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giulia caccia dominioni vuole portarvi nello spazio

È una designer appassionata di filosofia classe 1991, ha avuto la fortuna di crescere girovagando per le stanze di Dan Flavin a Villa Panza e oggi siamo sicuri che sentirete parlare ancora molto di lei. Abbiamo parlato con Giulia Caccia Dominioni di...

di Marta Stella
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12 febbraio 2015, 12:10pm

Tassili Calatroni

L'ultima tua collezione sembra pronta per diventare parte dell'equipaggiamento di una navicella spaziale, pronta per essere lanciata in orbita. Ma partiamo dall'inizio: perché SPAZIO GIVA?
All'inizio è stata una questione di fare di necessità virtù, perché il dominio giva.com era già occupato. Volevo un termine che non avesse più di cinque lettere, e GIVA è il nome della prima borsa che ho fatto con un artigiano quando avevo 18 anni. Viene dal mio nome, Giulia Valentina, e quando ho dovuto lanciare effettivamente il mio brand ho pensato che la prima sia sempre l'idea migliore.

Perché in questo momento storico hai deciso di fare moda concentrandoti sugli accessori, precisamente sulle borse?
Anche qui è stata una questione di necessità. Facevo fatica a trovare borse come piacevano a me e fatte come volevo io - non riuscivo a trovare sul mercato quello che stavo cercando. Quindi ho deciso di farle a modo mio, realizzando qualcosa che io personalmente avrei indossato.

Per raccontare la tua infanzia credo che ci vorrebbe più di questa intervista. Proviamoci però…
Sono cresciuta in un mondo molto attento al design, all'estetica, alla filosofia e a tutti i concetti che ci sono dietro. Quando io son nata mia madre ha iniziato a lavorare con mio nonno (Giuseppe Panza, ndr) all'interno della sua collezione, e da lì sin da piccolissima mi ha sempre portato in giro con lei per i musei di tutto il mondo. Ho passato ore dentro i labirinti di Morris, nelle stanze di Flavin. Sono cresciuta completamente circondata dall'arte.

Tuo nonno ha fatto la storia dell'arte contemporanea. Quand'è che hai capito chi era davvero Giuseppe Panza?
Il nonno era una figura molto particolare, poco fisica e molto mentale. Quindi l'ho veramente conosciuto più tardi, anche se purtroppo poco prima che lui morisse. Ma ho fatto di tutto per vivere a pieno quei momenti. Quando ho iniziato ad appassionarmi alla filosofia, circa in terza liceo quando si inizia a studiarla, è stato lì che ho iniziato a capire che il nonno era una fonte infinita di sapere, di ispirazione, e la persona più aperta del mondo. Era un pensatore, un filosofo. Uno che stava delle ore a leggere o a guardare le cose. Quando ho capito tutto questo ho iniziato a seguirlo in giro per il mondo, e viaggiando con lui ho capito chi era davvero. Mi ricordo di alcuni viaggi a New York dove lo spingevo in carrozzella in giro per la città da un museo all'altro e in tutte le gallerie, non ci si fermava mai. È stata un'esperienza pazzesca. Mi ricordo che dentro al Metropolitan giocavamo a riconoscere le opere e lui, anche da moltissimi metri di distanza, non ne mancava una. Le azzeccava tutte. E pensare che al tempo è stato non poco ostacolato. È sempre così. Chi fa la storia arriva prima degli altri ma non ha vita facile. È un po' una disgrazia quella di non essere capito nel tuo tempo.

L'aver capito questo già da così piccola credi abbia poi segnato il tuo percorso?
Ci sono vari episodi che credo mi abbiano segnato personalmente ma anche nel percorso lavorativo che ho intrapreso, e che credo che abbiano poi a che fare anche con la scelta di avvicinarmi alla moda. Diciamo che ho iniziato a capire quel mondo anche dalle piccole cose. Ricordo ad esempio che quando mio nonno ha installato le stanze permanenti di Flavin a Villa Panza, appena sapevo che mi avrebbero portato a Varese mi vestivo sempre di bianco perché così quando entravo in quelle stanze i miei vestiti potevano riflettere quelle luci su di me. Il mio aspetto era già studiato in funzione dell'arte! Era un bellissimo gioco, come del resto lo è l'arte contemporanea.

Ecco, se dovessi spiegarla tu oggi a una bambina cosa le diresti?
Inizierei proprio dal gioco, dal divertimento. Le installazioni ad esempio, sono cose nelle quali puoi entrare e viverci dentro. Le emozioni che ti dà l'arte contemporanea sono dirette, non devi per forza avere una cultura artistica specifica. Me lo conferma il fatto che da bambina le respiravo benissimo anche senza ancora averla studiata. A una bambina direi che un'installazione è l'arte che entra negli spazi, dialoga e forma un'architettura. È l'arte che crea un nuovo spazio.

Qual è secondo te il più grande cliché sull'arte contemporanea oggi?
La provocazione, l'elemento di un filone nel quale non mi ritrovo molto. Secondo me per fare arte non serve provocare.

