la moda di supriya lele ha un linguaggio in codice tutto suo

Per la quarta cover di “The Get Up Stand Up Issue”, Supriya Lele ci offre uno sguardo esclusivo sulla sua collezione E/P 2020, indossata dalla modella del momento Mona Tougaard.

di Osman Ahmed
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21 novembre 2019, 3:14pm

Questo articolo è apparso originariamente sul numero cartaceo di i-D The Get Up Stand Up Issue 358, inverno 2019

Fin dal momento in cui l’esploratore portoghese Vasco da Gama ha messo piede sulla costa del Keralan nel 1498, l’India è stata una costante fonte di ispirazione per il mondo Occidentale. Sarà forse grazie ai colori vividi delle spezie, alle filosofie tantriche, alla sinuosità del drappeggio dei sari? O forse è solo il risultato di una mentalità coloniale rispetto a un subcontinente abusato? Soggetto sia di fascinazione che di timore, l’India che vediamo presentata nella cultura visuale di moda è quella di stampe batik e intricati vestiti da sposa color oro e cremisi. Tutto ciò che vediamo sono hippy scalzi dentro ad ashrams e dei di Bollywood con facce completamente tinte di blu; vediamo bindi e anelli da naso a eventi come Coachella, splendidi maharaja e cani randagi sui cigli delle discariche.

Grazie al cielo, non è così per Supriya Lele, figlia di un medico Indiano trasferitosi nelle West Midlands. La qualità più rivoluzionaria dei lavori della designer è l'attenzione ed il rispetto attraverso cui filtra ogni riferimento che fa alla sua eredità culturale indiana. La sua non è semplicemente una ricetta tramandata di generazione in generazione, le sue creazioni sono leitmotiv ma accuratamente analizzati e reinterpretati, esaminati e riconsiderati, attraverso gli occhi di qualcuno a cui sono familiari quanto distanti. Questo paradosso è una realtà per molti asiatici inglesi, che sono più del cinque percento della popolazione inglese. Il nostro patrimonio culturale è fonte di schizofrenia — né troppo indiani ma nemmeno totalmente inglesi. È uno spazio liminale, ‘abbastanza questo ma non troppo quest’altra cosa’.

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Tutti i gioielli (indossati in tutto l’editoriale) dall’archivio della modella.

Per Supriya, ogni accenno alla sua eredità culturale deve essere attentamente valutato. Molto spesso viene descritta come una designer indiana, ma in realtà è una designer inglese contemporanea, che semplicemente prende in considerazione e analizza la complessità del suo retaggio. Il suo approccio non è un semplice collage copia-incolla, una fotocopia-surrogato di qualcosa di esotico. È troppo emozionante per esserlo, è troppo intenso. Al contrario, preferisce quello che lei stessa chiama un approccio “scheletrico”. I tessuti di dupioni di seta indiana nella sua ultima collezione, per esempio, sono stati candeggiati, alterati e poi stampati prima di essere tagliati — una metafora perfetta, se mai ne è esistita una. Un sari stampato in xilografia, che sua madre le ha donato, si trova nel suo studio a London Bridge, aspettando di essere ripensato e di diventare qualcosa di totalmente nuovo. “Per me riprodurre non è abbastanza,” spiega con la sua cadenza di Birmingham.

Nel backstage, seguito dalla sua prima sfilata alla London Fashion Week lo scorso settembre, Supriya si trovava immersa in un fiume di lacrime. Era emozionata per ovvi motivi, ma anche estremamente orgogliosa di una collezione che ha fatto praticamente da sola. E giustamente. Era una collezione pulita, con tagli perfetti e piena della sua amata influenza minimalista anni ‘90, così contemporanea che le modelle stavano già segnando ordini per i capi che indossavano.

È stato un ottimo traguardo per lei. Nel brevissimo periodo tra la sua laurea al Royal College of Art e quello della fondazione del suo brand, Supriya non è solamente diventato uno dei brand da donna più venduti del basement di Dover Street Market — le sue trasparenti sottovesti ultra leggere e camicie di maglia sportive sono sparite subito dalle relle del negozio — ma ha colmato con successo il gap tra il suo idolo Helmut Lang e Miuccia Prada.

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Come Supriya, gran parte della seconda generazione di asiatici britannici difficilmente accoglierà l’idea di indossare abiti tradizionali una volta cresciuti, di portare il roti nelle loro lunchbox e di guardare in cassetta i film di Bollywood nei tragitti in macchina per andare a scuola. Il desiderio è quello di essere “normali” - in altre parole, bianchi e inglesi - e di riuscire a indossare qualcosa di moderno, non i soliti sari sovraccarichi di perline che le zie che hanno il quintuplo dei loro anni hanno indossato per tutta la vita.

