Come cambia l'idea di "casa" quando sei obbligato a starci 24 ore su 24

Da rifugio a prigione: la pandemia ha stravolto tutto, ma soprattutto il nostro rapporto con il luogo in cui viviamo.

di Atxu Amann y Alcocer e Flavio Martella
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13 aprile 2020, 9:15am

Illustrazione di Alessandra Marianelli/Luchadora

L’esistenza di un cittadino è inevitabilmente sia pubblica che privata, perché composta da attività condivisibili con un ampio numero di persone, per poche persone o anche solo per see stessi. Queste sono spesso percepite agli antipodi, identificate in luoghi ben diversi: la città e la casa. Quest'ultima viene vista come il negativo della vita pubblica, il lavoro, la socializzazione. Un rifugio dalle ansie esterne, dove poter coltivare esclusivamente i propri interessi, svagarsi e rilassarsi, recuperare le energie per il giorno successivo che porterà con sé una nuova "immersione" nella stressante vita pubblica. O almeno questo era il concetto di casa promosso nel 20esimo secolo.

Nell’epoca contemporanea questa distinzione netta tra domestico e urbano risulta molto meno definita, arrivando fino a quasi coincidere. A partire dalla rivoluzione di genere degli anni ’60, emerge come quel modello di casa potesse esistere solo a condizione di una figura, la donna, che lo mantenesse. Senza questa figura casalinga, la casa non avrebbe potuto rappresentare il tanto ricercato rifugio dal mondo esterno che l’uomo, il lavoratore, l’essere pubblico necessitava per tornare ad essere attivo il giorno dopo, per “riprodurre” la sua capacità produttiva. Una necessità che poi si è riflessa nella volontà di vivere in case quanto più grandi possibili, in grado di accogliere un maggior numero di usi e di svaghi, ed essere indipendenti dal resto: diventa quindi una palestra, una sala giochi, una biblioteca, un ristorante, un negozio di dischi, un cinema, un laboratorio.

La presa di coscienza della donna sul suo ruolo di “riproduttrice” del capitale, e quindi di membro attivo nelle dinamiche produttive, ha fatto in modo che la dualità uomo/donna e casa/lavoro potesse essere sia ribaltata che annullata. La donna ha quindi la possibilità di uscire dalla sua involontaria reclusione, di liberarsi dalle catene domestiche, dando inizio ad una lenta ma inesorabile trasformazione delle dinamiche tra pubblico e privato, tra interno ed esterno, tra domestico ed urbano, tra uomo e donna. Una trasformazione ancora in corso e che ha reso l’idea di casa “tradizionale”, obsoleta.

"Uno degli effetti più evidenti della rivoluzione digitale è la perdita d’importanza del concetto di spazio in favore di quella di tempo: grazie allo strato digitale, è possibile accedere a numerose e differenti realtà, senza cambiare materialmente di luogo."

Questi cambiamenti sono stati accentuati dalla recente rivoluzione digitale: le tecnologie contemporanee hanno creato nuovi costumi e stili di vita, basati prevalentemente sulla velocità d’azione, le potenzialità dei dispositivi individuali e l’espansione delle relazioni pubbliche. Ci permettono di sovrapporre uno strato informazionale a quello materiale, arricchendolo, aumentandolo, ed inevitabilmente cambiandone la maniera di essere percepito e vissuto. Uno degli effetti più evidenti di questa rivoluzione è la perdita d’importanza del concetto di spazio in favore di quella di tempo. Infatti, grazie allo strato digitale, è possibile accedere a numerose e differenti realtà, senza cambiare materialmente di luogo.

L’intorno pubblico è perciò potenzialmente sempre presente, anche in quello privato, a patto che ci sia un dispositivo capace di attivare lo strato digitale, come lo smartphone o il computer. La casa non è quindi più un rifugio dal mondo esterno. Paradossalmente, diventa il contrario. Materialmente prosegue ad avere un ruolo rilevante per separare fisicamente la città, ma digitalmente è semplicemente un altro punto di accesso alla sfera pubblica digitale. Perde dunque il suo carattere privato, e intanto la città acquisisce sempre più un ruolo domestico, sia materialmente che digitalmente.

