Immagine sulla sinistra @gil___rodriguez, immagine sulla destra @khaite_ny.

Come le estetiche "quarcore" e "infit" hanno conquistato il mondo in quarantena

E raccontano molto di noi, probabilmente più degli outfit che indossiamo normalmente, perché sono l'espressione più personale del nostro guardaroba.

di Zoë Kendall
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18 maggio 2020, 10:34am

Immagine sulla sinistra @gil___rodriguez, immagine sulla destra @khaite_ny.

Il 23 maggio del 2012 Ezra Koenig, il frontman dei Vampire Weekend, ha pubblicato un tweet che non ho più dimenticato:

In meno di 180 caratteri, Koenig mi ha aperto un mondo. Ecco finalmente la parola “infit” a nostra disposizione, pronta per essere usata quando vogliamo descrivere capi che esistitono da sempre, ma che non avevamo mai considerato degni di un nome specifico. Infit, infatti, non indica solo il loungewear, né solo pigiami, lingerie o intimo. È tutto questo, e molto di più.

Anche l’espressione "quarcore" si rifà a tutto questo, ma è frutto delle contingenze degli ultimi mesi. Così si definisce lo stile da quarantena, costituito dai look che abbiamo indossato nei mesi di isolamento.

Se dovessimo descrivere questi due concetti a grandi linee, potremmo dire che l'infit e il quarcore si riferiscono a quei vestiti che indossiamo quando siamo a casa da soli e sappiamo che nessuno ci sta guardando. È l'abbigliamento delle nostre vite private. Ed è intimo in questo senso, perché diventa l'espressione più personale del nostro guardaroba. Sono quei vestiti in cui ci sentiamo maggiormente noi stessi, e a nostro agio.

Parallelamente, durante il lockdown la casella Promozioni si è riempita di centinaia di e-mail con oggetti molto simili tra loro, come “Migliora il tuo stile anche a casa!", oppure "Ecco l'outfit perfetto per lo smartworking!", e ancora "Le nostre scelte di loungewear”. Ad accomunare queste email non erano solo le parole scelte dai copywriter, ma anche le immagini a corredo: modelle che indossavano t-shirt oversize, pantaloni della tuta dall’aspetto morbido e vestiti floreali utilizzati come accessori decorativi su divani, sedie o mobili del soggiorno.

Tutto questo mi ha ricordato quel tweet di Koenig. Al tempo, però, non avrebbe mai potuto immaginare che l'infit sarebbe diventato uno dei più diffusi e inaspettati trend del 2020.

Prima di tutto, l'infit è inerente al comfort. I pezzi forti dei nostri migliori outfit sono spesso molto scomodi: pensate ai jeans, che ci scolpiscono il sedere ma sono così stretti da farci venire mal di stomaco, oppure alle scarpe con il tacco a spillo, che rendono il nostro corpo più longilineo ma ci distruggono i piedi.

Ma a casa, rannicchiati sul divano a leggere o guardare l’ennesimo film su Netflix, tendiamo invece a indossare capi morbidi ed elastici, che si adattano al corpo e i movimenti. Le star di questi outfit da casa sono i tessuti meno rigidi, come il jersey, la ciniglia e la spugna. Niente denim, ma pantaloni della tuta che farebbero rivoltare Karl Lagerfeld nella tomba, cardigan oversize e look alla Lady D, felpa della Ivy League e bike shorts.

Di recente, i completi di loungewear hanno spazzato via i pigiami informi per definire un nuovo tipo di estetica elegante da casa. I pantaloni ampi in maglia con cardigan abbinato e bralette LESET a vista--brand di Los Angeles che ha sostenuto il comfort da casa ancora prima che iniziasse il Covid-19--ti faranno sentire a tuo agio, ma allo stesso tempo elegante. Ci sono poi i completi in tuta e i capi per la danza di Gil Rodriguez, da indossare guardando lezioni di yoga su YouTube o ripassare le coreografie del prossimo TikTok.

