Storia della comunità trans di Napoli attraverso gli scatti di Jess Kohl

Iniziato due anni fa, il lavoro di ricerca della fotografa londinese è diventato una serie e una mostra, “Anime Salve”, e presto diventerà un documentario.

di Benedetta Pini
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17 novembre 2020, 1:26pm

A settembre avrete sicuramente sentito parlare di lei e del suo progetto, la serie fotografica Anime Salve, la sua prima personale esposta al PAN – Palazzo delle Arti di Napoli in collaborazione con Showdesk, solamente un paio di mesi fa. I suoi sono scatti intimi, empatici ed estremamente onesti restituiscono una storia vera, scevra finalmente di tutti quegli stereotipi e feticizzazioni che gravano tanto sulla città di Napoli quanto sulla comunità queer locale.

Tutto, però, inizia ancora prima e ancora più lontano: in India. È lì che Jess Kohl inizia a interessarsi alle comunità ai margini della società e alle persone non conformi alla normatività di genere, adottando per il suo documentario uno sguardo interno ed estremamente rispettoso che possa dare loro uno spazio e una voce. Il percorso continua con uno studio approfondito della storia socio-culturale della Campania, partendo dai femminielli partenopei, passando per le “spose” pagane e arrivando alla comunità trans di Scampia. Un viaggio stratificato e complesso, fatto di paradossi, contrasti e situazioni liminali tra sacro e profano, tradizione e libera espressione personale.

Affiancando uno sguardo documentaristico e una serrata ricerca a un’identificazione e un mutuo riconoscimento tra lei e i soggetti, Kohl ha creato un rapporto genuino unico con le persone fotografate, raccontando la loro quotidianità e il modo in cui interagiscono nel più ampio tessuto sociale. A rendere questo progetto così d’impatto è stata la capacità di Kohl di farsi da parte, lasciando che fosse l’identità dei soggetti, nella loro assoluta non conformità alla norma, a imprimersi sulla pellicola senza mediazioni.

Affascinati dalla sua serie, abbiamo deciso di fare una chiacchierata con Jess Kohl per farci raccontare meglio la nascita del progetto, come si è sviluppato e come si evolverà nel prossimo futuro.

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Ciao Jess! Partiamo da qui, da dove è nata l’idea del progetto?
Tutto è iniziato con Nirvana, il film documentario che ho girato in India e che racconta la comunità trans locale, chiamata Hijra. Da quel momento ho iniziato a interessarmi sempre di più agli studi di genere e alla storia del concetto di non-binary nel mondo, arrivando a scoprire la tradizione dei femminielli in Campania, che sono considerati ormai delle figure quasi mitologiche.

Come sei entrata in contatto nella comunità trans di Napoli, per poi inoltrarti al suo interno e restituirne un ritratto così genuino?
Per dare corpo a questa idea di un progetto sui femminielli, ho deciso di recarmi a Napoli di persona e iniziare a fare ricerca sul campo, andando a scavare indietro nel tempo per studiare la loro storia e l’impatto che queste figure hanno esercitato sullo sviluppo della cultura queer della città nel corso del tempo. Durante questo percorso, ho incontrato alcune donne trans che vivono a Scampia, e loro mi hanno introdotta all’interno di quell’area che mi interessava approfondire.

Si tratta di una realtà e una dimensione multi stratificata, segnata da store traumatica che continuano ancora oggi. L’anno in cui sono arrivata a Napoli, è stato dato ordine di distruggere le Vele, un famigerato simbolo del sobborgo di Scampia. Per me quel gesto è stato come il segno che dovessi continuare ed insistere com questo progetto, documentando la trasformazione del paesaggio e delle persone che ci vivono.

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Qual è la missione di Anime Salve?
Mi sono sempre occupata principalmente di cortometraggi documentari incentrati sulle culture queer, sulla molteplicità del concetto di queerness, le comunità ai margini della società, al di fuori delle norme, e le persone che le popolano. Questo perché è ciò in cui mi identifico, in quanto io stessa sono una filmmaker e fotografa queer.

Mentre allestivo la mostra Anime Salve, si è verificato un caso di transfobia sfociato nell’omicidio di una ragazza, Maria Paola, da parte del fratello, perché frequentava un uomo trans. Questo ha dato al mio lavoro, al mio progetto e all’azione di mostra un significato ulteriore.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento, per quanto riguarda la tua pratica?
Tra i miei fotografi di riferimento ci sono sicuramente Nan Goldin e Jim Goldberg, due artisti che hanno sviluppato un rapporto intimo, duraturo e profondo con i loro soggetti. Sono passati da outsider a insider. Spero che questo approccio traspaia anche dalle mie fotografie. Quando fai un reportage, c’è una linea sottilissima che separa l’onestà dal voyeurismo e il mio scopo è che l’atto di fotografare i soggetti sia una collaborazione con loro, non un’oggettificazione loro.

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E hai avuto qualche guida specifica per questo progetto?
Il supporto di Paolo Valerio, un professore universitario della Federico II, è stato fondamentale. Lui mi ha permesso di scoprire Lisetta Carmi, la fotografa che ha documentato la comunità trans di Genova negli anni ‘60. Il suo lavoro mi ha completamente rapita, è emozionante pensare a cosa sia riuscita a realizzare una fotografa donna in Italia a quell’epoca, restituendo i quel mondo con uno sguardo così intimo ed empatico.

Mi sento molto connessa a quell’approccio, e credo che il modo in cui ho rappresentato la comunità trans di Napoli sia abbastanza simile. Penso sia questo che le persone apprezzano della mia serie: non feticizzo i soggetti, mi limito a rappresentarli nella loro quotidianità, nelle situazioni di ogni giorno, con uno sguardo intimo e onesto.

