Cover Dark Youth

Make-up estremi, latex e tinte sbagliate: la scena Dark italiana di fine anni ‘90

Attraverso i ricordi di Albert Hofer e gli scatti inediti del photobook "Dark Youth" a cura dell'archivio "Ragazzi di Strada", ripercorriamo la nascita e l'ascesa della scena Dark italiana, una delle sottoculture più dimenticate del nostro paese.

di Camilla Rocca
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29 aprile 2021, 1:21pm

Cover Dark Youth

i-Dentità Ribelli è la nuova rubrica di i-D Italy in cui scaviamo nei meandri dell’archivio Ragazzi di Strada per indagare le sottoculture e gli stili giovanili che hanno preso forma in Italia tra gli anni Cinquanta e i primi Duemila.

Attraverso materiale visivo, footage, interviste e aneddoti, l’obiettivo è quello di raccontare come diverse generazioni di giovani italiani hanno saputo cogliere, interpretare e fare proprie le sottoculture e le scene musicali e stilistiche provenienti dall’estero.

In questo primo episodio della rubrica andiamo a indagare la scena Dark italiana, nata a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila.


Dark è uno di quei termine-ombrello che, col passare del tempo, è finito per venire abusato, deformato e svuotato, venendo progressivamente allontanato dal suo significato originario e indebolito della sua pregnanza culturale. Risalire alle sue radici è dunque fondamentale per ricollocare il termine all’interno del preciso campo semantico in cui ha avuto origine e a cui, nell’essenza, continua a rimandare. Con Dark veniva definito il cluster giovanile che, a cavallo tra i Novanta e i Duemila, poneva in dialogo una serie di sottoculture europee gravitanti intorno all’universo goth del decennio precedente, mischiandole con l’allora emergente sottocultura Cyber.

Dominata da una palette che variava dal nero—molto nero—al fluo e al rosa, la scena Dark ospitava al suo interno una varietà eterogenea di nicchie culturali, costituita da orfani nostalgici della new wave e del post-punk inglese degli ‘80, da goth pomposamente truccati e adornati di croci, da cyber in tute da lavoro fluorescenti e da amanti della cultura fetish di latex vestiti. A questo calderone si sono poi aggiunte la nicchia neo-folk e quella di deriva metal, che nel giro di pochi anni si contaminarono dei suoni e dell’estetica dark.

coppia metal goth abbracciata, foto da Dark Youth Ragazzi di Strada

In Italia, la scena Dark locale—come molte altre sottoculture del Belpaese—ha però assunto specificità proprie ed era caratterizzata da un’evidente tensione verso l’estero, che fosse la bramata Londra o l’industriale Germania, da cui importare spunti, suggestioni e miti culturali che venivano poi declinati e coniugati—spesso in modo naif—con l’attitudine dell’adolescenza della provincia italiana.

“I parrucchieri non ti tingevano i capelli di blu. Mi ricordo che la prima volta che chiesi di farmeli viola, me li fecero biondi con un ciuffetto vagamente rosso. L’unica soluzione erano gli amici pazzi che ti facevano cose pazze. Ti facevi fare i capelli e poi tornavi a casa a litigare con i genitori.”—Albert Hofer

Così Albert Hofer, esponente cardine della sottocultura Dark in quegli anni cruciali e noto per la curatela di eventi a Milano come Rebel Motel, Le Cannibale e Reverso Festival, restituisce l’essenza, le controversie e la tensione ribelle della scena Dark che si è sviluppata in Italia a cavallo tra la metà degli anni ’90 e i primi ’00. I suoi racconti assumono la forma di un fiume di aneddoti e dettagli che sono confluiti in Dark Youth - Photographic Documents of Cybergoth Youth in Italy, 1996-2001, volume bilingue italiano-inglese edito da Mondo Erotico Publishing e a cura del progetto di archivio sulle sottoculture italiane Ragazzi di Strada.

una coppia di goth italiani anni '90, foto da Dark Youth

Il libro esplora e racconta questa scena in oltre 90 pagine di fotografie inedite, ricordi e memorie di chi, insieme ad Albert, quella scena l’ha vissuta e alimentata. Gli scatti amatoriali—realizzati proprio da lui, in bianco e nero con una macchina point and shoot da cui non si separava mai—, restituiscono una testimonianza unica, realizzata in tempi non sospetti con la dedizione di un archivista ancora inconsapevole di esserlo. Un atto dunque intimo, libero, ribelle e irriducibilmente spontaneo, in contrapposizione con l’ostensione verso cui i social media hanno trainato le scene controculturali degli ultimi anni, come spiega Albert:

“Nel momento in cui sono arrivati i mezzi digitali per raggiungere informazioni e approfondire contenuti con maggiore facilità, ci è stato concesso di avvicinarci ai fenomeni culturali e sottoculturali immediatamente.”

