Intervista a Mary-Kate e Ashley Olsen, le stiliste di The Row

Per celebrare il 15esimo anniversario di The Row, le stiliste hanno messo insieme una cronistoria del loro brand.

di Osman Ahmed
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18 giugno 2021, 4:23pm

L’intervista a Mary-Kate e Ashley è apparsa originariamente sul numero di i-D The New Worldwi-De Issue, n. 363, Estate 2021. Ordina qui la tua copia qui.

Tutto iniziò con una semplice T-shirt bianca. Nel 2006, al culmine della fase più trash e più sfarzosa di Hollywood, è nato a New York un brand che è partito da una maglietta di seta morbida che ha impiegato un anno e mezzo per perfezionarsi. Con un'unica cucitura alla francese che corre lungo la schiena, è stata accuratamente progettata per evitare fastidiosi arricciamenti e increspature.

Proprio come per alcuni una vanga è una vanga, una maglietta è solo una maglietta. Per altri, più il capo è semplice, più si notano i suoi difetti. È una meditazione esistenziale sulla disciplina, il rigore e l'eterna ricerca della perfezione. Ma allora, gli acquirenti di Barneys avrebbero avuto difficoltà a trovare i nomi dei designer della maglietta. L'etichetta? Beh, tecnicamente non c’è. Al posto di una linguetta con monogramma, sul retro interno della maglietta è appesa invece una delicata catena d'oro. Senza nome. Senza etichetta. Non c’è bisogno di alcuna spiegazione.

15 anni dopo, possiamo considerare quella maglietta solo l’inizio per Mary-Kate e Ashley Olsen. Le sorelle, che a quel punto della loro carriera non avevano bisogno di presentazioni in quanto star gemelle che avevano influenzato l’infanzia di ogni persona in quegli anni, hanno creato The Row a soli 18 anni. Il nome The Row deriva da Savile Row a Londra, sede delle migliori aziende di sartoria su misura al mondo.

“Non volevamo diventare il volto del brand, anzi, non volevamo nemmeno che la gente sapesse che ci fossimo dietro noi. Il punto centrale era il prodotto”—Ashley Olsen

gigi hadid in piedi foto per issue 2021 estate i-d

Oggi, Mary-Kate e Ashley celebrano 15 anni di attività. Non ci saranno celebrazioni sfarzose, retrospettive o video virali. Non è nel loro stile. Mary-Kate e Ashley sono tra le poche cultrici della filosofia IRL. Rilsciano raramente interviste ("Siamo un po' fuori allenamento", avverte Mary-Kate), non hanno social media, e non hanno nemmeno uno shop online. In un momento in cui tutti i brand sembrano essersi adattati alla filosofia vedi-ora-compra-adesso della fast-fashion, loro due hanno passato l’intera età adulta adulta a fare il contrario.

Appartengono a quella categoria di designer ossessionata dai dettagli. “Siamo delle perfezioniste e delle gran lavoratrici. Abbiamo sempre lavorato sodo,” confessa Mary-Kate. “Quindi, sono felice che le persone vedano i nostri prodotti come perfetti, o prodotti che sembrano completi o integri. Penso che il motivo per cui facciamo moda sia cercare costantemente di correggere le nostre imperfezioni, e c’è sempre la prossima stagione per farlo. È anche nostro compito trovare ogni imperfezione lì dentro per assicurarci di migliorarci costantemente e allenare i nostri occhi, assicuradoci che ogni persona sia soddisfatta. Semplicemente evolvendo e imparando.”

Per quanto riguarda gli abiti, la semplicità è implicita ma non esplicita. I vestiti della linea basics sono tutt’altro che basic, la linea di principio del brand è couture ma casual nella disinvoltura. Le pantofole sono in maglia di cashmere e le infradito in pelle toscana, i manici delle borse sono formati da nastri annodati in velluto o nappa. I capi sono lussuosi in un modo deliziosamente puritano e americano.

foto di gigi hadid per issue 2021 estate i-d

Spesso gli abiti sono semplici e avvolgenti, ma ciò che può sembrare minimal o addirittura monacale è in realtà estremamente indulgente. "La parola lusso è usata praticamente ovunque ora, ma per noi si tratta di qualcosa che ti semplifica la vita", sottolinea Mary-Kate. "L'idea che tu possa comprare una cosa a caso dalla pila, mettertela addosso e sentire che fa già parte del tuo guardaroba, questo è lusso. Non devi nemmeno pensarci.”

