Immagine tratta dal numero di i-D "The Home Is Where The Heart Is Issue" della primavera 2010. Fotografia di Emma Summerton. Fashion Director Edward Enninful. Abiti Alexander McQueen. 

Come i designer hanno immaginato il futuro, nel passato

La moda è sempre stata un laboratorio in cui progettare futuri, possibili e impossibili. Qui ne ripercorriamo gli esempi più significativi.

di Alexandre Zamboni
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11 giugno 2020, 10:55am

Immagine tratta dal numero di i-D "The Home Is Where The Heart Is Issue" della primavera 2010. Fotografia di Emma Summerton. Fashion Director Edward Enninful. Abiti Alexander McQueen. 

Know Your Fashion History è la rubrica di i-D che rintraccia i momenti salienti della storia della moda contemporanea, che ne influenzano e manipolano il presente determinandone spesso il futuro. Ogni articolo si propone di raccontare fenomeni legati all’industria della moda, i suoi personaggi chiave e le sue ripercussioni. Mai senza un pizzico di ironia.

Dagli archivi digitali ai canali Youtube, impariamo a conoscere il passato per interpretare con più consapevolezza il presente. In questo articolo ripercorriamo il modo in cui, da Balla a McQueen, i designer hanno provato a immaginare il futuro.

Se qualche anno fa mi avessero detto che Animal Crossing sarebbe diventata una delle piattaforme più innovative scelte dai grandi marchi come Vaquera, Valentino e Marc Jacobs per generare brand awareness, sarei scoppiato in una sonora risata. Forse ci voleva una pandemia globale, ma di fatto il videogioco ha aperto nuove frontiere al marketing della moda, sollevando discussioni sulla possibilità di utilizzarlo come medium per presentare le nuove collezioni dei prossimi mesi.

E per quanto risulti un po' assurdo immaginare i nuovi modelli S/S 21 di Chanel o Prada venire indossati dagli abitanti fittizi di un mondo iper-colorato e stucchevole, è probabile che ci abbiano comunque fatto un pensierino, perché c'è in gioco il futuro delle maison stesse: tutti i brand si trovano oggi ad affrontare "la sfida del digitale, cercando ciascuno la soluzione più adatta, mentre l'intero sistema globalizzato della moda si interroga sul proprio futuro, dal punto di vista tanto economico quanto etico.

E qualcosa, in effetti, sembra smuoversi: un gruppo di 250 brand, tra cui Altuzarra e Dries Van Noten, ha firmato una lettera aperta all’industria della moda per chiedere di rivedere drasticamente il calendario delle sfilate e di adottare un approccio più sostenibile, attraverso un allentamento del ritmo di produzione e una riduzione degli sprechi. Si tratta di iniziative attive anche prima del Covid-19, ma che la pandemia ha reso più urgenti che mai.

Alla luce di queste conversazioni, nella mia testa hanno iniziato a prendere forma alcune domande: se la moda oggi si sta interrogando soprattutto su “come” presentare i propri prodotti, chi sta pensando a “cosa” presentare? Quale sarà l’aspetto materiale degli indumenti che sono stati concepiti durante il lockdown e che verranno presentati nei prossimi mesi? Si tratta probabilmente della domanda più vecchia del mondo della moda, ossia: What’s next? Un interrogativo che fa parte dell’essenza stessa della moda, che è un fenomeno soggetto a cambiamenti tanto repentini quanto frequenti, e che suscita riflessioni sul concetto del tempo nella moda, sulla dicotomia passato-futuro e il binomio immobilismo-dinamismo.

Del resto, la moda è per sua natura un laboratorio del futuro, poiché presenta con anticipo capi che verranno commercializzati e indossati solo mesi dopo. A partire dai primi del Novecento, alcuni creativi hanno deliberatamente progettato l’abbigliamento del domani, creando inizialmente una rottura con il passato per poi imparare a conviverci e immaginare un futuro. A volte distopico, altre ottimista o nostalgico, ma sempre possibile.

Il nostro viaggio inizia dall’avanguardia italiana per eccellenza, nata nel 1909 con la pubblicazione del Manifesto del Futurismo di Marinetti sul quotidiano parigino Le Figaro. Il Futurismo si propone come un’arte totale, che interseca letteratura, pittura e scultura, tutti gli aspetti della vita quotidiana e quelle che all’epoca erano definite "arti applicate", tra cui il design e l’abbigliamento.