Aspetti fisici della casa iniziano infatti ad apparire nei bar (che ricreano dei veri e propri salotti), negli uffici (coi salotti, le aree relax, gli sleeping pods, etc...), nei musei, nei centri culturali, nelle piazze, e perfino nelle infrastrutture come aeroporti o stazioni. Il concetto di domesticità si espande dunque in quello urbano, permettendo sempre più facilmente di entrare in contatto con la propria sfera privata anche e soprattutto nella città. Questo intorno privato non è mai completamente privato, ma indica il principio di un cambiamento radicale nella forma di vivere la città e la casa.

"Quella di oggi è una casa per individui liberi dal concetto di appartenenza, che vivono in una condizione di perenne transito spazio-temporale, la cui percezione dell’intorno domestico ed urbano cambia da permanente a temporanea."

L’espansione della domesticità nel contesto urbano ha inoltre contribuito a costruire una certa resilienza della popolazione ai più recenti scossoni politico-economici. A fronte di una riduzione generalizzata degli stipendi, la scarsezza di lavoro e una crescente domanda abitativa nelle città, le case si sono inevitabilmente rimpicciolite. La possibilità dunque di espandere le attività domestiche nella città è diventata una prerogativa ed una caratteristica principale di tutte le città più vitali ed attive. La casa contemporanea, per la maggior parte della popolazione, si configura quindi come un punto in una costellazione di attività interrelazionate a scala urbana. La dimensione ridotta delle case non è più un problema fondamentale, in quanto la casa può relazionarsi con infiniti altri luoghi della città che ne espandono e ne amplificano la dimensione spazio-temporale. Una casa per individui liberi dal concetto di appartenenza, che vivono in una condizione di perenne transito spazio-temporale, la cui percezione dell’intorno domestico ed urbano cambia da permanente a temporanea. Una casa che perde parte della sua tradizionale stazionaria centralità in favore di uno stile di vita basato sullo scambio e sul continuo movimento.

Risulta dunque evidente come la società contemporanea sia sempre più propensa verso una propria condizione pubblica invece che privata. Condizione che è esaltata dai social media, nei quali vengono condivisi dettagli della quotidianità privata ed individuale con assoluta libertà e frequenza. Addirittura, per le nuove generazioni questa differenza non è mai esistita; non riescono a fare un paragone diretto. Differenza che rimane invece netta in tutte quelle generazioni che hanno vissuto a cavallo o prima del cambiamento, e che quindi hanno in loro stesse la dualità di entrambi gli stili di vita.

La domesticità espansa si caratterizza come una delle principali rivoluzioni urbane della contemporaneità. O almeno di prima del COVID-19. La pandemia sta stravolgendo, e forse anche invertendo, tutte queste tendenze e cambiamenti, rivoluzionando ancora una volta la nostra maniera di vivere il presente e probabilmente il futuro. Cos’ha realmente messo in moto la pandemia? Come sta cambiando il nostro modo di vivere? Il coronavirus, per gli stati che hanno reagito con la quarantena della popolazione, ha provocato ciò che ormai si riteneva impossibile: la scomparsa (temporanea) della sfera pubblica materiale.

"Cos’ha realmente messo in moto la pandemia? Come sta cambiando il nostro modo di vivere? Negli stati che hanno reagito con la quarantena della popolazione, ha provocato ciò che ormai si riteneva impossibile: la scomparsa (temporanea) della sfera pubblica materiale."

In un mondo che sempre più tende alla dimensione pubblica, che sempre più si espande nell’intorno urbano, che sempre più si trasforma in pura relazione e movimento, tutto, in un istante, torna ad essere principalmente privato, tradizionalmente domestico. Per motivi di sicurezza nazionali ed internazionali, tutti gli innumerevoli stili di vita di ogni grande città del mondo devono ora essere ridotti a uno solo: rimanere quanto più possibile in casa. La casa assume quindi nuovamente un ruolo centrale nelle vite di tutti gli abitanti, ritorna ad essere il cardine ed il rifugio tradizionale del principio. Un microcosmo individuale. Un luogo, appunto, dove proteggersi dalle ansie esterne.

