Giulia alla maglieria e con il design di Xhefri Londo e poi di Ana Andrade. Collezione dopo collezione è un processo continuo, in corso.

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Una storia che mi ha colpito molto è la capsule Bolerowerk, che trae invece ispirazione dall’equivalente tedesco di questo movimento, la Kosmiche Musik degli anni ’70. Ci racconti più nel dettaglio come ha influenzato concretamente il design Vitelli?
Parte integrante del Cosmic Sound originale 1980-1984 arrivava dal kraut rock e dalla “musica elettronica” tedesca a partire dai Kraftwerk. Il brano di chiusura del Cosmic Club suonato all’alba da Daniele Baldelli era spesso Bolero di Kebekelektrik, una marcia proto-tecno molto tamarra ma rappresentativa del mood durante le serate al Cosmic. Il brano ha una “ventola” continua di fondo, il basso italo sempre uguale per quasi un quarto d’ora, con sopra un synth a tema Bolero di Ravel e vari arpeggi cosmici e drum machine. Abbiamo cercato di reinterpretare queste due dimensioni in maglieria: base nera minimal in cashmere rasato, “rimagliata” con lavorazioni multicolore fatte a mano. Così sono nate le tute di Bolerowerk. Per lo shooting abbiamo creato una serie di sculture-ventola in legno dipinte a mano, sia per richiamare la “ventola” che per citare la psichedelica degli hippy toys. Con le maglie e le sculture realizzate da Leonardo De Marchi, che cura le grafiche di Vitelli, abbiamo partecipato come ospiti alla mostra Arte Cinetica: il Gruppo Mi a Roma lo scorso dicembre.

Collaborazioni eclettiche e poliedriche (come quella con Fantabody) sembrano essere un altro leitmotiv di Vitelli. Qual è la ragione che vi fa credere così tanto nell’unione di forze con realtà diverse?
Fantabody di Carolina Amoretti lavora nella rappresentazione del corpo femminile sia con il prodotto che con la fotografia, o i video. E lo fa in una maniera italiana, o comunque ponendosi il problema del significato di tale aggettivo. Questo ci ha aiutati nell’affiancare i nostri progetti per una stagione. Neith Nyer l’anno scorso fu una collaborazione fondata sul tema del “bello”, o meglio un confronto sul brutto - Kiko il direttore creativo di NN è brasiliano, il suo approccio nell’ elevare il brutto è “di pancia” come la cosmica italiana. A settembre lanceremo la nostra terza collaborazione, questa volta con Barragàn, un brand messicano-newyorkese con cui abbiamo in comune non solo un’estetica ma anche un senso d’appartenenza e protezione quasi tribale. Victor rappresenta le sue radici in modo molto diretto e contestualizzato, io lavoro su un immaginario più onirico e nostalgico, è stato molto bello dialogare in questi mesi.

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In occasione di questa intervista pubblichiamo in esclusiva un long-lenght video di Massimiliano Bomba realizzato per il lancio del nuovo progetto Doomboh. Cos'è Doomboh?
Doomboh è un progetto 100% sostenibile, presentato lo scorso marzo nel nostro nuovo Spazio Vitelli qui a Milano. Raccogliamo gli avanzi e scarti di produzione dai maglifici veneti e li riutilizziamo per creare nuovi prodotti attraverso una lavorazione molto specifica ideata da uno dei migliori ricamatori al mondo (Fa Ricami), il tutto nel raggio di pochi chilometri di distanza. I teli ricamati con questi fili di recupero assumono sembianze “organiche”, come delle radici, o richiamano i lavori di videoarte Settanta e Ottanta, e li abbiamo utilizzati per produrre sia maglie che oggetti simili a cuscini. A prima vista questi oggetti rimandano a una dimensione bambinesca, vanno toccati per essere capiti, hanno forme strane ma sono avvolgenti… da qui il nome Doomboh. Ho poi chiamato Bea per creare una performance in cui cinque persone interagissero in assoluta libertà con gli oggetti per cinque ore, sia singolarmente che collettivamente. Massimiliano ha filmato i movimenti con Hi8 e lavorato in post con un mixer analogico per dare gli effetti cromatici ispirati alla video-arte di fine anni '70. Il sound è del collettivo parigino Red Lebanese. La performance è stata anche scattata da Nicolò Bagnati.

Cosa c’è nel futuro di Vitelli?
Nel futuro prossimo di Vitelli c’è una presentazione (per la prima volta) in calendario ufficiale alla prossima Milano Fashion Week, con un after party curato da Spiritual Sauna. Ci sono nuovi designer nel nostro ufficio stile e nuovi art per immagine e contenuti, e saremo rappresentati da un’agenzia di Parigi che punta solo su brand sustainable da tutto il mondo. È bello vedere questo progetto crescere e prendere forma, ma continuo a sperare che i nuovi creativi in Italia guardino a Vitelli e agli altri brand emergenti come una nuova base culturale su cui costruire la propria identità e la futura italianità.

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Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Video di Massimiliano Bomba
Performance di Bea Viinamaki
Performer Bea Viinamaki, Giovanna Chiades, Daniele Tollot, Lorenzo Moscato
Fotografia di Nicolò Bagnati
Grafica di Leonardo De Marchi

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