E, infine, come dimenticare l'iconico bradigan di Katie Holmes? Era lo scorso quando settembre l'attrice era stata fotografata mentre fermava un taxi a New York e le era scivolato il cardigan dalle spalle, lasciando intravedere il reggiseno di cashmere. Quel capo ha fatto letteralmente il giro del mondo. E per un buon motivo: quale altro oggetto può rappresentare l'essenza dell'amore per il comfort di lusso più di un reggiseno in cashmere (per giunta con cardigan coordinato)?

Ma l'infit non è confinato nel mondo del loungewear; un infit può essere qualsiasi cosa. La peculiarità di questo stile è che, a differenza di qualsiasi look estremo o appariscente, dipende solo da ciò che vogliamo e desideriamo indossare. Nient'altro. Non è soggetto alle norme sociali, estetiche o di genere in cui ci si imbatte non appena si esce di casa. È lo stesso concetto dell’outfit, ma senza freni né limiti.

“Quando non ti resta più nulla, tutto quello che puoi fare è indossare un intimo di seta e iniziare a leggere Proust”: un celebre aforisma di Jane Birkin che descrive delle migliori versioni dell'infit: la lingerie in seta, tipologia di intimo che nella S/S 20 si è confermata il trend di underwear per eccellenza. Ricordiamo in questo senso il brand italiano softandwet, fondato da Alice, e quello tedesco Du Ciel. Entrambi esprimono un certo minimalismo anni '90: basta un set di tanga a filo per riportarci nell'era di Kate Moss e Mario Sorrenti.

Ma a volte l'infit non è neanche un outfit vero e proprio. Nulla, nemmeno un tanga, è davvero necessario per essere alla moda nella stagione estiva 2020. Per la S/S 20, l'essere nudi è _du jour_**. Quale modo migliore di sentirvi liberi, se non stando** _au naturel_**?** Potreste prendere il sole alla finestra come la selfie queen del nudo Emily Ratajkowski, oppure scendere in topless per ritirare il vostro ordine di Uber Eats, come ha fatto Bella Hadid. Godetevi le vostre case al massimo e in totale libertà: senza vestiti e senza voglia di far nulla.

Con una mossa forse profetica, il designer francese Ludovic de Saint Sernin ha introdotto sulla sua passerella S/S 20 un modello con nient'altro che un asciugamano in lana merino. Lo stesso aveva fatto Prada l’anno precedente. E anche le lenzuola sono un nuovo trend, come dimostra Tekla, la cui ultima campagna aveva incluso un vestito drappeggiato fatto di lenzuola di cotone.

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Photo by Aurelien Meunier/Getty Images.

Ma torniamo al nudo. L'infit dà una sensazione simile a quella che si prova quando si è nudi. Se John Berger una volta ha detto che “essere nudi è essere sé stessi”, allora azzeccare il perfetto infit significa essere se stessi, coscientemente. È un atto di affermazione di sé, l'equivalente sartoriale di quegli strani rituali nascosti che attuiamo quando nessuno ci sta guardando. Forse il tuo infit perfetto è una vecchia T-shirt dimenticata da un ex. Forse è quella felpa rubata dall'armadio di tua mamma, o quello stupido paio di calze che i tuoi nonni ti hanno regalato. L'infit è l'auto-narrazione che costruiamo a noi stessi, solo che lo facciamo svestendoci, invece che vestendoci.

L'affermazione dei reality TV, e poi dei social media, ha fatto poi emergere un altro tipo di infit: quello che indossiamo quando sappiamo che ci potrebbe essere della gente a guardarci. È il tuo #iotd, l'infit che indossi quando ti fai un selfie da casa per Instagram. Questo tipo di infit vuole essere una dimostrazione di qualcosa--di fitness, di salute, del trovarsi fuori dall'ufficio, dell'essere ricchi. E, dal momento in cui viene pensato e realizzato per essere guardato da qualcuno di esterno, è anche un atto performativo: se ci troviamo di fronte a una videocamera, è perché stiamo indossando il nostro infit migliore.