Sia su Napoli, in particolare Scampia, che sulla comunità trans in generale persistono ancora oggi molti stereotipi e feticizzazioni all’interno delle rappresentazioni. In che modo il tuo progetto può e vuole influire positivamente in questo senso?
Oltre alla serie fotografica, sto realizzando un documentario che procede su un binario parallelo. Non è incentrato esclusivamente sulla comunità queer, ma la inserisce all’interno di un panorama più ampio, analizzandola da un punto di vista delle relazioni interpersonali, della scena creativa e delle trasformazioni che ha subito. Non volevo feticizzare le persone trans o estrapolarle e isolarle dal loro contesto, e per questo ho adottato uno sguardo che include tutto il contesto in cui vivono e la società con cui interagiscono.

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Lavorare a questo progetto per ormai due anni, e continuare a farlo, ti deve sicuramente aver permesso di avere una visione sempre più lucida della città…
È stato emozionante e importante passare così tanto tempo in un solo progetto, con pazienza e calma, senza correre né sentire la necessità di essere produttiva secondo le tempistiche dettate dal ritmo della società, seguendo le esigenze del progetto stesso. Capita raramente di poter adottare questo ritmo. Viviamo in una società dove tutto cambia con molta velocità e si percepisce costantemente la pressione di dover pubblicare sempre nuovi lavori, rischiando di rimanere con uno sguardo superficiale sulla materia presa in analisi.

E com’è cambiata la tua percezione di Napoli nel corso del tempo?
Dopo tanti anni che ci sono immersa, ho capito che è una città davvero emozionante ed eccitante, è elettrizzante e vibrante. Ci sono così tanti strati da indagare e comprendere, spesso paradossali, in cui si combinano la sua storia profonda e antica alla vivacità delle giovani generazioni, il crimine organizzato all’indiscussa bellezza estetica. Tutto questo le dona un fascino in qualche modo intossicante, non riesci a staccartene e ti continua ad attrarre come un magnete.

Ciò che ho visto cambiare nella città è la scena artistica: sempre più creativi stanno confluendo lì, facendo sbocciare nuovi progetti. E più artisti vi si recano, più la città diventa accessibile.

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Ora che hai una visione storica della comunità trans locale, come si è evoluta nel corso del tempo e che percezione se ne ha oggi?
È difficile per me parlarne, in quanto la mia prospettiva da outsider sarà sempre in qualche modo limitata, esterna, non sarà mai accurata come quella di chi vive davvero la città come persona queer. È una città stratificata, caratterizzata da una forte dualità—come molte grandi metropoli. La differenza è che a Napoli, quando cammini per la città, incontri davvero molte più persone non conformi alla normatività di genere rispetto a quante ne vedresti in altre metropoli, inclusa a Londra. La sensazione è che siano veramente parte del tessuto sociale di Napoli, che la città abbia un’essenza queer, lo percepisci quando ci sei immerso. Non so se sia vero, ma è la mia percezione.

Dall’altra parte, non c’è una vera e propria scena gay, e credo che sia perché non hanno bisogno di spazi sicuri esclusivamente per loro, sono tutti immersi nel tessuto della città.

A settembre hai esposto a Napoli la tua serie Anime Salve. Com’è andata?
Sorprendentemente, ho ricevuto solo feedback positivi! La risposta più grande l’ho ricevuta da parte della giovane comunità queer locale, mi hanno contattata molte persone anche solo per ringraziarmi per aver mostrato quel lato della città. Si sono sentite rappresentate e mi hanno detto che servirebbero più rappresentazioni di quel tipo. Era quella era la mia priorità, a prescindere da un feedback più su larga scala: che le persone di cui parlo nelle fotografie si sentissero rappresentate in modo sensibile ed empatico.

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E qual è stata la reazione dei soggetti?
Il soggetto principale del progetto è Alessia, una ragazza che vive a Scampia insieme alla sua anziana madre, Amalia. Hanno un rapporto madre-figlia molto interessante, e ho passato parecchio tempo con loro. Quando ho portato Alessia alla mostra, ero molto emozionata. Sai, mostrare a una persona il lavoro che hai fatto per anni su di lei può anche essere spaventoso, ero molto preoccupata, non sapevo se l’avrebbe apprezzato davvero.

Dall’altra parte, per lei è stata un’esperienza surreale: entrare in una stanza e vedere delle foto enormi di te stessa di tua madre. Ma credo che ne sia rimasta toccata. All’inizio era un po’ sospettosa e intimidita, ma poi ha iniziato a firmare le copie del libro e si è sciolta. Lei è una cantante e sogna di diventare una celebrità del settore, in quell’occasione è come se avesse realizzato il suo sogno, si è sentita celebrata e riconosciuta da parte della città.

In che modo questo progetto dialoga con il tuo precedente sull’India, Nirvana?
All’interno della mostra c’era anche un’installazione video con del materiale footage tratto sia dalle riprese in India che a Napoli, che creava una connessione diretta tra i due progetti. Tra i due c’è una connessione forte: entrambi i posti hanno una storia profonda legata alla non conformatività di genere, gli Hijra in India e i femminielli a Napoli, e alla tradizione religiosa, induismo e cattolicesimo. È interessante creare dei paralleli e notare delle somiglianze tra i due.

Se ci pensi, sono stratificazioni e contrasti che appartengono anche ad altri luoghi, come il Messico, dove c’è una forte comunità transgender e un’altrettanto forte dimensione spirituale. è interessante anche come il linguaggio si è modificato attorno a queste comunità. Mi piacerebbe ampliare il progetto a livello geografico, ma da un lato non so cos’altro potrei aggiungere sul tema.

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Fotografie di Jess Kohl

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