"Pripyat e l’indefinibile leggerezza della sperimentazione: intervista a Marina Herlop

Una guida a quello che è successo nella testa della pianista catalana prima e dopo il suo nuovo album, fuori oggi per PAN.

di Carlotta Magistris
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20 maggio 2022, 11:12am

Se sei una di quelle persone che ama nerdare nei meandri dei virtuosismi sperimentali, hai probabilmente già sentito parlare di Marina Herlop. Pianista catalana di formazione classica based a Barcellona e con due album all’attivo, si è ritagliata il pregio dell’autorialità per via della sua personalissima capacità di fondere il neoclassico all’avant-garde e di plasmare un linguaggio inventato nei testi delle sue canzoni.

Difficile che passi inosservato—come tutto ciò di sperimentale che per sua natura trascende le etichette del genere—, difficilissimo da inserire all’interno di una filiera produttiva che lo possa contestualizzare nel giusto circuito di etichette, festival e target. Soprattutto da quando Marina ha deciso di lasciarsi alle spalle la sua non attitudine per la tecnologia per iniziare a lavorare con i suoni elettronici, creando una nuova struttura del proprio suono, ancora incasinata ma con una coerenza armonica ancora più precisa.

Ne esce Pripyat, per PAN, etichetta che si fa riconoscere per quanto riguarda una certa musica sperimentale emotiva—anticipato il 5 maggio da abans abans, il primo singolo, e in arrivo in Italia a Nextones il 29 luglio 2022. Così, le abbiamo chiesto un paio di cose per capire meglio il suono, il contesto e lei, prima di inseguirla live in una delle vicinissime date estive del tour.

Ciao Marina! Partiamo dalle basi. Che tipo di formazione musicale hai? 
Dai 9 ai 14 anni ho studiato pianoforte e linguaggi musicali al conservatorio, poi ho lasciato e sono tornata su questo percorso più seriamente a vent’anni, diplomandomi in pianoforte classico al conservatorio di Badalona. Nel frattempo, ho frequentato un’altra scuola di musica per un paio d’anni. Ho studiato armonia, linguaggi musicali e allenato il mio orecchio, ma non saprei dire se effettivamente applico le conoscenze teoriche che ho appreso quando faccio musica. Quegli anni sono stati importanti più che altro perché ho avuto accesso ad aspetti della musica classica che mi hanno fatto capire cos’è la musica per me nel profondo. Ed è questo che da lì in poi ho applicato nel produrla.  

Quale è stato il tuo primo approccio alla musica e come ti senti ora, rispetto a quella te?
Il mio primo grande approccio alla musica come ascoltatrice è stato durante gli anni dell’adolescenza: ero ossessionata dalla musica, avevo bisogno di ascoltarla letteralmente sempre ed ero costantemente alla ricerca assetata di tracce nuove. Potrei dire che l’esplosività dell’adolescenza, nel mio caso, è stata tutta orientata verso la musica. Per me, costituiva un escapismo liberatorio dallo studio e dalla scuola, che non mi piacevano.

Per quanto riguarda l’approccio allo studio della musica, invece, quello è avvenuto a nove anni, quando ho iniziato a frequentare l’istituto della mia cittadina. Mi ricordo di aver insistito un sacco con i miei genitori per potermi iscrivere, avevamo una tastiera a casa perché mio fratello stava imparando a suonarla e qualche volta la utilizzavo anche io come se fosse un giocattolo. Ricordo che ero molto gasata all’idea di avere un’insegnante che mi spiegasse come fare.

Di cosa parla Pripyat—se parla di qualcosa? 
Per me Prypiat non parla esattamente di qualcosa, è musica senza uno scopo descrittivo o un fine concettuale. Ha un significato molto importante nella mia vita: è il disco con cui ho iniziato a produrre musica col computer, quindi vi infonde freschezza, goffaggine e fierezza allo stesso tempo. È stato un processo difficile e bello allo stesso tempo, velato dalle ombre più oscure e illuminato dalle luci più luminose. Quando l’ho finito, pensavo che fosse finito anche il dramma, e invece è iniziato un capitolo ancora più intricato, dato che è stato incredibilmente difficile riuscire a farlo uscire. Quindi, per me, Pripyat è un simbolo di tenacia e resilienza emotiva. Ma sono io a parlarne in questi termini, non il disco in sé. Il disco cerca solo la bellezza estetica attraverso il suono.