La regina di questo tipo di infit performativo non poteva che essere Kim Kardashian. Un completo di jersey firmato Rick Owens e piedi nudi per l'home tour per Vogue, un look Yeezy con scarpe abbinate o tacchi di fronte alla videocamera di Keeping Up (sospirone di tristezza per la sua appena annunciata conclusione). Tutto sempre in "full glam", che è l'espressione coniata dalle Kardashian per riferirsi al fatto di avere il viso sempre perfettamente e pesantemente truccato.

Dalla sua nascita, un numero sempre crescente di brand di moda ha agito di riflesso alla diffusione dell'infit performativo. Per la collezione S/S 17 i designer di Vetements hanno rilanciato uno dei sogni di tutti noi che negli anni '00 eravamo dei teenager: la tuta Juicy Couture. Intrisa di nostalgia e tagliata per aderire perfettamente alle curve del corpo, come molte delle creazioni Vetements è stata pensata per diventare virale. Così è stato, soprattutto dopo essere stata indossata dall'Insta-queen in persona, Kylie Jenner.

Due anni dopo, Eckhaus Latta ha fatto qualcosa di simile, questa volta con UGG. I morbidi stivali australiani erano uno dei capi più discussi degli ultimi anni prima che Mike Eckhaus e Zoe Latta li rivisitassero aggiungendovi il tacco per la loro collezione S/S 19. Il risultato: proprio il tipo di UGG che avremmo voluto indossare al liceo.

Lavorare da casa prevede un tipo ancora diverso di infit. Tute, intimo e nudità ci mettono nel mood ideale per non fare nulla, ma per essere un membro produttivo della società bisogna vestirsi di conseguenza. O almeno in parte. Le videochiamate richiedono un look ibrido, fatto da business attire sopra e qualsiasi cosa sotto. Come scriveva Uniqlo nella sua newsletter: “Un outfit a metà, pensato per quando sei in smartworking e devi fare dei meeting.”

E ancora prima delle videocall, l'icona di Sex and The City Carrie Bradshaw ci mostrava incredibili look da smartworking: faceva gli straordinari indossando abiti firmati Diane Von Furstenberg, lavorava a letto con pantaloni di satin o analizzava i suoi pensieri infilata in una felpa di marabou grigio.

In definitiva, durante una quarantena salta ogni classificazione. E mentre i designer cercano di proporre la loro collezioni S/S 20 in modo da rispettare l’heritage dei loro brand, ma senza essere insensibili nei confronti di ciò che sta accadendo nel mondo, il concetto stesso di infit non fa altro che espandersi. Qui si solleva dunque la questione opposta: "Che cosa non è un infit?”

La campagna S/S 20 di Jacquemus, fotografata in remoto via FaceTime, vede posare le modelle Bella Hadid e Barbie Ferreira nelle loro case. Ciò significa che l'infit può includere anche abiti e accessori che sono fatti per stare all'aperto? Per brand dallo spirito leggero come Jacquemus, sì. Se compriamo un mazzo di fiori per il tavolo della cucina, allora possiamo anche indossare gli occhiali da sole per stare in casa. Basta che ci facciano stare bene.

L'infit è qualsiasi cosa tu decida di rendere tale: una vecchia tuta, un pomeriggio passato in intimo di seta, la libertà di essere totalmente nudi. È un barlume di normalità in un mondo totalmente ribaltato. Qualsiasi cosa sia, una cosa è certa: l'infit può essere sfaccettato quanto chi lo indossa.

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La moda ha avuto a che fare con il concetto di casa innumerevoli volte. Qui vi raccontiamo come si è evoluto l’insolito rapporto tra abiti e domesticità:

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK

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