L’uomo futurista (definito nel manifesto del 1915 Ricostruzione futurista dell’universo di Balla e Depero e nel Vestito antineutrale del 1914, sempre di Balla) deve estendere i principi di dinamismo, anticlassicismo e apertura al nuovo a ogni campo della pratica creativa, moda inclusa. In linea con questa dichiarazione di intenti, l'abito futurista si pone agli antipodi rispetto all’abbigliamento dell’epoca, considerato dai futuristi di "un’inerzia nostalgica, romantica e rammollente." Sul piano pratico, questo significa capi asimmetrici e dai colori appariscenti, pratici e funzionali al movimento concitato dell’uomo del futuro.

Sfortunatamente per Balla, la moda futurista non ha il successo folgorante che si aspettava, e rimane perlopiù sulla carta. Depero, invece, realizza più concretamente le elaborazioni teoriche e nel biennio 1923-24 sviluppa un’interpretazione più giocosa e meno ideologica della moda futurista, come questi simpatici panciotti in panno di lana dai motivi grafici. Ma la smania di rottura dal passato e di affermazione come anti-romantici porta ad ammantare questa operazione di idealizzazioni e nostalgia.

La studiosa di moda Ingrid Loschek ci spiega tuttavia che questa dinamica non è così paradossale come potrebbe sembrare: l’idea del futuro non può che essere modellata dallo Zeitgeist proprio del tempo in cui si vive, perché anche l'immaginazione più fervida prende le mosse dalla realtà contingente. Il futurismo non fa eccezione, e credendo di progettare il futuro ha invece definito la propria epoca.

Passiamo agli anni ‘60 del Novecento, quando un gruppo di designer francesi irrompe nel mondo della moda per rivoluzionarlo e cambiarne le regole: quella che loro propongono è una moda spaziale e innovativa, in netta opposizione rispetto all’alta moda parigina, dominata all’epoca da raffinate maison come Givenchy e Dior. Il magico trio di ribelli, formato da Pierre Cardin, Paco Rabanne e André Courrèges, sperimenta con i nuovi materiali sintetici e si lascia ispirare dall'immaginario galattico che all'epoca stava diventando predominante per via delle esplorazioni e della corsa allo spazio del periodo—non dimentichiamo che è nel 1961 che il sovietico Gagarin viene spedito in orbita.

Così, Courrèges immagina la ragazza della luna: vestita di bianco e argento, con occhialoni che la proteggono anche se dovesse trovarsi vicinissima al sole e outfit degni di un’eroina galattica. Paco Rabanne, il metallurgico della moda, si diverte a giocare con i materiali, e sperimenta utilizzando dischi di rodoide -- una plastica pieghevole --, jersey in alluminio e ferro battuto -- iconica Françoise Hardy nel maggio '68 con l'abito composto da centinaia di placche d’oro e costellato da diamanti. È sempre lui ed è sempre nel 1968 che firma i vestiti di Jane Fonda nei panni della viaggiatrice nello spazio Barbarella, protagonista di uno dei tanti film dell'epoca che, proprio come questi designer, immaginavano il futuro, da Blade Runner al Quinto Elemento.

Sul finire degli anni ‘60, però, la mania per lo spazio scema sempre più. La moda fatta di stivali in PVC e mini-abiti in vinile lascia il posto a tessuti naturali, avviandosi verso un ritorno all’artigianato. Sono gli anni dei viaggi in India e del Flower Power, e il futuro non solo non interessa più, ma smette anche di essere un Eden positivo, un simbolo di speranza. L’ingenuo ottimismo del boom economico si dirada, e il passato emerge con tutta la sua drammaticità, a chiedere di farci i conti.

Tutto procede senza grossi stravolgimenti fino alla seconda metà degli anni ‘80, quando ritroviamo finalmente dei designer che osano immaginare il domani. Il futuro non è più una tavola bianca dove proiettare speranze e ambizioni, ma un pastiche eclettico e postmoderno che attinge un po’ da tutte le parti per creare donne e uomini dalle spalle esagerate e dalla fisicità imponente. Capostipite del genere è Thierry Mugler, che unisce il glamour hollywoodiano degli anni ‘40 e ‘50 alle sue visioni fantascientifiche. Ovvero, abiti e corsetti ispirati ad automobili d’epoca e look da amazzoni robotiche. Forse non era proprio questo che si aspettava Marinetti quando immaginava un futuro fatto di uomini "rombanti come macchine ruggenti."