E se i prezzi fanno piangere, non sono per branding superficiale o per pagare l’affitto a delle celebrità, ma perché è fatto tutto a mano nei migliori ateliers al mondo, pagando equamente sarti e sarte altamente qualificat*. nel gergo della moda, è costoso ma non caro.

Invece delle tendenze, la collezione è intrisa del calore delle sculture moderniste voluttuosamente curve. Ricordano Isamu Noguchi, Beverly Pepper, Jean Prouvé: tutti artisti che hanno gravitato nella loro orbita. Anche entrare nei loro negozi è come visitare una galleria. "Ci piace condividere le cose che scopriamo con i nostri clienti.” ci dice Ashley.

bianco e nero di gigi hadid per issue estate 2021 i-d

I capi di The Row sono protettivi, discreti, modesti, motivo per cui alcune delle giovani donne più iperesposte e fotografate—Bella, Gigi, Kendall, Hailey e altre—hanno iniziato a indossarli. "Immagino che ne siano consapevoli. Ma che lo siano o meno, sembra quello sia il motivo per cui lo hanno progettato," dice Gigi Hadid. "È molto liberatorio quando sei una delle persone più fotografate al mondo poter dire: 'Questo può farmi sembrare chic e farmi sentire protetta’. Mi piace il fatto che se entrassi in un loro negozio, non sapresti necessariamente che Mary-Kate e Ashley ne sono coinvolte, ma sapresti che [i vestiti sono] della migliore qualità e disegnati magnificamente.”

Nel 2006, Mary-Kate e Ashley hanno avviato The Row mentre studiavano alla New York University. Iniziando con la T-shirt bianca “perfetta”, la linea ben presto incluse sette pezzi perfetti: leggings in satin, un tank top, un vestito di cashmere, un blazer, un cardigan, e una felpa senza maniche.

Ashley Olsen: Penso che all'inizio fosse davvero un progetto per noi stesse. Quindi sì, è iniziato con la T-shirt e poi ne sono usciti altri sei pezzi: canotte, cardigan, leggings… Ma si trattava davvero di perfezionare la vestibilità e perfezionare il tessuto ed è stato davvero un progetto nato da una nostra passione. Ci è voluto un anno e mezzo, perché non c'era davvero nessuna deadline o obiettivo di trasformarlo in un business.

Mary-Kate Olsen: Doveva essere facile. I capi dovevano essere comodi su tutti i corpi. Dovevano davvero avere tutti gli elementi che ancora oggi mettiamo nei nostri progetti e nel design. I tessuti dovevano essere lussuosi e perfetti e dovevano durare nel tempo. Gli articoli riguardavano davvero il perfezionamento e la semplificazione dei dettagli.

Pamela Golbin: Penso di aver letto dei loro sette pezzi e sono rimasta davvero incuriosita perché nel 2006 eravamo nel bel mezzo della "logomania". Penso che sia importante contestualizzarlo. Allora tutto riguardava il consumismo. Quindi ecco un duo, sorelle, che stavano iniziando qualcosa che non ha nulla a che fare con il branding. Riguarda la "ricchezza invisibile" e un certo tipo di minimalismo.

Ashley Olsen: Era una realtà abbastanza piccola da consentire all'azienda di superare i primi anni, e penso che abbiamo anche ricevuto grandi investimenti nei nostri pezzi perché si trattava davvero della qualità dei capi, che portava le persone a sentirsi a proprio agio e al sicuro investendo nei nostri pezzi .

Sarah Andelman: Ho visitato quasi subito lo showroom di Parigi e stavo cercando di vedere quale sarebbe stato il modo migliore per farlo funzionare con il resto della nostra selezione di Colette. Stava diventando importante per noi portare avanti marchi senza tempo.

