Se ti manca "Black Mirror", "The Trouble With Being Born" è il film che fa per te

Ecco il nuovo dramma distopico che ti costringerà a interfacciarti con le intelligenze artificiali per davvero. Ma pensi davvero di riuscirci?

di Arianna Caserta
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28 dicembre 2021, 5:00am

In un episodio della seconda stagione di Black Mirror—la serie TV distopica creata da Charlie Brooker—una donna crea un surrogato robotico iperrealistico del compagno defunto per affrontare il dolore della perdita e superare forse più facilmente l’enorme shock della sua morte improvvisa Ma il senso etico della donna viene presto messo alla prova dalla presa di coscienza che, per quanto quel pupazzo somigli così tanto all’uomo che ama, non possiede neanche in minima parte le sue complessità di essere umano. Questa dinamica non è che lo specchio del meccanismo psicologico su cui si reggono le narrazioni cinematografiche del genere distopico: assistiamo alla rappresentazione di un mondo diverso dal nostro eppure apparentemente simile, che ci dà l’illusione di essere vicino e di appartenerci, ma in realtà rimane lontano e inafferrabile.

Serie TV e film che tratteggiano possibili futuri distopici—come Black Mirror e altri di cui vi avevamo parlato qui—ci mostrano cosa potremmo diventare e cosa potrebbe succedere nel nostro mondo, rassicurandoci però attraverso una catarsi finale, come a dirci: per quanto sia dietro l’angolo, siamo ancora in tempo a non ridurci in quel modo, per non arrivare a quel punto. Ma è davvero così? La velocità dell’innovazione tecnologica tende infatti a distrarci dalla proiezione delle sue possibili derive, che spesso sono già di fronte ai nostri occhi. Ed è per questo che film come The Trouble With Being Born colpiscono così tanto il pubblico—soprattutto in questo momento storico costellato da discorsi sulle A.I. e sul Metaverso—, costringendoci a porci quesiti che non pensavamo di dover affrontare già adesso.

Lasciandosi influenzare dalla Greek New Wave, dal cinema alienante di Haneke e dalla fantascienza di Cronenberg, il film della regista austriaca Sandra Wollner, presentato all’ultima edizione del Festival di Berlino nella sezione Encounters—ricevendo il Premio Speciale della Giuria—e ora disponibile in streaming su MUBI, ha sollevato non poche polemiche (che hanno, tra l’altro, comportato l’espulsione del film dal Melbourne Film Festival) a causa della trama, che vede un uomo sviluppare un rapporto controverso e morboso con un androide delle sembianze della figlia scomparsa.

Ma The Trouble With Being Born è molto più di una storia disturbante: oltre a farci riflettere su rapporti complessi e sfumati come quello tra realtà e simulazione, uomo e macchina, indaga le derive di quella pulsione umana (perversa ed estremamente contemporanea) a proiettare i propri desideri su qualcosa di esterno (ma identico a noi) per riuscire a indagare ciò che abbiamo dentro. Spingendosi ancora oltre, il film ci costringe a domandarci quali sono i limiti etici di questo meccanismo nel momento in cui ci interfacciamo non più con persone in carne e ossa, ma con avatar virtuali, esseri ibridi verso i quali il senso di empatia si riduce drasticamente.

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“Nel Metaverso potremo essere chi vogliamo, godere di una totale libertà e lasciarci definitivamente alle spalle i vincoli della biologia o della fisica. Ma già iniziamo ad avere un’idea di quali saranno i problemi etici, morali e sociali che si presenteranno al suo interno,” spiega Andrea Daniele Signorelli nell’articolo La libertà di essere chi vogliamo crea problemi etici nel Metaverso pubblicato su Domani. Sembra infatti che ci troveremo presto ad avere a che fare con un nuovo tipo di “empatia virtuale”, rispetto alla quale, sembra suggerire il giornalista, dovremmo prepararci, educarci, prima che sia troppo tardi. Nessun tipo di empatia viene infatti rivolto alla protagonista robotica del film, Elli (interpretata da una giovane attrice sul cui viso è stata applicata una maschera di silicone per rendere i suoi lineamenti simili a quelli dell’avatar di un videogioco), la cui esistenza nel mondo è dovuta solo ed esclusivamente al riempire una mancanza, al soddisfare un vuoto e al rispondere ai comandi di qualcun altro. 

“La pelle è oramai inadeguata a interfacciarsi con la realtà. La tecnologia è diventata la nuova membrana del nostro corpo” scriveva a fine anni ‘90 l’artista multimediale Nam June Paik, in maniera quasi profetica: la pelle sintetica dell’androide è rappresentativa della difficoltà insita nel mondo virtuale di stabilire criteri, dato che, in questo un spazio in cui tutto è lecito, si è perso ogni riferimento, i valori sono scomparsi e ognuno è artefice delle proprie regole.

Attraverso immagini che rappresentano visivamente il concetto di uncanny valley, la trama di The Trouble With Being Born si dispiega in maniera inaspettata: il robot Ellie viene disassemblato e riassemblato per ricoprire un nuovo ruolo, quello di Emil, il fratello morto prematuramente di un’anziana signora che vive da sola. Qualcosa però non va: Elli/Emil non è stato completamente formattato e resettato, e dunque conserva dentro di sé una mole di dati e informazioni della sua vita precedente che lo perseguitano come un virus e lo rendono un soggetto traumatizzato, proprio come chi lo possiede. Anche la memoria, le ferite e l’impossibilità di dimenticare e procedere—caratteristiche che mai difficilmente riusciremmo ad attribuire a un androide—accomunano Elli/Emil a un essere umano, in un continuo e vitale rimuginare su frammenti del passato. 

In qualche modo, The Trouble With Being Born rappresenta l’altra faccia di Titane—film vincitore della Palma d’oro alla 74ª edizione del Festival di Cannes. Se nel film di Julia Ducournau è possibile scorgere un messaggio speranzoso sulla persistenza dell’umanità in un mondo artificiale, per Sandra Wollner il cosiddetto progresso farà emergere la vera (e triste) natura umana, rivelandoci—proprio come ha fatto Black Mirror—che il lato oscuro della tecnologia non è più spaventoso di quello degli esseri umani e suggerendoci di prepararci bene prima di lanciarci a capofitto in nuovi (e sconosciuti) mondi virtuali.

Crediti

Testo di Arianna Caserta

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