All’epoca, infatti, era difficile non solo avere accesso informazioni sul movimento stesso, ma anche reperire vestiti, capi e accessori associati all’identità estetica della sottocultura dark. La ricerca di un mutuo riconoscimento attraverso un abbigliamento condiviso rappresentava, infatti, un ulteriore elemento cardine di unione e di autenticità per i membri della sottocultura Dark.

ragazzo stile cyber sdraiato a terra su un tappeto di fianco a dei dischi, foto da Dark Youth Ragazzi di Strada

“I vestiti li creavamo andando in ferramenta, con lo spirito di riprodurre da soli quelle cose strane e particolari: creatività folle. Partendo da capi eleganti riuscivo ad inventarmi dei look trasgressivi. Un esempio era stato il cappotto loden regalatomi da mia madre: lo indossavo con i fuseaux, scarpe da ginnastica o anfibi neri e capelli cotonati in maniera folle. Ed ecco come, da capo elegante dei miei genitori, poteva subito sembrare qualcosa di super dark. C’era una carenza di uniformi, soprattutto per quello che volevo essere io, che era all’inizio Dark, ma che poi è andato verso il fetish, e infine verso il cyber,” racconta Alberto.

All’epoca, infatti, non esistevano in Italia molti negozi specifici di riferimento per le varie sottoculture dell’epoca, tra dark, goth o cyber. Così i membri di tribù diverse si ritrovavano ad acquistare dagli stessi negozi di nicchia, col risultato che gli stessi capi venivano riproposti e ripresentati secondo mood, attitudini, stili e declinazioni completamente lontane tra loro.

ragazza goth che fa le corna, foto da Dark Youth Ragazzi di Strada

“A Firenze c’era un negozio che si chiamava Inferno e Suicidio, aveva questo nome molto, molto dark, ma negli anni ‘90 già si stava aprendo al pubblico delle discoteche. Vendeva molti capi che io chiamavo ‘darkettonate’, molte cose provocatorie per drag, ma anche un sacco di abbigliamento da clubber. Alla fine, quello che io volevo fosse cyber era poi una tamarrata particolarmente ambiziosa per clubbers,” racconta Albert con una nostalgia priva di rimpianti.

“Nel momento in cui compravi una polo giallo fluo o una graphic t-shirt, però, si trattava di capi così strani per l’epoca, che sia che tu venissi dal mondo delle discoteche o che avessi velleità cyber, l’effetto finale funzionava comunque. Tutto veniva creato o ricontestualizzato da noi perché in Italia non c’era davvero quello che volevamo.”

In quegli anni, infatti, stavano nascendo le compagnie aeree low-cost, che da quel momento rivoluzioneranno il concetto di distanza e le modalità di trasporto, permettendo finalmente ai giovani di viaggiare all’estero, con la conseguenza di avvicinare nicchie lontane e intensificare gli scambi culturali da una parte all’altra dell’Europa. Questo passaggio segnò infatti una svolta epocale per la crescita delle sottoculture dell’epoca, inclusa quella Dark, la cui capitale era Londra.

“Quando andavi a Londra arrivavi, spendevi tutti i tuoi soldi il primo giorno e poi eri disperato per il resto della vacanza, però ti eri fatto il guardaroba sia per la vacanza e sia per tutto l’anno successivo in Italia,” ricorda Albert scherzando.

ragazza goth con in mano una bibita, foto da Dark Youth Ragazzi di Strada

Essere un membro di una tribù urbana in Italia a metà Novanta era complicato, e non solo per un fattore estetico. Il clima socioculturale dell’epoca era infatti marcato da una forte intolleranza verso tutto ciò che era considerato “estremo”, “diverso dalla norma”, anche all’interno delle stesse minoranze culturali:

“Il centro Italia Dark (Bologna, Firenze, Modena) era molto rosso. Ma non lo era Roma, così come Milano. Per questo i costumi del Dark variavano molto da zona a zona. C’erano alcune nicchie che, alla fine, non erano nient’altro che metallari vestiti di nero, con in più il trucco. Mentre era un discorso diverso, per esempio, tra i gotici, dove era presente un elemento più mascolino,” racconta Hofer.

“Il dark era una sottocultura esplosiva, che veicolava un’interessante concezione di femminilità nel proprio immaginario, automaticamente adottata da chi ne faceva parte, in alcuni casi in maniera anche molto comica. Il gruppo si distaccava da un’estetica prettamente machista, permettendo così una certa integrazione e tolleranza. Il fatto di abbattere un discorso di genere era possibile in un’Italia ancora molto diversa da quella di oggi.”

Con outfit folli, musiche oscure e make-up esagerati, la scena Dark italiana gridava la sua esistenza al mondo sottoculturale nazionale ed internazionale. Una scena tuttavia dimenticata, tanto che non è stata inserita da Ted Polhemus nel suo esaustivo libro Street Style. Ciononostante, ha saputo affermare la propria identità attraverso estetiche e valori ben precisi e, allo stesso tempo, grazie ai crossover stilistici e musicali che innescava, a creare le basi per il nascere dell’attitudine fatta propria dai cluster giovanili di oggi: quella di assimilare, rielaborare, rinnovare e mischiare una moltitudine di elementi estetici e culturali a cui attribuire nuovi, ribelli significati.

Per acquistare il volume “Dark Youth - Photographic Documents of Cybergoth Youth in Italy, 1996-2001”, vai a qui.

ragazzo con stile cyber, foto da Dark Youth Ragazzi di Strada
ragazza cyber-goth con palloncino, foto da Dark Youth Ragazzi di Strada
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Crediti

Testo di Camilla Rocca e Lorenzo Ottone
Fotografie courtesy of Mondo Erotico Publishing

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