James Gilchrist: Ricordo di essere rimasto sorpreso fin dall'inizio. Queste due ragazze molto famose erano riuscite a creare qualcosa che non era un tipico brand creato da celebrità.

Qui sotto puoi ascoltare una playlist curata dal musicista Wladimir Shall, sound designer di The Row.

Pamela Golbin: Quallo era il momento di Paris Hilton e Nicole Richie, eppure stavano facendo esattamente l'opposto.

Jonah Hill: Penso che provenendo da un’infanzia passata da celebrità—cosa che di solito non associo a un grande stile—quando hanno iniziato a vestirsi con un gusto incredibile è stato un colpo per le persone, perché ha capovolto l'immagine che la gente aveva di loro.

Mary-Kate Olsen: All'inizio io e Ashley lavoravamo nel mercato della moda di massa, quindi avevamo una buona idea di cosa vendesse e cosa no. Ma io e Ashley abbiamo sempre apprezato la moda a certi marchi. Anche all'inizio, ricordo di aver detto, nel caso qualcuno lo chiedesse: la catena d’oro come logo va benissimo. Abbiamo pensato che gli articoli erano di qualità; se fosse stato vero lusso, avremmo venduto anche senza logo? Avremmo potuto vendere in negozio senza un logo? Le persone vorranno acquistarlo se i prodotti sono giusti?

Ashley Olsen: Non volevamo davvero diventare il volto del brand. Non volevamo nemmeno far sapere alla gente che c’eravamo noi dietro al progetto. Voglio dire, era una di quelle cose in cui si trattava davvero di mettere al centro il prodotto, al punto in cui ci siamo chiesti tipo: 'Chi potremmo usare come volto del brand in modo che non dobbiamo farlo noi?' Ad oggi si vede che mettiamo davvero il prodotto al primo posto.

Ruth Rogers: Non sapevo nemmeno che fossero loro. Penso di essere stato meno interessato alla loro personalità, e più alla bellezza dei vestiti. Penso di avere quasi tutti i maglioni che hanno realizzato e mi hanno acompagnato nelle situazioni più disparate… Indossare uno dei loro maglioni mi fa sentire come se tutto nel mondo fosse al suo posto. Sono cresciuto indossando Jil Sander, e Phoebe Philo è una delle mie amiche più care. Le persone spesso mi chiedono al ristorante, qual è la nuova tendenza o cosa cucinano le persone ora e quale sarà il prossimo trend nel cibo e le novità semplicemente non mi interessano affatto. Quello che mi interessa è il tipo di progressione del lavoro che fanno le persone.

Ashley Olsen: Sono sicura che se guardassimo le collezioni dall'inizio e se dovessimo recensirle, vedremmo che c’è una storia che le unisce. Probabilmente mostrerebbe come ci stavamo evolvendo o dove eravamo in [ogni] punto della nostra vita.

gigi hadid a braccia incrociate in una foto in bianco e nero per l'editoriale estate 2021 di i-d

Nel 2010, The Row ha sfilato per la prima volta alla New York Fashion Week. La stagione successiva hanno annullato il loro spettacolo all'ultimo minuto a causa dei campioni arrivati in ritardo, optando per una presentazione intima da salone a Parigi. Ha segnato l'inizio di presentazioni non convenzionali per il marchio, spesso intime e senza età e, più recentemente, basate su sculture di artisti leggendari presenti nel loro showroom nel West Village.

Ashley Olsen: Immagino che il primo spettacolo che abbiamo fatto fosse davvero in un formato più tradizionale e ricordo di essermi allontanata dicendo: "Non posso farlo di nuovo!" Penso che sia questo il motivo per cui abbiamo davvero iniziato a esplorare la presentazione in un ambiente più intimo. È più lavoro per noi—dobbiamo fare tre spettacoli invece di uno—e richiede sicuramente molto più sforzo, ma si tratta davvero di eliminare il rumore di fondo.

Mary-Kate Olsen: È difficile parlare di una sfilata, perché ne ricordi tutti i lati negativi. Direi che nelle ultime collezioni le sfilate sono state più snelle. Non che sia diventato un processo facile, ma ora è un po' più semplice.

