A.F. Vandevorst S/S 00. PIERRE VERDY/AFP via Getty Images 

4 designer di culto dal Belgio che dovresti conoscere (oltre a Raf, Margiela e Antwerp Six)

Da A.F. Vandervorst a Veronique Branquinho, abbiamo recuperato quei nomi troppo spesso trascurati nella storia della moda del Benelux.

di Eilidh Duffy
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09 novembre 2021, 10:16am

A.F. Vandevorst S/S 00. PIERRE VERDY/AFP via Getty Images 

Nel libro del 2018 A.F. Vandevorst: Ende Neu, lo scrittore Dan Thawley analizza la moda made in Belgium. “Nonostante i moltissimi tentativi di raggruppare ə designer belga sotto un’unica estetica,” scrive, “è quasi impossibile generalizzare il loro operato. Quello che posso dire è che, nonostante le loro diversità generazionali e di sensibilità, sono tuttə poetə.”

Poesia è una parola usata molto spesso nella moda per definire i momenti in cui il design va oltre i limiti della funzionalità e sfocia nel concettuale. Raramente, tuttavia, la moda è riuscita a esprimere l’essenza stessa della poesia: una pratica capace di cogliere la bellezza e i significati nascosti tra le righe del visivamente distinguibile. Eppure, un gruppo di designer belga emerso alla fine del XX secolo è riuscito a ottenere questo risultato.

La moda belga si è affermata nel 1986, dopo che sei laureatə della Royal Academy of Fine Arts di Anversa—Walter van Beirendonck, Marina Yee, Ann Demeulemeester, Dirk Van Saene, Dries Van Noten e Dirk Bikkembergs—hanno deciso di portare le proprie collezioni di laurea a Londra per il British Designer Show, un evento precursore della London Fashion Week. Il gruppo ha affittato uno stand e dopo solamente un giorno di presentazioni ha attirato l’attenzione del pubblico. Per via delle difficoltà di pronuncia, i compratori inglesi e americani hanno battezzato il gruppo con il titolo di The Antwerp Six [I Sei di Anversa, NdT]. Da allora, Martin Margiela è stato classificato come membro onorario, anche se non si è presentato con il gruppo a Londra.

“Ciò che tiene unito il gruppo è una certa caparbietà, un approccio concettuale, l'amore per il surrealismo e un’inconfondibile attenzione ai dettagli,” racconta Elisa De Wyngaert, curatrice del Mode Museum (MoMu) di Anversa. Nathalie W., titolare di Vaniitas, un negozio di seconda mano specializzato in design concettuale belga e giapponese, è d'accordo, assicurando che questo è un aspetto insito nello stile belga.

Forse è per questo che stiamo assistendo a un rinnovato interesse per il fashion design belga anche nel mercato dell'usato. Le Tabi Margiela non ha mai avuto così tanto appeal e il rave-wear psichedelico di Walter van Beirendonck ora viene venduto a somme da capogiro nella maggior parte dei siti web di pezzi pre-loved. Ma negli anni '90, il Belgio è diventato la patria di una nuova ondata di designer di talento, un gruppo che Kaat Debo, direttrice del MoMu, ha soprannominato "la seconda generazione". Nel gruppo ci sono A.F. Vandevorst, Veronique Branquinho, Olivier Theyskens e Haider Ackermann.

Ecco quindi 4 designer belga che non sono Raf, Margiela o i Sei di Anversa

A.F. Vandevorst

immagini dalla AF Vandevorst S/S 00
A.F. Vandevorst S/S 00. Fotografia PIERRE VERDY/AFP via Getty Images

"Non mi ero resa conto di quanti pezzi spettacolari avesse realizzato A.F. Vandevorst finché non sono andata nei loro archivi," afferma Nathalie. "È qualcosa di cui non ti puoi rendere conto appieno dalle foto di passerella, ed è solo quando lo tocchi con mano che te ne rendi realmente conto." Dopo aver visitato una vendita di campioni A.F. Vandevorst, Nathalie ha iniziato una conversazione con il duo di designer e ha ottenuto un accesso speciale ai loro archivi. Ora possiede un'intera selezione di pezzi unici che non sono mai stati messi in produzione.