L'inizio degli anni '90 corrisponde a un definitivo abbandono dello spazio: non è lì che va cercato il futuro della moda, ma nella tecnologia e nei nuovi media. È questa la rivoluzione silenziosa che inquieta e suggerisce scenari distopici e visioni fantastiche. I pionieri di questa svolta sono Alexander McQueen e Hussein Chalayan, i designer all’avanguardia che esplorano questi temi in chiave provocatoria, scioccando il pubblico con le loro sfilate avveniristiche, a tutti gli effetti vere e proprie performance artistiche.

Iconica la modella Shalom Harlow in chiusura alla sfilata Primavera/Estate 1999 della collezione No. 13 di McQueen, che si dimena al centro di un disco rotante in legno tra due robot presi in prestito da una fabbrica di auto. Le macchine prendono vita, come se avessero una coscienza, e iniziano a sparare vernice sul vestito candido indossato dalla modella, in una danza infernale che sembra presagire un'era in cui il dominio delle macchine si imporrà sull’uomo, impotente di fronte a cambiamenti che non può più controllare.

Con la collezione primavera estate 2000, intitolata Before Minus Now, Chalayan si spinge ancora più in là nell'ibridazione tra moda e tecnologia. La collaborazione con lo studio di ingegneria londinese B Consultant gli consente di creare degli abiti telecomandati: ad esempio, un abito rosso che si gonfia come un fiore, un altro equipaggiato di pannelli plastica che scomponendosi rivelano uno strato di soffice tulle rosa.

So a cosa state pensando, e sì, si tratta proprio di quei vestiti che quando vediamo in passerella crediamo siano impossibili da indossare, chiedendoci intanto chi diavolo lo farebbe mai. Ma è proprio questo il punto: i prodotti delle avanguardie della moda contemporanea faticano a raggiungere il mercato e non sono neanche interessate a farlo, poiché hanno uno scopo puramente di ricerca estetica, senza tenere conto della funzionalità. I designer più visionari rifuggono la riproducibilità, creando capi destinati a far riflettere, più che ad essere indossati.

Loschek scrive queste parole nel 2009, quando va in scena l’ultima grandiosa sfilata del compianto Alexander Mcqueen: l'iconica Plato's Atlantis della S/S 10. Si tratta di un canto del cigno grandioso e profetico di un mondo sommerso, in cui gli abiti sono dei lucenti involucri che mimano l’inscalfibile pelle degli anfibi e la pungente membrana delle meduse. In questa collezione, Lee celebra la natura e anticipa un tema che diventerà una costante nelle raffinate collezioni della sua erede Sarah Burton, così come nei pezzi tecnicamente complessi dell’olandese Iris van Herpen.

Da quella sfilata è passato più di un decennio, ma nel mondo di oggi, e soprattutto in quello della moda, tutto corre talmente veloce che ci sembra appartenere a un'altra era. Nel momento attuale, i designer faticano a immaginare il futuro -- del resto, come biasimarli, ora più ancora di prima del Covid-19 --, e ci sono solo pochi coraggiosi -- o forse nostalgici, inguaribili romantici -- che osano intraprendere viaggi nel tempo. Nicolas Ghesquière è uno di loro.

Da 20 anni, prima da Balenciaga e ora da Louis Vuitton, Ghesquière sviluppa collezioni che potremmo definire futuristiche per il suo approccio sperimentale ai tessuti e i numerosi riferimenti al mondo della science-fiction. Ma allo stesso tempo rimane saldamente ancorato al presente, senza sfidarlo né provocare le convenzioni sociali, almeno non in modo radicale alla McQueen.

Come lui, molti creativi possono avere tendenze o apparire futuristici, ma si tratta in realtà di una fantasia di domani per l’oggi, come dice la giornalista Megan O’Grady del New York Times. I veri futuristi nel 2020 sono quei designer che stanno pensando ad una moda del prossimo futuro, ossia un mondo che non avrà di certo bisogno di abiti volanti, ma di capi rispettosi di un pianeta logorato dal cambiamento climatico.

Non mi sono dato quindi una risposta alla domanda iniziale, ossia che aspetto avranno i vestiti del futuro, poiché mi sono presto reso conto che si tratta di un quesito che lascia il tempo che trova. È decisamente più urgente riprogettare il “come” della moda. Come verranno prodotti i capi, da chi e con quali ritmi. Speriamo che questa volta sia veramente una rivoluzione.

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Crediti

Testo di Alexandre Zamboni
Immagine di copertina tratta dal numero di i-D "The Home Is Where The Heart Is Issue" della primavera 2010. Fotografia di Emma Summerton. Fashion Director Edward Enninful. Abiti Alexander McQueen.

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