Wladimir Schall: Fanno ricerche sulla musica tutto l'anno. Seguono ciò che pensano sia giusto per lo show, [piuttosto] che cercare di essere qualcos'altro. È un processo molto interessante. Molte persone hanno paura di un sound radicale. Ma pensano sempre anche al modo in cui verrà trasmesso. Prima di una sfilata, una volta sono andate in una fabbrica di altoparlanti per progettare un altoparlante su misura per il sound nel loro spazio espositivo. Una volta mi hanno detto: "Oh, stavamo ascoltando gli Smiths", e io ho risposto, '“Sapete cosa? Compriamo solo un vinile degli Smiths e suoniamo l'intero album, con i silenzi tra le canzoni.” E aveva senso perché era così naturale.

Gigi Hadid: Quando penso di sfilare nei loro spettacoli è qualcosa di molto calmo, tranquillo, non sovraesposto. Non hanno mille fotografi dietro le quinte. Non ci sono nemmeno così tanti fotografi in passerella. Quello viene da loro. Vogliono mettere in mostra la loro arte senza sentirsi troppo esposte o troppo vulnerabile o usate per le ragioni sbagliate. Non vogliono che le persone si presentino come "Sono qui per lo spettacolo di Mary-Kate e Ashley". Vogliono che le persone vengano a rispettare i vestiti.

Wladimir Schall: Con il tempo, il marchio ha acquisito sicurezza e fiducia in ciò che voleva veramente fare, anche se era un po' contro le regole, come fare uno spettacolo in un castello fuori Parigi o anche uno spettacolo per 60 persone nel loro showroom. Sono riuscite a riproporre quello che uno spettacolo dovrebbe essere davvero, piuttosto che solo qualcosa di gradito a giornalisti o acquirenti.

Mary-Kate Olsen: Devi assecondare. Devi essere flessibile. È utile e importante lavorare con un team che non devi microgestire. Sai cosa aspettarti da loro. Sanno come lavorare con te. Tutto è allineato. Perché fare una presentazione è un sacco di lavoro. È difficile, è emozionante, richiede tempo, ma quando è finito ed è fantastico, hai quel momento— forse dura 30 secondi o un minuto—di cui ti ricorderai.

Carolyn Murphy: I loro spettacoli sono piacevolmente privi di ostentazione. I loro riferimenti potrebbero provenire da una persona, dalla natura o da un oggetto d'arte, ma ci sono sempre riferimenti ben studiati. All'ultima sfilata che ho fatto con loro, ci sarebbe dovuta essere una scultrice, Beverly Pepper, che era stata la musa e il fulcro della loro collezione, che purtroppo è morta pochi giorni prima dello spettacolo. La scelta della canzone di Elvis è stata come un balsamo benefico e un omaggio inaspettato, e gli ultimi secondi dello spettacolo sono stati senza musica e con soltanto il suono dei nostri passi.

Wladimir Schall: C'è sempre questa nozione di contrasto, queste giustapposizioni di stati. Nella musica, usiamo tracce molto grezze, non di altissima qualità. Potrebbe essere Richie Havens alla chitarra in un seminterrato nel 1967. È minimale e poetico ed è l'unico spettacolo in cui piango ogni volta.

Yasmin Warsame: Stavo sfilando durante uno degli spettacoli e non lo sapevo allora, ma ero incinta e ricordo di non aver sentito alcuna restrizione nei vestiti. Indossavo questa bellissima gonna lunga e una camicia oversize. Potevo dire che stava succedendo qualcosa nel mio corpo, ma i loro vestiti non mi facevano sentire diversa. Indossandoli mi sentivo bella. Ricordo che eravamo tutti in formazione prima di salire sul palco e tutte le ragazze ammiravano ogni singolo pezzo. Ci sono altri spettacoli in cui dico, 'Toglimeli di dosso!' [Ride] Con The Row, vuoi sempre passare un po' più di tempo indossandoli.

Zoë Ghertner: Non tutte le donne vogliono essere viste nel modo in cui il mondo è convinto che vogliano essere viste. Loro hanno avuto esperienza di una versione estrema di questo fenomeno, e forse è per questo che così tante donne si identificano con quello che fanno, anche se i vestiti non sembrano un'armatura o una barriera del mondo esterno.

