il seapunk secondo ultrademon

Abbiamo parlato con Albert Redwine sui tempi andati del seapunk, il ruolo dei social network nello sviluppo delle sottoculture e di pubblicitari sciacalli.

di i-D Staff
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14 maggio 2015, 11:10am

Il "seapunk" non viene neanche definito una sottocultura, ma una microcultura nata nella scena musicale web all'inizio del 2011 grazie a un piccolo gruppo di giovanissimi appassionati di social media che, nostalgici della cultura cyber dei primi anni '90, hanno tentato di riportarla in auge. Avvicinatosi alla cultura di massa solo quando per i suoi fondatori ormai era già un'esperienza passata - nient'altro che il dolce ricordo di un'estate - si è poi trasformato in un vero e proprio fenomeno culturale, attirando l'attenzione di personalità importanti nel panorama musicale internazionale (per esempio con il video Atlantis di Azealia Banks). Una volta avviata quest'ondata cromata in verde e blu, quello che era rimasto del movimento originale era lo stile unico e provocatorio, ricca invece di simboli vagamente mistici come lo ying-yang, immagini di delfini, greche stampo Versace e scritte fluo in stile gotico piazzate un po' a casaccio; consacrando l'inizio della resa kitch e infantile di ciò che invece era un sentimento condiviso che è stato in grado di definire e influenzare un'intera generazione. Una volta iniziato questo processo, ciò che è rimasto caratteristico del seapunk è una sottocultura legata ai trend e alla moda, mentre altri aspetti fondanti, come la musica, sono stati messi da parte.

i-D ha incontrato uno dei fondatori originali del movimento, Ultrademon, in occasione del suo concerto a Milano per Hilton Club.

Il tuo nome è strettamente legato al movimento "seapunk" e persino il New York Times, che solitamente cerca di spiegare le tendenze giovanili a un pubblico più adulto, ti ha scelto come volto del movimento. Qual è stata la tua reazione quando ti sei accorto di aver guadagnato questa reputazione?
L'articolo sosteneva che il seapunk fosse una sorta di scherzo all'interno di internet, una tendenza virtuale che stava semplicemente avendo il suo momento. L'autore dell'articolo era un giornalista di moda e stava cercando di capire la cultura e altri aspetti del seapunk senza riuscirci davvero, ha semplicemente fatto un'approssimazione generica e legata principalmente allo stile. All'inizio non mi piaceva l'idea di essere associato a qualcosa di  in qualche modo di ridicolo, ma il comparire sul New York Times è stata davvero una gran cosa, insomma, avere la mia faccia e il mio nome su una piattaforma del genere ha sicuramente aiutato. Da quel momento abbiamo guadagnato sempre maggiore popolarità, siamo apparsi su One Magazine e persino James Saint James dei Club Kids ha dichiarato che il seapunk fosse una cosa nuova ed emozionante, sai, con il suo stile, le sue tendenze… È stato comunque molto tempo fa, forse il… 2012?

All'incirca. Credi che l'incomprensione che circonda il seapunk sia perché è un movimento molto criptico e che spesso sembra più incentrato sulla moda che sulla musica?
Quello sì, molti fanno fatica a capire che il seapunk fosse localizzato in un luogo e in tempo ben preciso. Eravamo un gruppo di amici, tutti molto appassionati del mondo cibernetico, costantemente connessi… E sì, abbiamo materializzato questo nostro modo di vivere in qualcosa di più "fisico", con la moda e le tendenze, ma nessuno coglie mai l'intensa emozione che vivevamo connessa a tutto quello, non so se capisci. Quell'estate eravamo tutti molto energici e… grati per quello che stavamo facendo.

L'uso di etichette molto rigide sta diventando sempre più frequente per identificare i nuovi generi musicali e delle sottoculture giovanili. Credi sia una cosa che possa davvero aiutare a identificare una nuova corrente, oppure si tratti di una limitazione?
È decisamente utile. Io ho iniziato a utilizzare 'seapunk' come hashtag su Souncloud per indentificare il genere delle mie tracce… di certo non pensavo di star creando un nuovo genere musicale. Lo scopo era di rendere tutto il mio materiale facilmente reperibile; solo successivamente ne è nata una vera e propria "etichetta". Non si è mai trattato di 'capitalizzare' su quel nome o di utilizzarlo come piattaforma per guadagnare un seguito, cercavamo di fare dell'ottima musica, produrre una qualche sottospecie di arte e non solo successi mainstream. All'epoca lo prendevamo molto sul serio ma ora non è più la stessa cosa. Era tutto più facile nel 2011 con Soundcloud, Facebook e Twitter. Ora le corporazioni si sono introdotte e utilizzano questi hashtag per campagne pubblicitarie. Io sono stato avvicinato da dei pubblicitari che mi dicevano 'wow, avrei voluto pensarci io', oppure 'è un'idea geniale, cambierà il mondo' e cose così perché volevano farci dei soldi. Noi invece non siamo mai stati troppo interessati al guadagno, eravamo una comunità creativa molto libera.

