Cos'è il progetto di solidarietà Pane Quotidiano, spiegato dai volti di chi lo rende reale

La fotografa Beatrice Seghi ha scattato i volontari e gli ospiti della ONLUS milanese, documentando senza filtri la loro condizione di solidarietà e vulnerabilità.

di Carolina Davalli
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07 aprile 2021, 12:23pm

Al 28 di Viale Toscana, a Milano, c’è sempre una coda di persone che a passo lento si dirige verso l’unico portone presente in quell’immenso muro di cemento che va verso il Parco Ravizza. Quel portone è Pane Quotidiano, la Onlus milanese che, senza fare domande o dare consigli, dal 1898 si assicura semplicemente che chiunque lo necessiti abbia almeno un pasto al giorno, gratuitamente. Grazie al supporto di più di 200 aziende e al lavoro di più di 150 volontari, Pane Quotidiano è riuscita a tenere fede a questa impresa per decenni, anche se quella fila—ormai diventata tristemente il suo simbolo—ha iniziato ad allungarsi inesorabilmente durante l’ultimo anno, sfociando dai marciapiedi ed estendendosi nelle vie circostanti.

Una coda che troppo spesso viene percepita come un’anonima massa di persone. Una cosa che nel suo insieme non passa sicuramente inosservata, attirando l’obiettivo della fotografa italiana Beatrice Seghi che, di fronte a quel portone, ci passava in macchina ogni giorno per andare al lavoro. Quando, a marzo, la scuola di fotografia che frequentava ha chiesto agli studenti di presentare un progetto di ritratto ambientato, Beatrice ha deciso di indagare quel luogo che aveva sempre guardato di sfuggita. Ha così preso forma una serie fotografica sincera, autentica, che con umiltà consegna a quella fila anonima una serie di volti, documentando con sguardo neutro le storie di chi, da molto tempo o per la prima volta, si trova a frequentare Pane Quotidiano.

Spiegazione di che cos'è la ONLUS Pane Quotidiano a Milano, fotografie di Beatrice Seghi
Spiegazione di che cos'è la ONLUS Pane Quotidiano a Milano, fotografie di Beatrice Seghi

“Dopo il liceo ero indecisa se iniziare un percorso accademico in Antropologia o perseguire la mia passione per la fotografia, e alla fine ho capito che potevo combinare i due interessi, indagando la realtà proprio attraverso il mezzo dell’immagine,” ci racconta la fotografa quando le chiediamo come si è approcciata alla sua pratica artistica. Dalle scene di vita quotidiana dei suoi viaggi in Marocco e Nepal fino a quegli spaccati di società italiana ancora troppo ignorati—come quello di Pane Quotidiano, Beatrice percepisce la fotografia come il veicolo privilegiato per mostrare, con naturalezza e spontaneità, le porzioni di mondo che la circondano e le persone che le popolano.

Nello specifico, la fotografia documentaria: “La differenza tra reportage e fotografia documentaria è che nella prima si scatta da distanza, e la realtà risulta intoccabile, mentre nella seconda la macchina è presente e la relazione tra fotografo e soggetto diventa parte integrante dello scatto.” Per la serie di Pane Quotidiano, Beatrice si è approcciata agli ospiti, ai volontari, agli ambienti degli spazi della Onlus entrandoci in contatto diretto, coinvolgendoli attivamente nella serie. “Mi piace la fotografia in studio, ma forse preferisco trovarmi in situazioni in cui non ho il controllo della situazione, dove la fotografia si crea sul momento e dove non conosci ancora chi saranno i tuoi soggetti, le ambientazioni, gli spazi,” ci confida.

Spiegazione di che cos'è la ONLUS Pane Quotidiano a Milano, fotografie di Beatrice Seghi
Spiegazione di che cos'è la ONLUS Pane Quotidiano a Milano, fotografie di Beatrice Seghi

Così, dopo aver chiesto un appuntamento con i responsabili di Pane Quotidiano per conoscere la storia della Onlus e avere accesso ai loro spazi, Beatrice ha iniziato a scattare i ritratti di tutte le persone che circolano attorno a quel portone, che lavorano nei magazzini e che guidano i camioncini con cui ogni mattina vengono raccolte le donazioni di cibo dai fornitori. “Non volevo però ritrarre i gesti e le azioni, non mi interessava riprendere i volontari mentre riempivano i pacchetti o gli ospiti mentre li ricevevano, non volevo restare a lato. Volevo essere presente nella fotografia e documentare i volti, gli sguardi. Questa serie vuole raccontare le persone, non le azioni a cui ci si aspetta che vengano associate,” ci spiega Beatrice.

Alla domanda “Cosa ti ha lasciato questo progetto?” Beatrice risponde con la stessa onestà che traspare dalle sue fotografie: “Sicuramente mi sono rimasti impressi tutte le interazioni che ho avuto con gli ospiti, tra rifiuti, insulti e dinamiche positive, nessuna esclusa.” Attorno ai ritratti al centro del progetto hanno preso forma altri percorsi: “Con lo svilupparsi del progetto, l’obiettivo è diventato quello di mostrare quanto Pane Quotidiano non sia un luogo di passaggio, ma di ritrovo, di riferimento e di scambio, non solo di cibo ma anche e soprattutto di esperienze umane. Dove si trovano infiniti spaccati della società, un misto eterogeneo e complesso di persone,” ci spiega Beatrice.

Spiegazione di che cos'è la ONLUS Pane Quotidiano a Milano, fotografie di Beatrice Seghi
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano

“Il progetto vuole fare questo: normalizzare il fatto che c’è gente che ha bisogno e che non ha paura di mostrare la propria vulnerabilità, a discapito delle apparenze, senza distinzioni estetiche o umane,” afferma la fotografa,” continua Beatrice. “Voglio rivelare questa situazione, raccontare la realtà che circonda Pane Quotidiano, così che più persone possano conoscerla, non solo per parlarne e contribuire attivamente, ma anche e soprattutto perché chi ne ha effettivamente bisogno sappia che c’è un posto dove trovare aiuto sempre, senza fare domande.”

“Far vedere agli altri che chiedi aiuto è difficile, si tende sempre a farlo di nascosto. Con questi scatti vorrei invece normalizzare l’atto di chiedere aiuto, l’umiltà e la vulnerabilità che questo rappresenta. Non c’è vergogna nel chiedere aiuto,” conclude, rimarcando la necessità di dare voce a narrazioni che non sfocino nel compatimento dell’altro o nell’estetizzazione di un disagio. In un momento come quello che stiamo vivendo da oltre un anno, normalizzare questo atto di solidarietà, comprensione e condivisione ha del rivoluzionario, ed è qualcosa di cui forse non sapevamo di avere così tanto bisogno. Quando i processi di accesso, supporto e sostegno vacillano e le problematiche diventano ogni giorno più urgenti e ingigantite, progetti come quello di Beatrice non solo ci ricordano che esistono porti franchi, pronti ad accoglierci sempre, senza distinzioni, ma comunicano anche quella integrità umana che celebra la vulnerabilità, quella stessa vulnerabilità che ci rende persone, e non un’anonima fila.

Puoi trovare tutte le informazioni su Pane Quotidiano qui.

Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano
Inchiesta fotografica di Beatrice Seghi presso Pane Quotidiano di Milano

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Crediti

Testo di Carolina Davalli
Fotografie di Beatrice Seghi
Assistente alla fotografia Lorena Santamaria

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