storie di cittadine italiane che l'italia non vuole riconoscere

Si torna a parlare di Ius Soli, ma spesso senza cognizione di causa. Nawal, Marwa e Insaf sanno fin troppo bene cosa significa non essere riconosciute dal paese che ami e in cui vivi da quando sei bambina. Qui le loro storie.

di Sabika Shah Povia
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06 giugno 2018, 8:23am

Screenshot dal video di i-D A Guide To Young Love And Muslim Faith In 2018.

Segui i-D su Instagram e Facebook.Negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, il tema dei diritti delle donne si è fatto sempre più urgente e diffuso. Ma la strada da fare per approdare a una vera uguaglianza è ancora molta. Dopo la nostra Women's Week, lasciamo oggi spazio alle storie ascoltate da Sabika, che ci racconta com'è vivere in un paese che ami e di cui ti senti parte da 10, 20 o 30 anni, ma non poter ottenere la cittadinanza.

Crescere come figlie di immigrati in Italia non è affatto semplice. Crescere come figlie di immigrati musulmani è ancora peggio. E non perché, come spesso leggiamo sui giornali o vediamo in televisione, gli immigrati musulmani sono tutti brutti e cattivi, ma perché le leggi di questo paese non ci tutelano e i pregiudizi di molti, troppi concittadini fanno il resto.

I più comuni? La donna musulmana non può essere laica. La donna musulmana deve portare il velo, non può uscire di casa da sola, non deve studiare, viene costretta a sposarsi giovane, non lavora. La donna musulmana è vittima, non può essere indipendente e autonoma, ha bisogno di essere salvata. I suoi genitori poi, non ne parliamo: bigotti, ignoranti, retrogradi, violenti e poco integrati. I suoi valori non sono compatibili con quelli italiani, la sua religione è soffocante, quando non direttamente di stampo terroristico. Il suo paese di origine vive nel passato ed è probabilmente desertico. Insomma, sicuramente è un posto terribile in cui vivere (anche se tra minareti, stoffe colorate e bazaar di spezie, rimane ottimo per aggiornare il profilo Instagram).

Quando chi la pensa così scopre che la mia famiglia è musulmana, mi guarda come se lo avessi imbrogliato. "Ma come? Hai i capelli al vento, esci la sera, lavori, sei in gamba," dice con lo sguardo perplesso. Ebbene sì, io sono tutte queste cose, e sono anche musulmana. Forse non quella che avevate immaginato, ma non per questo meno musulmana. Come me, tante altre ragazze sono attive nel tessuto sociale italiano, sono di famiglia musulmana e hanno origini straniere. Siamo le figlie legittime di un'Italia che non sempre le riconosce. Tra i loro nomi ci sono quelli di Nawal, Marwa e Insaf, tre ragazze nate nella parte "sbagliata" del mondo. Oltre il mare. In Marocco, Egitto e Tunisia.

Per loro la cittadinanza non è soltanto un diritto, una garanzia o un qualcosa di materiale, ma uno stato d'animo, una conferma. "Per me è un fatto di riconoscimento," mi dice Insaf, vent'anni ma una maturità fuori dal comune. “Vorrei essere riconosciuta per quella che sono."

Insaf è al secondo anno di scienze politiche all'Università di Bologna. Arrivata dalla Tunisia a 9 mesi, aveva compiuto i 18 anni da 20 giorni quando il padre è riuscito a ottenere la cittadinanza italiana, quindi, a differenza delle sue sorelline, sulla carta lei è rimasta tunisina. "Anche se ho un legame affettivo molto forte con il mio Paese d'origine," mi spiega candidamente, "per me oggi la Tunisia è soltanto il luogo in cui vado in vacanza e dove vivono i miei parenti. Non ho mai avuto un legame da 'cittadina' con la Tunisia, come quello che invece ho con l'Italia." Per una ragazza che sogna di fare politica e che ha dovuto rinunciare per ben due volte ad un'opportunità interessante per la sua carriera a causa del suo status giuridico [non si è potuta candidare alle elezioni comunali di Pavullo, né a un tirocinio presso il Parlamento Europeo], deve essere frustrante seguire passivamente lo svolgersi della situazione politica italiana contemporanea, forse il momento più controverso della nostra storia recente.

