Da sinistra a destra: Giona indossa giacca 3DC. Henry indossa total look Arthur Arbesser. Scarpe dall'archivio della stylist. Chantal indossa abito Act N°1 e scarpe dall'archivio della talent.

i-Dentità #1: corpo, disabilità e tutto il resto di cui non parliamo ancora abbastanza

In parole e in foto, tre talent raccontano le loro storie, tra difficoltà e momenti di gioia.

di Enea Venegoni
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18 novembre 2021, 5:00am

Da sinistra a destra: Giona indossa giacca 3DC. Henry indossa total look Arthur Arbesser. Scarpe dall'archivio della stylist. Chantal indossa abito Act N°1 e scarpe dall'archivio della talent.

i-Dentità è la nuova serie editoriale di i-D Italy che esplora il concetto di corpo, identità e rappresentazione attraverso le storie di chi rifugge la narrazione generalista dominante. 


Concetti come quello di corpo e di identità sono oggi al centro del dibattito pubblico, eppure, parlarne in modo attento e consapevole non è mai semplice. Tentare di riportare, infatti, l’esperienza di un’altra persona e di un altro corpo, anche quando le intenzioni sono nobili—che si tratti di dare visibilità, offrire uno spazio o fare risaltare comunità che la cultura dominante tende troppo spesso a silenziare—ha inevitabilmente un effetto deformante—o, spesso, semplicemente cringe.

i-Dentità, la nuova rubrica di i-D Italy, esplora la relazione tra corpo e identità secondo diverse declinazioni, lasciando che a parlarne siano direttamente quelle persone che, in quei corpi, ci vivono, condividendo episodi quotidiani, difficoltà e gioie.

In questo primo capitolo di i-Dentità abbiamo deciso esplorare il rapporto tra corpo e disabilità, rivolgendoci a Chantal, Henry e Giona, tre persone che vivono in corpi a proprio modo divergenti.

Chantal Pistelli McClelland

chantal i-dentità
Chantal indossa abito VI MMXX. Stivali Dr Martens.

Come ti senti a vivere nel tuo corpo?
Quello con il mio corpo è un rapporto altalenante, ma immagino sia un aspetto comune a ogni persona. Sono nata con questa disabilità, e da bambina non pensavo assolutamente che lo fosse, mi sembrava normale avere un piede solo. Poi, ho iniziato a percepirla come un problema attraverso gli occhi degli altri, ed è stato in quel momento che ho visto il mio corpo “diverso”. Sono stata la mia peggiore nemica per molto tempo, fino a quando non ho capito che avrei potuto vivere una vita fatta di rinunce e autocommiserazione, oppure avrei potuto vivere una vita piena. Ho scelto la seconda. 

chantal i-dentità
Chantal indossa abito VI MMXX. Stivali Dr Martens.

Quali sono le etichette e le aspettative più irreali e fastidiose sul tuo corpo e su di te che vengono calate dalla società?
Mi infastidisce chi pensa di conoscere il tuo stato d’animo solo guardandoti. Quelle persone che mi dicono “Tu ci sei nata, ci avrai fatto l’abitudine,” sminuendo un intero percorso fatto di dolore, cadute, vittorie, gioie. La trovo una mancanza di rispetto verso chi, quei traguardi, li ha raggiunti con fatica. Perché dovrei aver fatto l’abitudine ai pregiudizi o all’orrenda parola “poverina” e a dover lottare il doppio per i propri diritti?

chantal i-dentità
Chantal indossa abito Act N°1. Scarpe dall'armadio della talent.

Vuoi raccontarci un momento di euforia legato al tuo corpo?
Trovo che l’autoironia sia un pregio prezioso, nella mia famiglia appartiene a tutti. Mia sorella, che ama cantare, da bambina usava il mio moncone come microfono, divertendomi parecchio. Bisogna prendere la vita con semplicità. 

chantal i-dentità
Chantal indossa abito Act N°1. Scarpe dall'armadio della talent.

Secondo te, stiamo migliorando per quanto riguarda la rappresentazione nei media di persone con forme di disabilità?
Sicuramente ci sono stati passi in avanti, basti pensare che, quando ero bambina, non c’erano molte figure da cui prendere ispirazione. Oggi ci sono diversi personaggi con disabilità da avere come modello. Penso però che non siamo ancora arrivati una totale inclusione. Quante persone disabili conducono un Telegiornale, presentano un programma o sono nella copertina di una rivista? Quando vedremo le diversità coesistere insieme, ponendo il riflettore sulla persona e non su ciò che la rende “diversa”, allora potrò dire che stiamo davvero migliorando.

chantal i-dentità
Chantal indossa abito Act N°1. Scarpe dall'armadio della talent.