An Vandevorst e Filip Arickx si sono incontrati nel 1987 durante il loro primo giorno alla Royal Academy of Fine Arts ad Anversa. I due erano spiriti affini e hanno stretto subito amicizia, prima ancora di diventare una coppia e infine fondare il loro marchio A.F. Vandevorst nel 1996.

Una modella che cammina in passerella alla A.F. Vandevorst A/W 08
A.F. Vandevorst A/W 08. Fotografia via Karl Prouse/Catwalking/Getty Images

Ma la loro prima collezione a sfilare ufficialmente è stata la A/W 1998/99, un progetto che includeva già tutti gli elementi su cui An e Filip sarebbero tornati più e più volte durante il loro 22 anni di carriera. I pesanti tessuti in feltro e i riferimenti militari sono chiari cenni all'artista preferito di An, Joseph Beuys, così come l'ormai iconico logo della croce rossa estratto dal corpus dell’artista. Poi, i riferimenti all'equitazione, incarnati da una sella indossata da un modello in passerella, dai loro capi rivettati e dalla linea di scarpe Fetish.

All’inizio del 2020, la coppia dietro a A.F. Vandevorst ha annunciato che non avrebbe più prodotto nuove collezioni. Nell’arco di un mese, un paio di scarpe di seconda mano che fino a quel momento sarebbero costate circa 30€ ora ne costavano più di 100€. “Da un momento all’altro è tutto diventato limited edition,” racconta Nathalie, per spiegare quest’inflazione, “e poi c’è la riconoscibilità dei capi—se una persona indossa un capo A.F. Vandevorst, lo riconosci grazie a quella croce.” Sempre più persone riconoscono l’iconicità di quel logo, e nel frattempo il logo stesso diventa sempre più desiderabile. “Sai, si tratta di una moda d’avanguardia,” ironizza Nathalie. “È come far parte di un club.”

Olivier Theyskens

modella che cammina alla sfilata di Olivier Theyskens A/W 01
Olivier Theyskens A/W 01. Fotografia via Charly Hel/Prestige/Getty Images

La prima collezione di Olivier Theysken, che sfilò alla Paris Fashion Week quando aveva soltanto 21 anni, era impossibile da comprare. Intitolata Gloomy Trips, la sfilata del 1998 non venne mai prodotta, ma non per mancanza d’interesse. Fabbricati con lenzuola recuperate da sua nonna in Normandia, era impossibile ricreare uno qualsiasi degli stretti abiti edoardiani o delle gonne da sera nere, semplicemente perché i tessuti erano introvabili.

Come scrive Kaat nel catalogo della mostra del 2017 al MoMu Olivier Theyskens: She Walks in Beauty: “Lui ricerca tessuti, materiali e lavorazioni straordinarie, e le seleziona osservando il modo in cui riflettono la luce o come cadono sul corpo. Unendo questa ricerca a una sartoria meticolosa, riesce a creare un senso di leggerezza mantenendo una dinamicità nei suoi design.” 

Questa leggerezza lo ha portato a Rochas nel 2002, e infine da Nina Ricci nel 2006—dove il suo lavoro è diventato un po' più commerciale—prima di entrare a far parte del brand Theory di New York. Successivamente è uscito dai radar per un po', ma dopo la sua ultima sfilata per la S/S 22, Olivier Theyskens sembra essersi guadagnato un nuovo pubblico. La collezione, che ha richiesto un anno intero per essere realizzata, sembra vedere Olivier ritornare alle sue origini, lavorando meticolosamente nello spazio dell’atelier, utilizzando tessuti intrisi di memoria e tattilità, ma con forme più rilassate e contemporanee.