“Non mi sentirei mai me stessa in un sari,” ha ammesso Supriya. “Ne ho indossato uno e ho pensato: ‘Come posso rendere cool questo look? O anche solo adatto a me?’ Sai, quando ti vesti da sola e hai il controllo del tuo guardaroba, la tua personalità emerge per davvero. Ma alcuni di questi capi sono solo quello che sono. E improvvisamente non riesci a indossarli e parlare il tuo linguaggio in quanto individuo.”

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Scarpe (indossate in tutto l'editoriale) Birkenstock.


Il risultato sono collezioni che hanno un loro linguaggio invisibile, fatto di codici segreti e messaggi nascosti. Per Supriya potrebbe essere un pezzo di una giacca sari trasformato in un bralette in nylon, un Mandra in tessuto check colorato di neon, il telo di un dupatta rivisitato per creare un vestito di chiffon a strati fissato con un nastro scorrevole lo-fi. Il lavoro della fotografa indiana Sohrab Muha ha ispirato Supriya a introdurre il nero (un colore che in India viene indossato molto di rado) nel tailoring, nei vestiti per i fitting e nei cappotti in cotone cerato. Ci sono ovviamente anche colori brillanti - come il fucsia e l’arancione tipici dell’India; il blu pavone contornato dal marrone cioccolato e il grigio scuro - ma sono controbilanciati da influssi giapponesi e italiani, come il nylon e un mood sensuale fluido, appena accennato.

L’approccio scheletrico di cui parlavamo prima riguarda anche il modo in cui costruisce i propri vestiti. Le cuciture sono lasciate semplici, risultando invisibili sui capi velati, così che rimanga solo una traccia dell’intricato modello che delinea il corpo. “Sembra scheletrico perché è il modo in cui guardo la mia cultura, da una prospettiva, appunto, essenziale,” spiega “Nei miei capi ci sono i fantasmi di queste cose.”

Il risultato sono capi che sono allo stesso tempo intrisi di motivi indiani e nomadi da un punto di vista sartoriale. Si tratta di un’ibridazione importante, perché di fronte a un numero sempre maggiore di designer che come Supriya rielaborano la loro eredità culturale, i clienti potrebbero non sentirsi a loro agio indossando abiti che siano palesemente etnici, probabilmente per la paura di scadere nell’appropriazione culturale: “Io credo che le donne a cui mi piace rivolgermi coi miei lavori possano vederci qualcosa di più oltre alla mia cultura.”, riflette, sottolineando che molte persone le avevano consigliato di creare un logo Hindi e usare il Sanscrito nei suoi design, ma lei si è rifiutata categoricamente. “Non c’è bisogno di sbattere in faccia agli altri la propria identità. Dovrebbe essere un’operazione più raffinata di così, più moderna, più fresca,” insiste Supriya.

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Seguendo la sfilata SS20, il numero di rivenditori è raddoppiato, che significa che la label Supriya Lele sarà presto in vendita presso alcune delle boutique più cool del mondo. La designer non potrebbe essere più emozionata. Ne ha fatta di strada dalla spiaggia di Suffolk (Inghilterra orientale) dove ha scattato la sua prima campagna con Jamie Hawkesworth qualche mese fa, una location non lontana da dove lei (e anche lui) sono nati.

Una di queste immagini, che ritrae Paula Anguera in piedi di fronte alla spiaggia in un abito in chiffon sottilissimo color cobalto, come se un pavone fosse piombato tra i gabbiani, rimanda metaforicamente ai contrasti vissuti da molti asiatici britannici, di andare a matrimoni coloratissimi e iper saturati nelle location grigie dei quartieri industriali, di vedere parenti in sari e sneaker alla fermata dell’autobus, o di visitare templi ornati in modo intricatissimo nascosti tra palazzi di cemento. Tutto questo da un solo capo d’abbigliamento bellissimo, sexy e chic per chiunque. Il lavoro di Supriya è un linguaggio sussurrato a chi ha la sensibilità per recepirlo a pieno, ma comprensibile anche a chi ne è un po’ più distante. In qualsiasi modo arrivi, la sua voce è necessaria, oggi più che mai.

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Crediti


Fotografia Daniel Jackson
Styling Alastair McKimm

Capelli Esther Langham per Art+Commerce con prodotti Wella.
Trucco Kanako Takase per Streeters con prodotti Addiction.
Unghie Honey per Exposure NY con prodotti CHANEL Le Vernis in Pure Black.
Assistenti alla fotografia Jeffrey Pearson, Geoffrey Leung e Tyler Kufs.
Assistenti styling Madison Matusich, Milton Dixon III e Ava Langham.
Assistente capelli Gabe Jenkins.
Assistente trucco Aimi Osada.
Direttore Casting Samuel Ellis Scheinman per DMCASTING.

Modella Mona Tougaard per The Society.

Tutti i capi Supriya Lele SS20.

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.

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