essere albini nell'africa sub-sahariana

La fotografa ugandese Sarah Waiswa cattura la quotidiana lotta di una donna contro la discriminazione nella pluripremiata serie 'Stranger in a Familiar Land'.

di Sarah Moroz
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01 agosto 2016, 10:05am

photography sarah waiswa

Nella serie 'Stranger in a Familiar Land', Florence Kisombe, una giovane attivista affetta da albinismo, posa negli slum di Kibera. Le immagini esprimono perfettamente lo stigma e il disprezzo della quale la popolazione albina nell'Africa subsahariana è vittima e la fierezza di Florence Kisombe ne diventa il volto. Per usare le parole della fotografa Sarah Waiswa, la serie rappresenta "le sfide che devono affrontare: principalmente dalla società al sole." La pelle diafana di Florence, le sue trecce viola abbinate ad un vestito verde pallido, attirano gli sguardi dei passanti tra curiosità e disprezzo. Lungo il confine meridionale kenyano in Tanzania, la situazione è ancora più drammatica: si crede che gli albini possiedano poteri magici e, per questo motivo, vengono uccisi per la vendita delle loro parti del corpo.

La condizione d'isolamento degli albini emerge con forza nelle immagini di Waiswa. Gli accessori giocosi di Florence --- occhiali da sole oversize, orecchini con le piume --- mostrano quanto lei sia ribelle e anticonformista, ma non riescono a mascherare del tutto il senso di rifiuto che la travolge. Un estratto dal diario di Sarah accompagna una delle immagini, esprimendo come la fotografa si sentisse connessa al senso di isolamento di Florence: "Oggi mi sento brutta. Ieri era ancora peggio. Guardo foto di me stessa e desidero solamente essere qualcun altro. Vorrei essere bella, attraente... A volte non riesco a respirare."

Nata in Uganda, Waiswa ora lavora a Nairobi, in Kenya. Dopo essersi laureata in sociologia e in psicologia, ha scelto di utilizzare la fotografia come mezzo prediletto per catturare quella che lei chiama la "nuova identità africana." La definisce un'identità che nasce proprio nel continente, da una generazione che è meno inibita dalle aspettative e dalle tradizioni del passato. All'inizio di quest'anno, Stranger in a Familiar Land le ha permesso di vincere il Discovery Award al festival francese Rencontres d'Arles.

Cosa intendi quando parli di "nuova identità africana"?
Quando ero piccola c'era un'idea molto chiara di come dovesse essere il "bravo bambino africano." Ciò significa che non c'era spazio per l'espressione, che si parlasse di moda, carriera, identità sessuale e così via. Ciò che ho visto negli ultimi anni è la presenza di tanti giovani che non hanno timore di esprimersi. Seguono i propri sogni e non scelgono il cammino da intraprendere in base alle aspettative altrui.

Come speri di cambiare il modo in cui viene vista l'Africa?
Per troppo tempo l'Africa è stata vista da una prospettiva esterna e per me è importante che, in quanto giovani fotografi, abbiamo l'opportunità di mostrare ciò che vediamo, ciò che per noi è importante. L'Africa deve affrontare delle problematiche molto serie, ma è molto più di questo: ci sono cose bellissime che accadono qui. Mentre mi trovavo ad Arles (dove si tiene attualmente la mia mostra), abbiamo incontrato un fotografo italiano che stava vendendo un libro che aveva realizzato in Etiopia, con ritratti di bambini e altre persone con in braccio galline nei soliti paesaggi desolati che ormai sono entrati nell'immaginario comune. Ecco, questo è uno stereotipo. Quando gli si chiedeva dove fossero state scattate le foto si limitava a rispondere che non se lo ricordava, che non era importante. Non voglio dire che tutti i fotografi occidentali ragionino in questo modo, ma la sua risposta mi ha ricordato come la cultura occidentale continui a sfruttare l'Africa per i propri scopi.

Quali fotografi ammiri, africani e non?
I più grandi: Malick Sidibé, Samuel Fosso, Aida Muluneh, Zanele Muholi e tanti altri! A volte però scopro nuovi fotografi che mi lasciano a bocca aperta. Ad Arles ho avuto modo di conoscere lo street photographer Eamonn Doyle, dall'Irlanda, mi ha lasciata senza fiato! 

Che approccio avevi nei confronti dell'albinismo prima di iniziare il progetto? Dov'è nata l'idea per Stranger in Familiar Land?
Ho trovato un articolo che parlava delle atrocità alle quali vengono sottoposti gli albini in luoghi come la Tanzania e ne sono rimasta scioccata. Poco dopo ho contattato il presidente della ASK (Albinism Society of Kenya) e abbiamo parlato del lavorare insieme per sensibilizzare la gente tramite i social media.

Parlando degli scatti: erano spontanei, improvvisati, oppure attentamente studiati?
Non volevo rappresentare l'albinismo in modo convenzionale. Il progetto è stato scattato negli slums Kibera: ciò che accadeva attorno a Florence era spontaneo, naturale; come la processione ecclesiastica. Abbiamo catturato le reazioni della gente nel momento in cui la vedeva: chi le urlava contro, chi le scattava foto... 

Com'è stato vedere le reazioni che i passanti avevano alla vista di Florence?
Mi ha fatto capire ancora di più quanto necessario sia il progetto. Ho potuto avere un assaggio della sua quotidinità.

Puoi raccontarci di più di Florence in quanto soggetto? Com'è stata la vostra collaborazione?
Inizialmente ci siamo incontrate per parlare del progetto e in quell'occasione mi ha raccontato della sua vita, la sua storia, i suoi obiettivi. Era così tenace e solare; mi ha ispirata. Adoro il fatto che si esprima con tanta libertà. I suoi capelli viola non hanno nulla a cui vedere con il progetto, ce li aveva già. Trovo esprimano la sua natura in modo così spontaneo e naturale.

Questa serie tratta i limiti che ha una comunità nell'accettare ciò che viene concepito come diverso, come gli albini. In che modo l'essere donna peggiora la situazione?
Molti dei soggetti delle mie serie sono donne. Sono particolarmente sensibile al fatto che le donne si trovano spesso ad essere vittime di sessismo e, in molti casi, discriminazione dovuta ad altri fattori (in questo caso l'albinismo). Florence mi ha raccontato che per gli uomini albini è più semplice. 

A quale progetto stai lavorando ora?
"African Cityzens," una collaborazione tra me e il fotografo Joel Lukhovi. Viaggiamo attraverso diverse città africane e documentiamo la vita urbana indugiando su fattori come l'identità, il movimento e lo spazio. Siamo consapevoli del fatto che raramente gli africani visitano altri stati del continente oltre a quello in cui sono cresciuti, perché oltre ad essere costoso in molti casi è anche difficile.

sarahwaiswa.com

Crediti


Testo Sarah Moroz
Foto Sarah Waiswa

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