Gigi Hadid: Ecco perché mi sento molto compresa da loro, e quindi sfilo nelle loro sfilate con facilità e gratitudine, perché mi vedono per quella che sono. Non che altri designer non lo facciano, ma altri designer mi ritraggono in un modo più redditizio per sfilate più grandi e più commercializzate. Quando sfilo per Mary-Kate e Ashley, non mi sento sfruttata.

gigi hadid con una mano sul mento foto bianco e nero per issue estate 2021 di i-D

The Row è diventato famoso per il suo stile discreto e minimal. Gli orli spesso sfiorano il pavimento, i giromanica sono abbassati per una vestibilità più larga e i look sono stratificati, con capi sovrapposti l'uno sull'altro. In questo modo, una vasta gamma di donne—diverse taglie, nazionalità, età e gusti—sono ben presto diventate clienti affezionate.

Alastair McKimm: Indubbiamente, le donne più famose, più esposte, più discrete e più ossessionate dalla moda sentono un'affinità con The Row, proprio grazie alle donne che stanno dietro il brand.

Gigi Hadid: Immagino che siano consapevoli di [essere costantemente fotografate], ma che lo siano o meno, sembra che sia quello il motivo per cui progettano quei capi. È molto liberatorio, quando sei una delle persone più fotografate al mondo, come loro, e indossare questi abiti può farti sembrare chic e sentire protetta al tempo stesso.

Ashley Olsen: Penso che questa sia solo la nostra estetica, la nostra visione del design. Ma ciò non significa che non apprezziamo oggetti eccentrici ed ornati. A volte una collezione inizia proprio così, e poi viene ridotta. Non sempre inizia da una visione minimalista.

Jonah Hill: Penso che entrambe si muovano con estremo gusto, senza mai essere appariscenti. Mi piace il fatto che non seguano le tendenze. Essenzialmente, fanno quello che fanno e lo fanno meglio di chiunque altro senza seguire alcuna moda passeggera. Penso che anche tra 20 anni, le persone si faranno scattare con capi The Row. Non ci sarà mai quel momento in cui ti chiedi "Cosa diavolo stavo indossando?”

Zoë Kravitz: Circa quattro anni fa, la mia amica Karina indossava una delle loro borse: la pochette di velluto più carina che avessi mai visto. Ne ho comprata subito una e mi sono appassionata completamente al brand.

Mary-Kate Olsen: La parola lusso è usata praticamente per qualunque cosa, ora, ma per noi è ciò che ti semplifica la vita. L'idea che tu possa comprare una cosa a caso dalla pila, mettertela addosso e sentire che fa già parte del tuo guardaroba, questo è lusso. È quando non devi nemmeno pensarci. Penso che se i tessuti vengono usati correttamente, possano davvero parlare da soli. E penso che tu debba sapere esattamente quando lasciar parlare il tessuto senza controllarlo, o provare a ridisegnarlo eccessivamente. Penso che i tessuti impongano molto al design. Il processo deve iniziare da lì, la progettazione parte dal tessuto. E metà delle tue idee possono nascere proprio lì.

Pamela Golbin: È quasi come se fossero pezzi camaleontici: cambiano a seconda della personalità di chi li indossa.

Mary-Kate Olsen: Siamo persone piuttosto minute e collezioniamo capi couture. Ogni stagione si impara qualcosa di nuovo. Sperimenti. Spingi il tuo team a scavare più a fondo e più a lungo. Penso che evolveremo sempre insieme ai nostri clienti, perché il mondo è in continua evoluzione. Non stiamo inseguendo nulla, siamo solo molto onesti con il marchio e noi stesse.

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Forse il fascino che il mondo ha per Mary-Kate e Ashley è dovuto al fatto che sono gemelle. Molto è stato fatto dallo yin stravagante di Mary-Kate e dallo yang imprenditoriale di Ashley. Ma erano entrambe imprenditrici fin dai tempi dell'asilo, e poi brand da miliardi di dollari alle scuole medie. La dualità è naturale per loro, forse perché sono gemelle, ma anche perché hanno navigato per decenni sull'equilibrio tra mondo commerciale e creativo.