Ma molte case riflettono oggi lo stile di vita di perpetuo movimento. Non sono pensate per essere indipendenti ed autoreferenziali, bensì sono luoghi che coesistono in necessaria simbiosi con l’intorno urbano, e ritrovano in questo molte delle attività basiche quotidiane. Questo significa cucine piccole, che fanno affidamento su soluzioni precotte o sui servizi di asporto; poco spazio vitale, dove al massimo entra un divano ed un televisore; molti inquilini e spazi comuni ridotti; assenza di un'alternanza di spazi che renda sopportabile la lunga permanenza; poco spazio di immagazzinamento; postazioni di lavoro assenti, raffazzonate; niente ventilazione incrociata; relativamente poca illuminazione; a volte senza affaccio. In poche parole, sono le case per chi ha dissolto la separazione tra pubblico e privato. Luoghi di relativamente pochi metri quadrati, in quanto espansi nella città.

Quando però lo stile di vita della popolazione necessariamente rallenta, ed allo stesso tempo lo spazio pubblico materiale diventa inaccessibile, queste case si ritrovano ad assolvere un compito ben più grande di loro, non garantendo la varietà di servizi necessari ai propri inquilini costretti lì dentro. Una situazione paradossale che contrasta con l’attuale necessità pandemica di convertire, senza alternativa, le case in: palestre, uffici, sale riunioni, aree studio, aule per lezioni, laboratori, ripostigli, sale giochi, spazio pubblico, etc. L’intera città (estendibile anche a tutte le situazioni di quarantena) si è letteralmente trasformata oggi in una sequenza di spazi interni, dove l’esterno rappresenta solo una situazione di paura e rischio da evitare il più possibile.

"Ripieghi come tetti e balconi sono solo mere consolazioni all’improvvisa mancanza dell’intorno materiale urbano, e non sono neanche lontanamente sufficienti per sopperire all’assenza di vita pubblica. La popolazione trova quindi nello strato digitale una risposta."

Questo provoca l’emergenza di nuove forme di socializzazione e di comunicazione che si manifestano sia digitalmente che materialmente. Le persone esprimono nuove forme di solidarietà a distanza che cercano di interagire con il poco spazio pubblico materiale rimasto, stimolando un senso di comunità propagato attraverso principalmente la condivisione di suoni e sensazioni. In questo contesto i balconi passano dall’essere un semplice filtro tra la casa e la città, all’essere l’unico affaccio materiale sull’intorno urbano. Permettono una comunicazione visiva e sonora diretta coi propri vicini, dando il via ad un fenomeno mondiale molto particolare di creazione di “comunità balconiere”, dove la gente si raduna per passare del tempo assieme cantando, ballando, o semplicemente parlando.

Inoltre, vengono riscoperti potenziali luoghi comuni degli edifici, come i tetti. Nonostante siano diversi decenni che in ambito architettonico ed urbanistico vengano proposti dei tetti “vivibili”, dove svolgere attività di diverso genere, non sono però mai stati ritenuti sufficientemente efficaci per poter essere realmente presi in considerazione dagli inquilini. Ora invece, il tetto sostituisce simbolicamente la piazza, nel nuovo contesto dell’edificio-città, dove gli abitanti possono riunirsi e condividere fisicamente momenti coi propri vicini, dove possono stare all’aria aperta. Ovviamente queste soluzioni sono solo delle mere consolazioni all’improvvisa mancanza dell’intorno materiale urbano, e non sono neanche lontanamente sufficienti per sopperire all’assenza di vita pubblica. La popolazione trova quindi nello strato digitale una risposta quasi totale.

