Habibi Collective scopre il cinema femminile mediorientale e lo porta in tutto il mondo

Se i servizi di streaming mainstream ti hanno stufato, dai un'occhiata al lavoro di Habibi Collective.

di Sahar Esfandiari; traduzione di Benedetta Pini
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01 maggio 2020, 5:00am

Archivio Habibi Collective

Cresciuta nell'Irlanda rurale come figlia unica da un padre iracheno e una madre irlandese, Róisín Tapponi ha trascorso l'adolescenza in aperta campagna, con poco altro da fare se non perdersi nel cinema per giorni interi. Sono stati i film con cui è cresciuta, e in particolare la mancanza in questi di una rappresentazione in cui potesse riconoscersi in quanto donna araba, che hanno ispirato Róisín a fondare Habibi Collective: un archivio digitale e una piattaforma con una curatela dedicata alla promozione del cinema femminile che nasce in Medio Oriente. Fondato nel 2018, il collettivo sta facendo parlare parecchio di sé in questi giorni per aver preso parte al Sex & Rage!: un festival online che dal 20 aprile al 20 maggio proporrà una serie di workshop, talk, incontri e proiezioni di film tratti non solo dall'archivio di Habibi Collective, ma anche dalle produzioni del sudamericano Colectivo Arbol, che opera la sua "pornoguerrilla" attraverso opere “made independly, since my perspective as a feminist lesbian”, come spiega la fondatrice Don Anha - disponibili gratuitamente sul canale Vimeo.

"Non avevo molto da fare, quindi ho iniziato a guardare i lavori di un filmmaker diverso ogni sera", ha raccontato ad i-D, elencando autori come Harun Farocki, Chantal Ackerman e Cheryl Dunye. A soli 14 anni, da studentessa della UCL, Róisín ha iniziato a tenere una sorta di diario di bordo ma per documentare i film che guardava, una lista lunghissima che continua a tenere aggiornata ossessivamente ancora oggi. Fu durante questo periodo che per la prima volta si rese conto della quasi totale mancanza di una rappresentazione dell'identità araba nelle opere cinematografiche. "Mio padre è iracheno, parlo arabo e passerei ogni estate in quella regione con la famiglia, è una grande parte della mia identità che non riuscivo a ritrovare nei film che guardavo", dice.

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Il panorama culturale del Medio Oriente viene spesso frainteso e sottostimato, con la conseguenza che sono quasi del tutto assenti nei media mainstream delle narrazioni accurate della vita della regione. Nei rari casi in cui viene raffigurata, l'area è descritta in un'ottica monolitica, e spesso deformata dagli stereotipi negativi legati ai paesi orientali, che ne marchiano le popolazioni come retrograde, incivili e pericolose. La cinematografia che proviene dal Medio Oriente stesso, all'interno della quale trovano spazio film ideati e sviluppati da persone che vi vivono, costituiscono un medium non solo accessibile su ampia scala, ma anche in grado di raccontare da un punto di vista interno e consapevole storie diverse dalle solite stereotipate e autentiche, che a loro volta sono fondamentali per facilitare la comprensione e la condivisione delle conoscenze tra diverse zone del mondo.

Furono proprio gli studi di letteratura comparata all'UCL che Róisín sviluppò un interesse accademico per il mondo del filmmaking femminile della regione araba. Durante le sue ricerche, notò che esisteva una quantità notevole di lavori eccellenti prodotti nella zona da cineaste che si identificavano come donne, ma il problema era costituito dal difficile accesso a questi contenuti: non esisteva una piattaforma in cui questi film fossero raccolti e archiviati. Spinta dalla frustrazione di questa presa di coscienza, nell'estate del 2018 Róisín fonda Habibi Collective. Usando Instagram come piattaforma principale di comunicazione, la ricercatrice ha iniziato a pubblicare still di film con didascalie molto curate, al fine di sollevare discussioni intorno a opere che erano in prima linea nel cinema femminile in Medio Oriente ma non venivano considerate adeguatamente. "Ripensandoci oggi, credo di avere avviato il progetto perché volevo sviluppare una risorsa per l'arte audiovisiva araba femminile", ci dice Róisín, "dato che allora non ne esisteva neanche una."

La scelta di utilizzare Instagram come piattaforma si è rivelata ancora più forte del previsto, perché ha permesso alla ricercatrice di creare non solo una risorsa, ma un vero e proprio movimento, interamente accessibile e democratico nelle dinamiche. "Ho scelto Instagram perché è consultabile come un archivio digitale e ha un potenziale raggio d'azione globale", spiega. "Non avevo intenzione di ritrovarmi ad avere la possibilità di condividere questa risorsa esclusivamente con i circoli d'arte neoliberisti basati a Londra: Habibi Collective non è per loro."