Veronique Branquinho

una modella che sfila sulla passerella di t Veronique Branquinho
Veronique Branquinho A/W 16. Fotografia di Catwalking/Getty Images

Quando Veronique Branquinho ha mostrato la sua prima collezione nel 1997 alla tenera età di 24 anni, è stata annunciata come "la Coco Chanel del XXI secolo", come scrive Kaat nella sua introduzione al catalogo per la retrospettiva di Veronique Branquinho del 2008 al MoMu. La collezione è stata rapidamente acquistata da ben 27 negozi in tutto il mondo.

Questa prima collezione era ispirata all’inquietante fotografia del compianto David Hamilton di fragili adolescenti (nel 2016 sarebbe stato accusato di stupro da più donne che aveva fotografato) e dal film di Peter Weir del 1975 Picnic ad Hanging Rock in cui delle ragazze vestite di bianco spariscono misteriosamente. Con il passare del tempo avrebbe continuato a esplorare le sinistre dualità che convivono nell’ideale della donna contemporanea.

“La sua estetica era innocente ma allo stesso tempo erotica; insieme giocosa e severa, misteriosa e complessa,” racconta Elisa. "È unica e intrigante e potrebbe ancora essere interessante e rilevante per le persone che solo di recente hanno scoperto il suo lavoro." La stessa Veronique si riferisce ai suoi progetti come un tipo di "romanticismo per la generazione del destino," una definizione sontuosa che si adatta a una nuova coorte di giovani appassionati di moda che vivono in un mondo estremamente precario.

E anche se il suo brand ha chiuso i battenti dal 2017, il lavoro della designer sembra aver subito una riscoperta collettiva: Vaniitas sta per mettere in vendita una vasta collezione del suo lavoro. "Fino a ora era stata per lo più trascurata, forse a causa del [suo uso di] tessuti classici," spiega Nathalie. “Ma la sua maglieria è semplicemente fantastica,” conclude.

Haider Ackermann

Una modella che sfila per Haider Ackermann A/W 03
Haider Ackermann A/W 03. Fotografia di Jean Baptiste Lacroix/WireImage

Ok, ora ascoltateci. Anche se potrebbe essere strano vederlo in questa selezione, in quanto non è strettamente un designer belga, non potevamo non menzionare il designer di riferimento di Timothée e Tilda.

Haider Ackermann nasce in Colombia prima di essere adottato da genitori francesi. Dato che suo padre era un cartografo, ha passato la sua infanzia viaggiando per il mondo prima di stabilirsi nei paesi Bassi a 12 anni. Ma è stato solo nel 1994 che si è trasferito ad Anversa per studiare alla Royal Academy of Fine Arts, continuando a lavorare nella città prima di abbandonare gli studi nel 1997—e alla fine allestire lì l'atelier del suo omonimo brand. Forse questa influenza internazionale è il motivo per cui non condivide lo stesso mood tipicamente belga dei tre designer sopracitati.

“Dalla svolta internazionale della prima generazione di designer belga alla fine degli anni '80, sia la moda belga che il suo posizionamento internazionale hanno subito un cambiamento radicale,” spiega Kaat. “Le origini deə designer, i luoghi in cui si sono formatə, i contesti culturali, socio-economici e politici da cui ə designer attingono per la creazione delle loro collezioni, alimentano un'identità in continua evoluzione,” continua. Haider Ackermann ha fatto il suo debutto mondiale solo nel 2003, molto più tardi degli altri, in un momento in cui la "moda belga" era già un termine specifico utilizzato dei critici di moda.

Il suo lavoro, tuttavia, è in linea con l'artigianalità e la poetica del design belga contemporaneo. In effetti, Nathalie afferma di essere attratta dal suo lavoro proprio per la sua poetica e per i suoi ingegnosi usi di stratificazione e drappeggio.

Questo articolo è comparso originariamente su i-D UK. 

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