L'uso dei social network come Souncloud è stato fondamentale per quanto riguarda lo sviluppo del seapunk e l'acquisto di popolarità e di un seguito. Sembra che Tumblr sia il social media dove il movimento è esploso, cosa ne pensi?

I social media come Facebook e Twitter ci hanno aiutato a creare una fanbase solida nonché a promuovere i primi live. Anche se sono un po' più vecchio dei ragazzi d'oggi, insomma, ho ventisette anni (ride), sono cresciuto online e usavo la rete per creare cose… Online chiunque può fare quello che vuole. Per quanto riguarda Tumblr, be', non siamo mai andati tanto d'accordo. Il seapunk è approdato su Tumblr solo molto molto dopo, quando le persone hanno iniziato a scoprirci, ma il movimento era già morto; erano affascinati dalla nostra estetica, prendevano le nostre cose da Facebook e Twitter, dove avevamo più follower, e poi li copiavano per modificarli e riboggarli.

Tumblr è ancora in voga?

Non saprei, ho imparato a pronunciarlo correttamente per questa intervista. Sto parlando molto delle sottoculture perché in quest'era dominata dalla vita mediatica, identificarne una diventa sempre più difficile. 

Nella tua biografia su Soundcloud parli chiaramente di "future raves". Sei stato un rave-kid?

Mmm, non da subito. Sono cresciuto in periferia e da quelle parti era l'hardcore e il punk ad andare per la maggiore, ci sono entrato in default perché non conoscevo nient'altro. È stato verso i diciannove anni circa, quando era più proiettato verso l'elettronica e con alcuni amici organizzavamo eventi nei magazzini… Quelli sono stati momenti e nottate molte intense, marchiate a fuoco nella mia memoria. È tramite queste esperienze che sono diventato più consapevole della scena. Essendo un raver vecchia scuola sento davvero dentro questa parte della mia vita ed è da tutto questo che proviene la parte punk del seapunk.

Chi è Ultrademon e che cosa ha in comune con Albert Redwine?

L'entità Ultrademon rappresenta la dissociazione, l'essere disconnesso da se stessi, una sorta di trascendenza… è uno spirito incorporeo che incontro quando mi trovo in stato estatico. Quando registro della musica l'unico punto davvero importante per me è riuscire a catturare quell'unico momento di pura magia. Per me Ultrademon è una sorta di avatar, una rappresentazione dell'esperienza umana e dell'essere vivo. Il seapunk che ho creato, con il suo stile, i capelli colorati, quella è la vera rappresentazione di me stesso… È un concetto molto astratto: sono Ultrademon nello stesso modo in cui posso essere qualsiasi altro essere, nella concezione che siamo tutti un tutt'uno. Non si tratta nemmeno di due anime in un corpo… conosci la meditazione? Più che co-esistenza si tratta di trascendenza. È questo che simboleggia.

Come il processo della transustanziazione?
In un certo senso, che credo che derivi dalla tradizione dell'assunzione di funghi allucinogeni nei culti della fertilità, come è espressa nel libro The holy Mushroom and The Cross. Gesù Cristo non era un vero essere umano, era un simbolo per un fungo chiamato Amanita Muscaria… con Ultrademon è più o meno la stessa cosa… ma non c'entra, sto divagando (ride). Sai, tempo fa cercavo di far pensare la gente in maniera diversa, aprire i loro orizzonti, e in realtà ci provo ancora. Ora ho un nuovo album che uscirà il 17 giugno, s'intitola Pirate Utopias e ho diverse nuove cosa in mente. Non ho ancora smesso di fare le mie magie…

Sei incredibilmente metaforico, sai?
(ride) Credo proprio sia il mio tratto caratteristico. In fondo, ciò che mi rende fiero di quello che ho fatto è l'essere stato parte di un qualcosa di grande, di aver lasciato una sorta d'impronta sul panorama globale… mi capisci?

Più o meno. 

Crediti


Testo Aurora Rossini