Dal 2018 il collettivo ha avuto un'esplosione di popolarità ed è diventato noto anche al di fuori della bolla artistica londinese, che Róisín è riuscita decisamente a infrangere. Con oltre 8000 follower e poco più di 300 post [fino al momento della stesura di questo articolo, NdR], è evidente che la piattaforma è molto più di un bel feed di frame . Ogni post viene creato con cura dalla stessa Róisín, ed è intriso di tutta la sua passione e determinazione per valorizzare la ricerca cinematografica in Medio Oriente. "Per me è davvero importante la condivisione, ma non a scopo puramente rappresentativo", ha precisato Róisín a i-D. I criteri della fondatrice, infatti, sono altamente selettivi: tra i lavori prodotti nella regione e dalle artiste originarie del luogo ma che se ne sono allontanate, solo i lavori più coraggiosi e all'avanguardia, capaci di rompere gli schemi culturali preesistenti trovano spazio nella piattaforma, e vi stupirete dell'enorme quantità di titoli, tra film, nuovi e vecchi, popolari e sconosciuti.

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Gli highlight del feed sono alcuni titoli noti già da qualche anno, come Persepolis di Marjane Satrapi, che racconta della maturazione di una giovane ragazza sullo sfondo della rivoluzione iraniana del 1979, e il film di Moufida Tlatli del 1994 The Silences of the Palace, che esplora lo sfruttamento sessuale e sociale delle donne nella Tunisia degli anni '60. Oltre a questi, che forse conoscerete già, c'è tutta una serie di opere di registe emergenti della regione ancora sconosciute: per citarne un paio, The Bleaching Syndrome di Eiman Mirghani, un documentario che esplora la pratica dello sbiancamento della pelle e la questione del colorismo in Medio Oriente; e Submarine di Mounia Akl, un cortometraggio ambientato nel pieno della crisi libanese dei rifiuti del 2015.

Oggi Habibi Collective si è spinto ben oltre i confini della sfera digitale, attraverso eventi, rassegne e proiezioni organizzati in zona Londra (chiaramente prima del lockdown). "Fin dall'inizio, ho ricevuto davvero tanti commenti in ci mi veniva chiesto dove si potessero vedere i film che condividevo," dice Róisín." La maggior parte di questi film non sono disponibili online, quindi ho iniziato a entrare in contatto con le cineaste MENA per creare delle collaborazioni e contrattare con i distributori." Le proiezioni dei film sono sviluppate secondo temi specifici, l'ultimo dei quali si è tenuto a marzo 2020 in collaborazione con la rivista focalizzata sui cambiamenti climatici, It’s Freezing in LA.

Submarine di Akl, invece, è stato anche proiettato in un focus in collaborazione con la piattaforma cinematografica libanese Bomb Factory all'inizio di quest'anno. "In un settore che sta lentamente crescendo, questa piattaforma consente di condividere e connettersi con altre voci e le loro storie potenti", ha dichiarato Akl di ciò che il collettivo sta portando all'industria cinematografica. "Le proiezioni sono diventate una parte essenziale di Habibi Collective, contribuendo a raccogliere e riunire le persone della comunità online anche nella vita reale", afferma Róisín.

Un impegno a 360°, anche perché, oltre a dirigere da sola Habibi Collective, Róisín studia a tempo pieno alla UCL, lavora alla galleria d'arte The Mosaic Rooms e scrive regolarmente su arti e cultura per sedi editoriali come The Guardian e Mille World. Ma è la piattaforma digitale e l'archivio curatoriale che rimane il suo progetto di passione.

Nel futuro (post-lockdown), la speranza di Róisín è che Habibi Collective possa continuare a occuparsi della curatela di rassegne di film provenienti dal Medio Oriente non solo a Londra, ma espandendosi anche a livello internazionale. Mentre alcune delle sue prossime proiezioni negli Stati Uniti e in Svezia sono state rimandate a causa dell'attuale pandemia di Covid-19, la giovane fonatrice sta attualmente lavorando per creare un servizio di streaming online del collettivo, nella speranza di consentire a un numero maggiore di persone di accedere facilmente a queste opere straordinarie. In un mondo sempre più diviso, Habibi Collective è più importante che mai. Come dice Akl, "Ci unisce in un pianeta che sta andando in pezzi."

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK

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