"I miei amici mi chiedevano delucidazioni sui partiti e i loro programmi e consigli su chi votare, e il 4 marzo scorso sono stata l'unica a non poterlo fare," ricorda con amarezza. "Non ho potuto adempire al mio dovere da cittadina recandomi alle urne per fare una scelta responsabile, come non ho potuto mettere in pratica i miei studi. È stata una doppia frustrazione."

Anche Nawal non ha potuto votare, nonostante abbia 30 anni e sia arrivata dal Marocco quando aveva appena un mese di vita. È un'attivista da quando aveva 14 anni, e da allora si dedica a fare volontariato, schierandosi sempre dalla parte dei più deboli. Dal 2013 è diventata il punto di riferimento per i migranti che passano dalla Sicilia. Loro la chiamano mama Nawal, mentre in Italia è soprannominata "l'angelo dei profughi". Fornendo le coordinate delle imbarcazioni abbandonate dai trafficanti alla Guardia Costiera, Nawal nel corso degli anni ha salvato migliaia di migranti da un tragico epilogo in mare. Li ha accolti, vestiti e nutriti, ha fatto loro da traduttrice, mediatrice, amica e guida.

"Non è un lavoro per me, è una missione," mi spiega. Con i lavori saltuari che fa e il tempo che investe nel restituire la vita a chi guarda con fiducia all'Europa, Nawal non è in grado di garantire un reddito minimo e un contratto di lavoro a se stessa. Questo fa sì che non riesca ad ottenere la cittadinanza italiana. Eppure qualcuno si è accorto di ciò che sta facendo: l'Europa. Per aver messo in salvo più di 20mila persone, nel 2016 Nawal ha ricevuto il "Premio di Cittadino Europeo". Una ragazza senza paese europeo, una marocchina, che diventa "cittadina europea" dell'anno. "Mi dispiace l'Italia fatichi a riconoscere il mio amore verso questa terra," mi confessa. "Ma chi fa volontariato spesso cerca proprio di tappare i buchi istituzionali del paese che ama."

Un Paese, l'Italia, che Marwa ha amato così tanto che quando si è trovata a dover scegliere tra il "tornare" in Egitto con l'uomo che amava o restare qui, ha scelto di restare qui. Arrivata giovanissima, Marwa oggi ha 33 anni e non ha avuto grosse difficoltà a integrarsi. Durante una vacanza nella sua città natale, Alessandria d'Egitto, conosce un professore universitario molto affascinante e molto più grande di lei. Se ne innamora. Si sposano, tornano in Italia, hanno una figlia insieme, Mariam. Lui poi decide di tornare in Egitto. "Prese questa decisione da solo, chiedendomi di tornare con lui," ricorda Marwa. Forse, nella sua scelta un ruolo lo ha avuto anche la società egiziana in cui è cresciuto. Allo stesso modo, Marwa si è sentita più vicina alla sua di società. Quella italiana. E così non è partita. "La mia casa è qui, non avrebbe avuto senso andare via."

Marwa oggi ha la cittadinanza italiana, ma non ha dimenticato quel senso di tradimento e perdita che l'ha accompagnata per tutti quegli anni di ingiustizia e non-riconoscimento. Ed è per questo che oggi è una delle fondatrici del movimento Italiani Senza Cittadinanza, lavora su progetti multiculturali per il comune di Reggio Emilia e lotta ogni giorno per garantire un futuro migliore alla figlia di 6 anni che sta crescendo da sola.

Insaf è laica, Marwa moderata e Nawal praticante. Queste ragazze musulmane non hanno bisogno di essere "salvate". Se riconosciute, sono loro che potrebbero aiutarci a salvare l'Italia. Sono donne immigrate e figlie di immigrati, donne nate e cresciute in Italia o arrivate qui da bambine. Donne che lavorano e pagano le tasse, ma che spesso non vedono riconosciuti i loro diritti. Sono donne forti e indipendenti, donne che hanno lottato per la propria affermazione, che lottano ogni giorno contro stereotipi in casa e fuori casa. Donne la cui vita è influenzata dalla politica, ma a cui non è concesso votare. Donne a cui è stato negato il loro posto nella società e che se ne sono creato uno nuovo con la loro tenacia e resilienza. Per me, le italiane senza cittadinanza sono donne guerriere.

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E se sei italiana, musulmana e femminista? Il racconto di Sodfa Daaji, Presidente della Commissione Uguaglianza di Genere e Coordinatrice del Nord Africa del Movimento dei Giovani Africani ( Afrika Youth Movement).

Crediti


Testo Sabika Shah Povia

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