Questo stilista dimostra che moda e fai-da-te hanno molto più in comune di quanto pensi

Artigiano più che un artista, Andrea Cocco ha un approccio che definisce “piratesco”, posizionandosi tra tradizione e avanguardia, senza mai prendersi sul serio.

di Giorgia Imbrenda
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12 febbraio 2021, 3:29pm

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno di Andrea Cocco, stilista italiano nato a Genova che preferisce definirsi un artigiano, più che un artista.

Intrigato, fin da bambino, tanto dall’eleganza antica della nonna sarta quanto dall’artificiosità dei vestitini in plastica delle polly pocket, Andrea è cresciuto disegnando. Ed è tramite questa pratica che ha portato fuori dalla sua testa il suo mondo interiore, popolato da outfit a metà tra tradizione e avanguardia, senza mai prendersi troppo sul serio.

Incuriosite dal suo immaginario, abbiamo deciso di intervistarlo per farci raccontare cosa c’è dietro alle sue creazioni.

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fotografia di Andrea Lamedica e Sonia Alipio

Ciao! Ti va di raccontarci del tuo percorso?
Dopo aver passato fortuitamente indenne il liceo, molto più interessato alle sfilate e ai miei look che al latino, ho capito che ciò che volevo fare era studiare moda. Così, subito dopo il diploma sono corso a laurearmi nella capitale italiana della moda: Milano. Lì ho avviato qualche progetto freelance e intrapreso un’esperienza in studio, ma dopo un anno ho deciso di fare il grande passo, scegliendo un percorso indipendente da freelance. Ed eccomi qui.

Come definiresti le tue creazioni usando solamente tre parole?
Artigianali, grafiche, acerbe.

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fotografia di Andrea Lamedica e Sonia Alipio

Patchwork e geometria sono le tue ossessioni. Ma da dove arrivano? E quali sono le tue principali fonti di ispirazione a livello creativo?
Sono sempre stato attratto da pattern e stampe. Il patchwork nasce dal proverbiale “fare di necessità virtù”: non avendo i mezzi per stampare tessuti, tantomeno per tessere jacquard, dopo diversi tentativi fallimentari con giganteschi timbri, questa mi è parsa una buona soluzione.

L’ispirazione la trovo nella pratica, nel materiale e nella lavorazione: manipolando il tessuto si impara a conoscerlo, scoprendo poco a poco dove lo si può portare. Il lavoro lungo e monotono consente alla mente—quantomeno alla mia—di vagare libera ed esplorare nuove idee.  

Dal punto di vista realizzativo, quali tecniche utilizzi per dare forma alle tue idee?
Potrei dire di avere un approccio piratesco al cucire. Durante l’università non ho assimilato come avrei voluto le nozioni di sartoria e modellismo, e ora sto cercando di recuperare le mie lacune guardando quanti più tutorial riesco. Sono affascinato—e anche intimorito—dal mondo del fai-da-te, è un tipo di hobby che osservo con curiosità per assimilarne approcci e tecniche, che poi applico nei miei lavori con una buona dose di inventiva, soprattutto nella realizzazione di accessori.

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In base a quale criterio scegli i tessuti? In questa fase, come mantieni un equilibrio tra stile e praticità?
Nella scelta dei tessuti sono attratto principalmente da colore, fibra e qualità materiche. Spesso tralascio l’elemento della praticità, è il lusso della produzione minima: non dovere necessariamente rincorrere con un prodotto ideale per un pubblico largo.

Parlando di sostenibilità: perché è importante e in che modo si può ridurre l'impatto ambientale di un brand?
Ad oggi è diventato necessario sviluppare un protocollo produttivo sostenibile, altrimenti non avremo più alcun processo produttivo tout court. Da parte mia, cerco tessuti tra fondi di magazzino per assorbire la sovraproduzione precedente, mentre per gli accessori utilizzo materiali destinati allo smaltimento in discarica. Ma il margine di miglioramento è ancora molto ampio: è fondamentale sensibilizzare, ma sarà impossibile ottenere cambiamenti significativi se i grandi gruppi—i soli che possano agire sui processi produttivi—non decidono di assumersi la propria responsabilità .

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Per quanto riguarda il sistema delle collezioni stagionali, cosa ne pensi?
Le stagioni sono un fatto, e fornire abiti adeguati al clima una necessità. Ma adeguarsi a queste tempistiche non giova nessuno, se ne sono resi conto persino i brand che hanno contribuito a sostanziare questo sistema: i saldi di metà stagione per fare spazio alle nuove collezioni non sono né proficui né ecosostenibili, andando ad alimentare la sovra-produzione.

Pensi che dalle tue creazioni riescano a trasparire i tuoi ideali etici?
Temo sia difficile. Spero però che possa trasparire una certa distanza dal conservatorismo e dalla tradizione. Alla fine credo che i prodotti estetici tendono a riflettere i valori etici di chi li osserva, piuttosto che esprimerne di intriseci. 

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Cosa pensi dei social network e come sviluppi la comunicazione del tuo brand? Credi che siano indispensabili per permettere a un brand emergente di farsi conoscere? Ma ci vedi anche dei contro?
A tratti mi sento turbato dalla capacità di totale assorbimento esercitata dai social, ma dall’altro lato mi entusiasma il mondo di connessioni a cui danno accesso. Sono sicuramente dei mezzi comunicativi utili per i brand emergenti, ma devo ammettere che il mio approccio è del tutto sconclusionato, ci sto ancora lavorando. Un aspetto negativo di questo tipo di comunicazione è sicuramente la ricerca del like, che tende a orientare il proprio lavoro verso ciò che si prevede possa avere un buon riscontro, mentre bisognerebbe, secondo me, imparare a gestire questa pressione ed evitare che influisca sulla spontaneità creativa.

Dove ti vedi tra 5 anni?
Mi vedo sempre con le mani in pasta, meno solo creativamente e impegnato in una produzione che non sia unicamente di abbigliamento.

Cosa pensi dei social network e come sviluppi la comunicazione del tuo brand? Credi che siano indispensabili per permettere a un brand emergente di farsi conoscere? Ma ci vedi anche dei contro?
A tratti mi sento turbato dalla capacità di totale assorbimento esercitata dai social, ma dall’altro lato mi entusiasma il mondo di connessioni a cui danno accesso. Sono sicuramente dei mezzi comunicativi utili per i brand emergenti, ma devo ammettere che il mio approccio è del tutto sconclusionato, ci sto ancora lavorando. Un aspetto negativo di questo tipo di comunicazione è sicuramente la ricerca del like, che tende a orientare il proprio lavoro verso ciò che si prevede possa avere un buon riscontro, mentre bisognerebbe, secondo me, imparare a gestire questa pressione ed evitare che influisca sulla spontaneità creativa.

Dove ti vedi tra 5 anni?
Mi vedo sempre con le mani in pasta, meno solo creativamente e impegnato in una produzione che non sia unicamente di abbigliamento.

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Crediti

Testo di Giorgia imbrenda
Immagini su gentile concessione di Cocco e fotografia di Andrea Lamedica e Sonia Alipio

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