Ashley Olsen: Ci piace lavorare insieme e ci piace avere sempre un dialogo. Penso che aiuti a rafforzare le tue idee, essere in grado di parlarne ad alta voce. Sai, lavoriamo sicuramente per intuizione e istinto e se entrambe non siamo convinte su qualcosa per qualche motivo, semplicemente non lo facciamo. I nostri istinti sono più o meno gli stessi. Ma penso che la cosa fantastica sia che possiamo contare l’una sull’altra. Gestire il design è una cosa e gestire il lato commerciale è un'altra, e ci sono molte decisioni da prendere, quindi ci sentiamo molto fortunate di poter avere un dialogo costante e poter condividere le idee quotidianamente.

Alastair McKimm: Penso che le persone resterebbero spiazzate nel sapere quanto è piccolo il loro team, quanto sono minuziosi, esperte e attente ad ogni singolo dettaglio, dalla lunghezza dell'orlo ai tipi di carta.

Gigi Hadid: Quando entri nel loro ufficio e vedi le loro scrivanie, sai per certo che lavorano lì. Sono lì ogni singolo giorno e le loro scrivanie sono affianco a quelle di tutto il team. Lo rispetto davvero.

Yasmin Warsame: Penso che probabilmente tutti siano rimasti un po' sorpresi dal fatto che sapessero davvero cosa stavano facendo. Capita di pensare, 'OK, ecco che arriva un'altra celebrità che cerca di diventare un designer!’, siamo esseri umani, stiamo sempre a giudicare! Ma il loro lavoro è talmente di alta qualità che non si preoccupano nemmeno di fare campagne o usare la propria immagine. Lasciano che siano gli abiti a parlare.

Wladimir Schall: Si fidano completamente delle persone, e questo è molto importante. Si sono fidate di me per così tanti anni e ascoltano davvero la mia opinione.

Mary-Kate Olsen: Una collezione cambia radicalmente dall’inizio alla fine della progettazione. Ti evolvi e ti plasmi a seconda del processo. Oppure capita di finire esattamente dove avevi iniziato, ma dopo aver fatto un lungo viaggio nel mezzo. Penso che le decisioni che prendiamo riguardino più il corpo. Riguarda la persona, quella senza nome. Quando qualcuno indossa quell’indumento, che aspetto ha? Come si sente emotivamente? Usiamo colori che non indosserei mai, ma che penso siano bellissimi. Qualcosa che quasi vorrei indossare. È un tipo di processo di pensiero diverso.

James Gilchrist: Lavoro con Rei Kawakubo e nemmeno lei è ha fatto un percorso istituzionale da designer. Non puoi paragonare Comme des Garçons a The Row, ma penso che arrivare al design da una formazione non accademica ti dia la libertà di non avere preconcetti. Semplicemente provi e commetti errori e impari mentre ti evolvi, senza avere quella pressione di dover soddisfare un sistema della moda. Penso che questa sia una delle cose che rende questi brand così unici. Non sono influenzati dal fashion system. Stanno creando un Hermès americano, mentre la maggior parte degli altri designer si sta concentrando sui loghi.

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Nel 2014, The Row ha aperto il suo primo negozio a Los Angeles. Si distingueva tanto per gli oggetti al suo interno quanto per gli abiti in vendita: tavolini da caffè Poul Kjaerholm, mobili Jean Prouvé, una lampada da terra Fortuny, ceramiche Picasso. Poi hanno aperto a New York nel 2017, dove trovi una scala scolpita progettata da Jacques Grange e opere di Jean-Michel Basquiat e Man Ray. Il negozio londinese, invece, ha aperto le sue porte nel 2019 con niente meno che James Turrell ad accogliere gli ospiti all'ingresso. Ogni negozio è diverso e pieno di oggetti di design del XXesimo secolo oltre che di vestiti e accessori The Row.

