la questione dell’afroalternativity

Il movimento dell'Afroalternativity riuscirà a continuare ad esprimersi in tutta la sua molteplicità senza cadere nel mainstream?

di Emma Dabiri
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02 settembre 2015, 8:35am

Riguardando le mie vecchie fotografie sono colta da una combinazione di shock, orrore e divertimento in misura uguale perché, come molti altri ragazzi neri cresciuti in ambienti bianchi, le tendenze stilistiche si sono sviluppate senza mai includermi a pieno. Desideravo tantissimo avere lunghi capelli fluenti da poter muovere frustando l'aria e avrei ucciso un uomo a mani nude pur di possedere una bella frangetta bombata che mi cadeva misteriosamente sugli occhi o nel poter essere pallida e interessante e indie - l'abbronzatura sembrava così terribilmente trash.

All'epoca i miei sogni nel cassetto erano avere un culo praticamente inesistente e cosce piccole e magre in grado di adattarsi a skinny jeans ma, ahimè, non erano sogni destinati ad avverarsi! Vari interventi - come lo stiraggio chimico, frange con la clip, extension lisce e l'affamarmi fino allo svenimento - sono tutti stati impiegati nel perseguimento di questi e altri dei miei obiettivi di vita. Mentre i risultati variavano in diversi gradi di successo, c'era sempre la costante sensazione di star cercando di diventare qualcosa che non mi rappresentava. Invece che mostrare orgogliosamente quelli che erano i miei punti di forza, cercavo di sopprimerli e farli diventare un qualcosa che non erano destinati ad essere.

Tutto questo succedeva molto tempo fa e la straordinaria credenza che le persone di colore riescano a sfoggiare una moltitudine di stili diversi sta ora guadagnando un grande seguito nell'immaginario collettivo. In ogni caso, possiamo essere alternativi a modo nostro: 'alternativo' non deve essere letto come 'cercare di essere bianchi'. Insomma, chi vuole avere i capelli lisci in questo periodo? Più grande è la capigliatura afro e meglio è! Tornando a quei giorni, quando andavo nei locali dove la musica veniva definita 'bianca', era normale per me essere l'unica faccia scura nella stanza, ma ora le cose stanno cambiando.

Sono stata coinvolta in praticamente ogni scena musicale possibile e - con l'eccezione di alcuni brevi anni alla fine dei '90 quando ascoltavo R'n'B e il mio aspetto coincideva con le aspettative degli ascoltatori - in linea di massima c'è sempre stata una rottura evidente tra il modo in cui apparivo e i miei gusti musicali. La contraddizione intrinseca di tutto questo resta nel fatto che la maggior parte della musica che ho ascoltato - dalla techno alla house, dal garage al punk fino al rock and roll - è stata creata da gente di colore. Questa storia si concilia comunque molto bene con il fenomeno del whitewashing della cultura popolare.

L'aumento della diversità nei giorni nostri è da attribuire a una serie di fattori. Alcuni anni fa l'iPod shuffle ha letteralmente ucciso la distinzione tra generi musicali nella vita di molte persone, permettendo la creazione di un ibrido di sottoculture. Ora i fighetti si fanno di MDMA ascoltano A$AP Rocky. Nonostante l'indignazione per Jay Z e Kanye come headliner al Glastonbury, è diventato quasi doveroso per gli attori della sfera hip hop e 'urban' suonare a quei festival considerati tradizionalmente 'bianchi'. La nascita dei social network ha contribuito notevolmente a rimodellare il nostro panorama sociale. Forum, messaggi privati, Tumblr e Twitter offrono alle persone precedentemente isolate l'opportunità di connettersi: internet ha facilitato la diffusione di storie e immagini di persona di colore alternative in un modo che le reti tradizionali con le loro pigre caricature ancora non sono riusciti a fare.

La narrativa popolare relega le persone di colore a un universo che si limita alla musica hip hop e RnB. Non fraintendetemi, questi generi restano la fonte di gran parte di quella creatività sonora che spinge la musica popolare ma l'insistenza con la quale si pensa che sia tutto quello che i neri sono stati in grado di produrre, oscura una storia altrimenti ricca di innovazioni in altre sfere musicali.

Con la ricorrente dominazione globale della dance music, sono sconvolta da quanti giovani fan siano ancora ignoranti rispetto alle origini nere della house o della dubstep. È sufficiente pensare alla techno, la colonna sonora della mia giovinezza. Quanti giovani di colore sanno che sono stati tre ragazzi neri della classe media ad averla inventata? Gli esempi di questa soppressione culturale sono infiniti.