I social, dal tuo punto di vista, possono essere per sensibilizzare, “normalizzare” e rendere visibili corpi solitamente invisibili?
Possono essere certamente utili, se ci si focalizzasse di più sui contenuti e meno sui filtri. Personalmente, tramite i social comunico quello che faccio e le mie passioni. Sono un’atleta di surf, una fotomodella e ho aperto un’associazione per sensibilizzare sul tema della disabilità e della diversità, che si chiama UNIQUE APS. La mia attitudine è quella di affrontare i miei limiti e superarli. Vorrei riuscire a trasmettere il messaggio che a definire le persone che siamo non è una caratteristica fisica, ma i nostri valori.

Henry Scorner

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Henry indossa total look Arthur Arbesser.

Come ti senti a vivere nel tuo corpo?
Ho passato anni a sentirmi dire: ''sei bravo ma…'', ''hai talento però…'' Mi sono spesso trovato davanti a porte semi aperte, nelle quali provavo a entrare, ma poi venivo cacciato fuori per una caratteristica che non dipende da me e con la quale posso solo imparare a convivere. Dopo un po’ inizi a convincerti di essere sbagliato. A un certo punto però ho capito che potevo continuare a portare avanti le mie passioni senza dover mascherare una caratteristica che mi rende unico. Ho imparato a guardarmi su uno schermo e sorridere, senza più fuggire dal mio riflesso, mostrando la mia non-mano con fierezza e a testa altissima.

Vuoi raccontarci un momento di euforia legato al tuo corpo?
Il momento esatto in cui in pizzeria tolsi dalle mani della mia amica le forchette con cui mi stava tagliando la mia pizza e decisi che era giunto il momento di usare la mia mano e mezza per tagliare quella pizza. Inutile dire che da quel giorno sono diventato il tagliatore di pizza provetto della compagnia.

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Henry indossa total look Arthur Arbesser. Scarpe dall'archivio della stylist.

Quali sono le etichette e le aspettative più irreali e fastidiose sul tuo corpo e su di te che vengono calate dalla società?
Provo disagio quando indosso una semplice maglia a maniche corte e mi trovo assoggettato agli sguardi interrogativi delle persone. A farmi innervosire non sono gli sguardi in sé, ma le parole sussurrate nell'orecchio o la gomitata all'amica. Piuttosto che inventarsi voci assurde—come quando circolava la storia che la mia mano si fosse staccata in macchina—preferisco che mi venga chiesto direttamente.

Detesto anche ogni forma di vittimismo o di finta empatia, del tipo: “se fossi nei tuoi panni non so come farei”. Nei miei panni non ci sei e io non sono nei tuoi, ma ti assicuro che ciascuno di noi ha delle debolezze più o meno evidenti. Spetta a noi scegliere se conviverci oppure combattere guerre perse in partenza.

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Henry indossa total look Magliano.

Secondo te, stiamo migliorando per quanto riguarda la rappresentazione nei media di persone con forme di disabilità?
Sono un inguaribile ottimista, quindi evito di esprimere un giudizio su quello che vedo e preferisco impegnarmi per fare in modo che tra 1, 5 o 10 anni le nuove generazioni crescano con più consapevolezza. Rimane comunque innegabile che, al giorno d'oggi, i media non includono abbastanza i corpi divergenti dallo standard, se non per qualche servizio da 10 minuti.

Noi non siamo questo, “noi” siamo esattamente come “voi”, e arriverà un giorno stupendo in cui a condurre un programma televisivo in prima serata ci sarà una ragazza con una sola gamba acclamata per il suo carisma e la sua solarità. Di strada ne dobbiamo fare ancora tanta, ma io ho già iniziato il cammino, chi si vuole unire è ben accetto.

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Henry indossa total look Magliano.

I social, dal tuo punto di vista, possono essere per sensibilizzare, “normalizzare” e rendere visibili corpi solitamente invisibili?
La mia “sacra trinitá” dei social è composta da: Ironia, Autoironia e Sarcasmo. La svolta nella mia vita è arrivata quando ho capito che, se sei tu il primo a scherzare su quello che sei, riconoscendo i tuoi punti di forza e le tue fragilità, toglierai il pane dalla bocca di chi ha fame di insulti gratuiti. Penso che sia molto importante includere la mia particolarità in quelle che sono le mie passioni, senza dover sottolineare in ogni video che sono nato con un’agenesia alla mano sinistra.

La sensibilizzazione dovrebbe essere portata avanti anche mediante appositi percorsi di educazione scolastica fin dall'infanzia. I social aiutano, e proprio attraverso Instagram e TikTok vedo sempre più creator portare la loro esperienza ai grandi numero. Detto in tutta  sincerità, non so se sarei mai riuscito a trovare la sicurezza che ho oggi se non mi fossi confrontato con il mondo del web.