In quale genere musicale lo collocheresti? 
Probabilmente, direi sperimentale, perché è l’approccio con cui è stato creato. Ma è difficile per me mettere la musica di oggi dentro ai contenitori di genere. Da Internet in poi, tutto ha iniziato a confondersi e mischiarsi in maniera estrema. Avendo avuto accesso a tutti i generi musicali da quando siamo adolescenti, mixiamo inconsciamente suoni, mood, stili e provenienze totalmente diverse, tanto che risulta difficile etichettare o descrivere il risultato.

Cosa pensi che sia cambiato nella tua musica paragonando Prypiat a Nanook e Babasha
Sostanzialmente gli strumenti che ho usato per farla. Negli album precedenti usavo solo il piano e la voce, erano gli unici che sapevo usare. A un certo punto, mi sono stancata di quelle sonorità e del tipo di percorso armonico che stavo costruendo. Ho pensato che fosse arrivato il momento di iniziare a fare musica col computer, anche se sono sempre stata riluttante a inserirlo nei miei processi creativi, dato che mi sento un po’ imbranata con la tecnologia. 

Inoltre, nei primi due album le strutture dei singoli pezzi e i cambi armonici erano abbastanza caotici, ma funzionavano lo stesso dato che erano piuttosto minimali. Nell’aggiungere suoni, strutture, cambiamenti di ritmi e armonizzazioni vocali col computer, sono stata obbligata a fare ordine e capire che c’era bisogno di una struttura. C’è stata quindi una sorta di crescita nella mia percezione della musica, anche se il rischio del diventare troppo analitici è quello di perdere un po’ di spontaneità.

Vivi ormai da un po’ di tempo a Barcellona. È ancora una città delle meraviglie o c’è qualche altro posto in cui ti piacerebbe spostarti?
Barcellona mi piace molto. Non sono però mai stata molto immersa nella sua scena culturale locale. Negli ultimi dieci anni ho fatto una vita abbastanza eremitica, ma dai 25 ai 28 ho frequentato molto El Pumarejo, un social club che aveva appena aperto. Lì ho conosciuto un sacco di musicisti e gente interessante. Pensandoci, è stato un luogo cruciale per lo sviluppo della mia carriera. 

Non credo che, comunque, mi muoverei in altri posti per ora. Mi sento piuttosto legata al mio quartiere e al mio appartamento. Credo che lo farei se, a un certo punto, diventasse importante per qualche motivo legato al mio percorso musicale.

Elencaci un paio di dischi che pensi che abbiano dato una svolta al tuo modo di produrre musica. 
È difficile da dire, perché non mi rendo mai esattamente conto di quali sono le reference che ho in testa quando produco, è tutto mixato caoticamente e infilato in una sola testa. Ma forse: Snowflakes Are Dancing (1974) di Isao Tomita, Choose Your Weapon (2015) di Hiatus Kaiyote e James Blake (2011) di James Blake.

E ora un paio di dischi che hanno dato una svolta a te stessa.
Dummy (1994) di Portishead e Buena Vista Social Club (1997) di Buena Vista Social Club.

Cosa pensi che staresti facendo ora se non stessi facendo musica? 
Difficile… Probabilmente cercherei di avere una carriera nel mondo del mixing e dell’ingegneria del suono, che è qualcosa a cui mi sono interessata parecchio negli ultimi due anni. Sono anche molto affascinata dagli animali, quindi forse avrei anche potuto studiarne i comportamenti e realizzare dei documentari a riguardo. 

Crediti

Testo: Carlotta Magistris
Fotografia cover (sinistra): Anxo Casal

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