Nonostante ci siano stati dei progressi, l'idea che il concetto di alternativo debba essere in qualche modo legato alla comunità bianca resiste ancora ben salda nelle nostre menti. L'Afroalternativity non è di certo iniziata con l'Afropunk ma ci sono davvero pochi luoghi e poche occasioni dove l'alternatività nera viene così celebrata e rappresentata. Il movimento Afropunk si è sviluppato nel 2003 in concomitanza con l'eponimo documentario di James Spooner quando, per la prima volta, i riflettori sono stati puntati sulle legioni di punk afroamericani e le esibizioni di artisti come Bad Brains, Tamar-kali, Chiper e Ten Grand. All'interno del documentario sono presenti anche esclusive interviste a membri dei Fishbone 24-7 Spyz, The Dead Kennedys, Candira, Orange 9mm, The Veldt e TV On The Radio e sia a loro che ai fan sono state fatte domande su temi come la solitudine, l'esilio, gli appuntamenti interraziali e altre tematiche che potrebbero emergere come importanti per un giovane di colore cresciuto in un ambiente bianco e, possibilmente, ostile. Afropunk si è affermato come un classico di culto - ottenendo anche numerosi riconoscimenti - che continua ad attirare un discreto seguito.

Ciò che era iniziato come un semplice documentario si è ben presto trasformato in qualcosa di più grande: sullo sfondo del film, il messaggio riportava la nascita di AfroPunk.com. Dopo il successo degli eventi a seguito del documentario, Spooner e Matthew Morgan, uno dei produttori, iniziarono a realizzare l'esigenza di spazi alternativi per i giovani di colore e nel 2005 inaugurarono la prima edizione dell'annuale Afropunk Festival.

La location dell'Afropunk Festival è rimasta quella originale al Commodore Barry Park di Brooklyn anche se recentemente sembra aver mosso i primi passi verso il dominio globale. Durante il weekend del 23-24 maggio, La Trianon Theatre di Parigi si è fatta epicentro di pura favolosità nera quando disadattati di tutta Europa e non solo hanno deciso di riunircisi per celebrare tutto ciò che è sia nero che bohème.

Sono stata alla mia bella fetta di feste ma non ho ancora sperimentato nessun evento dove così tanti estranei fuori di testa, ma con i piedi ben piantati a terra e sinceramente entusiasti per l'essere così profondamente collegati con altre anime come le loro. L'atmosfera era quella di una reminiscenza dei giorni d'oro dei rave prima che il cinismo vi si radicasse, quando la pista da ballo era uno spazio comunitario.

Durante la manifestazione di Parigi persino la più comune delle domande, da dove vieni, ha assunto un significato completamente nuovo. Per molte persone di colore, da dove vieni contiene un implicita supposizione di non appartenenza, passando da domanda apparentemente innocua a una esplicita richiesta di giustificare la propria appartenenza. La domanda potrebbe essere formulata più onestamente nella forma come sei arrivato qui? oppure perché sei qui.

Nel mio caso - una ragazza nera con la capigliatura afro e un accento irlandese - non c'è un grande quadro di riferimento e 'casa' è poco più di una semplice astrazione, eppure a Parigi per la prima volta nei miei 30 e qualcosa anni di vita, questa domanda non mi ha causato problemi. Non ero l'unica a cui veniva chiesto, veniva chiesto a tutti! Come se ci si aspettasse che in qualche modo di completamente casuale noi tutti venissimo da un posto comunemente associato alla gente nera. Nonostante non sia riuscita a incontrare altri compagni irlandesi neri (come potete immaginare, è una cosa abbastanza comune), la popolazioni era ben rappresentata: dalla Francia all'Italia, dalla Svezia, dalla Germania e dal Regno Unito siamo venuti da tutti gli angoli dell'Europa così come altri sono arrivati in viaggio dagli Stati Uniti. Per quelli di noi cui il concetto di casa risulta complesso, lì il senso di appartenenza era dilagante.

Il mercato è sempre alla ricerca dell'ultima novità su cui lucrare e, con l'aumento della popolarità dell'Afroalternativity, credo che la sfida resterà quella di riuscire a esprimere questo movimento in tutta la sua molteplicità, complessità e diversità senza che l'espressione di sé stessi diventi un attitudine conformista o mainstream. Tuttavia ci sono possibilità immanenti, un senso di attesa, di euforia e di comunità. In tutto il continente, attraverso la diaspora africana - da Atlanta con la Awful Records, un esteso equinapaggio di universitari ritirati e disadattati di periferia, fino alla Principe Records di Lisbona ( l'equivalente del grime inglese direttamente dai ghettiportoghesi) e alla Gqom di Durban (uno spettrale rifacimento della house sudafricana)- sembra proprio che sia giunto il momento in cui si può essere eccitati dall'essere giovani, creativi e neri!

Crediti


Testo Emma Dabiri
Foto Piczo

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