Giona Dagnese

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Giona indossa giacca 3DC.

Come ti senti a vivere nel tuo corpo?
Vivere nel mio corpo mi piace, anche se ovviamente non ho altri termini di paragone. Mentirei, se dicessi di non avere mai invidiato altri corpi, ne invidiavo la semplicità con cui venivano “portati”. Il mio corpo è difficile da portare, ma compartecipa alla mia identità, sia perché sono una persona trans e disabile, sia per le esperienze e le situazioni verso le quali mi ha condotto.

“Il corpo è politico”: sei d’accordo con questa frase?
Assolutamente sì, o per lo meno, può esserlo. Sta a noi decidere se il corpo sia il filtro attraverso il quale subire il mondo o il mezzo attraverso il quale agire. Sono felice di non vivere prigioniero del mio corpo. Per anni mi sono sentito un fiume arginato, sempre pieno fino all’orlo e senza meta. Da quando ho capito di essere trans e ho iniziato a fare informazione attraverso la mia storia, so in che direzione incanalare le mie energie, finalmente posso “sgorgare” liberamente. Ora il mio corpo è politico.

giona i-dentità
Giona indossa gilet e pantaloni Çanaku. Scarpe Sebago.

Quali sono le etichette e le aspettative più irreali e fastidiose sul tuo corpo e su di te che vengono calate dalla società?
Non mi infastidiscono tanto le “etichette”, che ritengo essere uno strumento di auto determinazione e appartenenza a una determinata comunità, quanto gli stereotipi e le aspettative sociali che ne conseguono. Della percezione delle persone disabili mi infastidisce l’automatica assimilazione al concetto di “invalidità”: sei disabile, per cui non hai effettive potenzialità. Oppure, ti considerano un eroe, un raro esemplare di disabile affrancato, che ha addirittura delle capacità, delle prospettive e delle ambizioni.

Della percezione delle persone trans mi infastidisce la narrazione secondo cui siamo necessariamente sofferentз e strematз dal tentativo di sopravvivere al nostro corpo, tra la terapia ormonale e gli interventi per poter “diventare” qualcun’altrǝ. Odio questa narrazione pessimista, perché è stata il principale motivo per cui io stesso ho impiegato così tanto a identificarmi come ragazzo trand: il mio corpo non era sbagliato, era mio ma non mi rappresentava. Passavo attraverso dei momenti di sofferenza, come tuttз, ma non così drammatici.

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Giona indossa gilet e pantaloni Çanaku. Scarpe Sebago.

Vuoi raccontarci un momento di euforia legato al tuo corpo?
L’euforia di genere è imprescindibile nel mio percorso di gender questioning: se la narrazione di Internet è intrisa del concetto di “disforia di genere”, è stato negli episodi di euforia di genere che ho trovato conferma della mia identità. Ho provato euforia di genere tantissime volte già da bambino, anche solo quando riuscivo a vestirmi da pirata a carnevale e mi disegnavo la barba.

Ma ciò che mi ha sempre procurato euforia di genere è rasarmi i capelli. La prima volta che l’ho fatto mi sono riconosciuto e ho capito all’improvviso che il mio aspetto poteva corrispondere alla mia idea di me. Durante il lockdown avevo ancora molta paura, ma la mia identità chiara in mente. L’unica cosa che potevo fare per stare bene era rasarmi i capelli di nuovo. Ricordo di aver pensato: “Se si è così felici essere se stessз, voglio farlo!”

giona i-dentità
Giona indossa gilet e pantaloni Çanaku. Scarpe Sebago.

Cosa significa per te intersezionalità e come incarni questo concetto?
Ho capito da poco di avere effettivamente questo “potenziale”, inizialmente non lo ritenevo tale, anzi. Una delle mie più grandi paure prima del coming out era di avere e dare troppi problemi. “Disabile, trans e pure gay” ho detto una volta, piangendo. Ma per chi mi vuole bene nessuna di queste cose è mai stato un problema. Ho lavorato molto sul concetto di intersezionalità: le mie caratteristiche non mi identificano, ma è nel loro punto d'intersezione che io esisto. È a partire dalla mia esperienza di persona trans, disabile, non eterosessuale e cristiana che voglio fare sentire la mia voce, senza rinunciare a nessuno di questi elementi.

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Crediti

Fotografie: Arianna Genghini
Creative Director: Gloria Maria Cappelletti
Styling: Giorgia Imbrenda
Art Director: Maria Laura Buoninfante
MUA: Amy Kourouma
Hair Stylist: Carlo Ruggiu
Editor: Benedetta Pini
Testo: Enea Venegoni
Assistente alla fotografia: Antonio Federico Brunetti
Assistente Styling: Marco M. Latorre 

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