A fronte di una scomparsa dello spazio pubblico materiale, si manifesta un’insorgenza senza precedenti dello spazio pubblico digitale. Gli onnipresenti dispositivi digitali non sono più limitati dal condividere l’esperienza soggettiva col mondo materiale: sostituiscono ora, quasi per intero, le necessità spaziali e sociali prima svolte anche dalla città. Sono il principale, se non quasi unico, modo di creazione di una nuova realtà pubblica complessa, che possa in qualche modo ampliare i confini dell’intorno domestico obbligatorio della quarantena. Se prima dunque la domesticità si espandeva nell’intorno urbano, ora l’intorno urbano e quello digitale si espandono in quello domestico, provocando una rivoluzione generale nella percezione stessa della casa.

"La diffusione capillare dello strato digitale, senza più una mediazione di quello materiale, fa in modo che l’intera quotidianità delle persone si svolga nell’intorno pubblico virtuale, provocando un’ossessiva consultazione di tutti i social, i software, le app e le pagine web disponibili."

Ed è proprio la nuova casa, terreno di attività pubbliche, che si espande in altre case attraverso videochat collettive in cui gruppi di persone condividono lunghi momenti delle proprie routine domestiche, o lavorative, o di svago, o di gioco, similmente a come si sarebbero svolte nell’intorno urbano, solo senza contatto fisico diretto. La giornata lavorativa in remoto (per chi può) si svolge con gli stessi orari di quella dell’ufficio, solo che magari avviene dentro il letto, in cucina, in soggiorno, in bagno e magari anche in pigiama. Le lezioni scolastiche ed universitarie avvengono negli stessi orari di sempre, senza però muoversi dal proprio soggiorno o dal proprio letto. Gli esercizi fisici, la palestra, la ginnastica, la danza si svolgono in videochat in qualsiasi spazio che lo consenta. In pratica, la routine urbana e pubblica diventa una routine domestica digitalmente pubblica.

La diffusione capillare dello strato digitale, senza più una mediazione di quello materiale, fa in modo che l’intera quotidianità delle persone si svolga nell’intorno pubblico virtuale, provocando un’ossessiva consultazione di tutti i social, i software, le app e le pagine web disponibili. La pandemia ha dunque cambiato la propria idea di movimento e di controllo che ora più che mai dipende solamente da coloro che gestiscono i flussi di informazioni digitali. Infatti, ai “benefici” che la sfera digitale offre a tutte le persone in questo momento di crisi, permettendo ancora lo svolgersi di numerose attività e rendendo sopportabile la quarantena, si affianca anche il rischio di una estesa manipolazione delle vite di quasi tutto il mondo. Ma cosa succederebbe se tutti i servizi di videochat diventassero improvvisamente a pagamento? Chi possiede il potere di influenzare la sfera digitale, possiede il potenziale per modificare, in questo momento storico, la maniera di vivere di milioni di persone, con una capillarità ed un’efficacia mai avuti prima d’ora.

La dissoluzione della sfera pubblica materiale, la scomparsa del continuo movimento, la chiusura dei negozi e l’interruzione del consumo di massa stanno anche provocando un effetto che trascende l’essere umano e ristabilisce una sorta di ordine naturale che sembrava da tempo perduto ed irrecuperabile. A fronte quindi di uno stravolgimento dei nostri stili di vita, si nota un miglioramento nella qualità di vita nel pianeta.

Sorgono dunque numerose domande che mettono potenzialmente in discussione tutta la nostra esistenza ed i nostri modi di vivere contemporanei. Domande che riguardano le nostre costruzioni domestiche, urbane e planetarie; le nostre relazioni sociali; il nostro sistema economico-produttivo; il nostro sistema di consumo massificato. Una volta passata la pandemia, quale sarà quindi la casa che meglio può far fronte alle necessità, ma anche alle crisi, dell’era contemporanea? Quale sarà la nostra domesticità risultante da quest’esperienza estrema? Come vivremo lo spazio pubblico? Come ci relazioneremo tra di noi? Torneremo a comportarci esattamente come prima oppure faremo qualcosa in modo diverso?

Forse siamo arrivati ad un possibile punto di svolta, e sta a noi decidere se intraprenderlo.

Crediti

Testo di Flavio Martella e Atxu Amann y Alcocer
Illustrazione di Alessandra Marianelli/Luchadora

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