Il tuo percorso è stato ovvio sin da subito o credi che avresti potuto finire a fare la veterinaria?
Da bambina facevo danza classica e volevo fare la ballerina. Crescendo ho capito che il mio percorso doveva essere l'arte o la moda. In realtà devo dirti che la moda l'ho capita più tardi, quando poi ho realizzato che ti permette di unire molte cose e diverse sfaccettature. Unire insomma tutto ciò che mi piace.

Come gli accessori e la filosofia, leggo nella tua bio. Raccontaci un po' di quest'accoppiata.
Ho fatto il liceo classico, poi ho avuto due anni in cui ho vacillato tra la moda e la filosofia. Ho studiato un po' alla Marangoni e un po' al San Raffaele, perché c'erano personaggi come Cacciari e Severino dai quali volevo andare a lezione. Poi ho iniziato a lavorare per togliermi dall'indecisione, e quando ho capito che gli accessori erano veramente la mia strada ho fatto una scuola specialistica su scarpe e borse, dalla modellistica alla parte più creativa. È un corso che pochi conoscono della rivista Moda Pelle, e credo sia speciale perché gli insegnanti non hanno solo un percorso accademico e teorico ma sono persone che hanno davvero lavorato nel settore, che provengono da aziende o da esperienze nei brand.

Ritornando al cosmo, perché l'ispirazione dello spazio?
È una riflessione sul futuro e un invito al mondo della moda, al modo in cui si produce e si compra - non amo il fast fashion. Ho voluto che ogni accessorio della mia ultima capsule fosse accompagnato da un altro pezzo che fosse prima di tutto funzionale. Ad esempio lo zaino con il k-way o il portafoglio con una borsa in pvc per quando fuori piove. L'ho fatto per un fattore di funzionalità ma anche per far sì che l'oggetto che stai comprando sia protetto, che duri nel tempo e acquisti così un valore diverso. È un piccolo segnale per far capire che la plastica e tutti i materiali in un certo senso chimici si possono usare in modo consapevole. È un po' Interstellar, tra l'altro quando il film è uscito poco dopo il mio video devo dire che ho fatto non pochi collegamenti :D

Credi negli alieni?
Sì. Ho fiducia in loro e spero che esistano.

Parlando di futuro, dove ti vedi tra dieci anni?
È una domanda molto difficile per me perché sono una che cerca sempre di reinventarsi. SPAZIO GIVA è solo una parte di quello che voglio fare, ho mille progetti in testa legati non solo a GIVA come accessori ma allo SPAZIO, cioè qualcosa di più grande che mi realizzi pienamente. Tra dieci anni spero davvero di avere trovato il mio "spazio", in tutti i sensi. Voglio continuare a studiare e formarmi sempre di più, e un giorno magari occuparmi della collezione di famiglia. So che io non potrei mai fare comunque quello che è riuscito a fare mio nonno, ma troverò una chiave per fare onore alla collezione e a tutto quello che ho ricevuto. So di essere molto fortunata.

Cosa consiglieresti al sistema moda sul tema dei giovani?
Da una parte la fiducia. Come anche nel mondo dell'arte, a volte basta una parola di qualcuno che crede in te - come penso abbia fatto mio nonno con molti artisti - per dare il "la" a un percorso. E poi consiglierei di dare più importanza ai valori, proporre un mondo un po' più etico, che è quello che noi più giovani stiamo riscoprendo. I grandi brand sono nati in altri tempi, o meglio sono esplosi negli anni '80-'90, quindi la loro visione è diversa. Ora abbiamo bisogno di qualcosa che rifletta il nostro tempo e che si fermi anche a pensare su ciò che attorno, anche quando si parla di moda. Come vedi la filosofia non si libera di me.

Visto che ti piace filosofeggiare, qual è la domanda che ti perfora di più il cervello?
Mi interrogo sull'essere umano, sul perché non riesca a riconoscere e capire il suo scopo. Non ce la faccio io stessa a capirlo, ma quello che mi chiedo più spesso è il perché non riusciamo a capire in che direzione stiamo andando.

Un nome della moda su quale secondo te bisogna puntare oggi?
Arthur Arbesser.

Visto che sei tu la vera insider, che percorso consiglieresti a chi visita per la prima volta Villa Panza?
Se si volesse seguire davvero la filosofia di mio nonno non bisognerebbe entrare dall'entrata principale ma iniziare dalle scuderie, una sorta di percorso quasi inverso per tornare alla fine all'inizio. È una frase un po' nietzscheana, ma credo che tutto torni. Personalmente non credo molto nel tempo lineare, quindi consiglio di visitarla così. La puoi vedere da dove vuoi e poi lasciarti portare. Ma soprattutto non entrare con dei preconcetti, consiglio di entrare, guardare e sentire cosa ti resta dentro. L'arte contemporanea è proprio questo.

Descriviti in tre parole.
Pensatrice, negativa e positiva. Di solito tutto quello che creo nasce da una mia negatività che trasformo poi in qualcosa di positivo. È un po' come risorgere dalle ceneri, io mi sento sempre un po' così. 

Crediti


Testo Marta Stella
Foto Tassili Calatroni