Mary-Kate Olsen: Visto che amiamo l'architettura e il design, abbiamo iniziato da lì. Ti innamori dello spazio perché ti senti già come se fossi a casa quando entri, ma è diverso in ogni città e non abbiamo mai voluto creare lo stesso tipo di esperienza per i nostri clienti.

Patrick Seguin: La mia galleria è specializzata in mobili e architetture francesi del XX secolo—Prouvé, Le Corbusier, Perriand, Jeanneret, Royère—e penso che l'ascetismo di quei mobili architettonici corrisponda alla loro estetica.

Ashley Olsen: Voglio dire, direi che l'arte ha un ruolo importante, ma non perché sia ​​importante in sè. È solo che ci piace e vogliamo condividerla. E vogliamo condividere le cose che scopriamo con i nostri clienti. Amiamo raccontare storie. Ci piace contestualizzare ciò che presentiamo.

Mary-Kate Olsen: Beh, prima che artist* del lusso iniziassero a collaborare con la moda, avevamo fatto una collaborazione con Damien Hirst e i nostri zaini, ma è stato cosa, sette anni fa? Ma penso che se qualcosa sembra unico, autentico e giusto, non deve necessariamente essere arte, potrebbe essere qualsiasi cosa, come iniziare con la musica o fare uno spettacolo con la Noguchi Foundation o con Beverly Pepper. Siamo riuscite a circondarci di tante cose bellissime. E abbiamo coltivato negli anni relazioni molto forti. Ed è bello quando puoi sentirti come se stessi creando nuove amicizie con persone che la pensano allo stesso modo in tutto il mondo.

Ai Tominaga: The Row non è solo un marchio di moda che segue le tendenze, ma un marchio che dà un’idea del modo di pensare delle sue stiliste, del loro stile di vita e persino del senso della loro vita.

Pamela Golbin: I negozi sono piuttosto minimal, ma non sono freddi; sono calorosi e accoglienti. Sono rilassanti, non scomodi. Sono un contesto per i vestiti. È come se sentissi che è lo spazio perfetto per indossare i loro capi.

'Perfetto' è la parola che viene usata più frequentemente per descrivere The Row. Ma c'è di più alla perfezione di tessuti inestimabili e silhouette squisitamente tagliate. Pragmatismo e ritmo. The Row è incentrato su abiti da giorno eleganti—facili da indossare—ma è moda alla sua massima lentezza. La sua atemporalità è ciò che lo rende inestimabile.

Mary-Kate Olsen: Penso che siamo molto perfezioniste. Siamo grandi lavoratrici e lo siamo sempre state. Sono felice che le persone lo considerino un prodotto perfetto o prodotti che sembrano completi o integri. Penso che il motivo per cui facciamo moda sia cercare costantemente di correggere le nostre imperfezioni. E hai sempre la prossima stagione per farlo. Ma è anche nostro compito trovare ogni imperfezione per migliorare costantemente noi stesse e allenare i nostri occhi e assicurarci che tutt* siano soddisfatti. Semplicemente evolvendo e imparando.

Pamela Golbin: Sto cercando di pensare a un'altra parola che possa descriverle meglio della semplice ricerca della perfezione. Forse è disciplina.

Ashley Olsen: Penso che sia stato davvero importante per noi mantenere il controllo e fare le cose nel momento giusto. Questa è stata la forza trainante del marchio e probabilmente ci sono alcune cose che sono state accelerate, ma ci sono altre cose che hanno rallentato. Quindi, penso che si tratti di trovare sempre quell'equilibrio per assicurarti di non rimanere indietro o essere lento, ma di stare al passo con il ritmo del business nel modo giusto. Non anticipare te stesso, ma non restare troppo indietro. E penso che sia un equilibrio interessante.

James Gilchrist: Penso che sia molto sottile il modo in cui cambiano mantenendo il brand fresco, senza che sia radicalmente diverso. È più un'evoluzione.

Yasmin Warsame: Ecco perché non ti dispiace spendere soldi per i loro prodotti, perché è una cosa che puoi conservare a lungo. Questo è il vero affare. Voglio dire, adoro tutti i vestiti, ma sicuramente non me li posso permettere! [Ride]

Pamela Golbin: È costoso, ma non caro.

James Gilchrist: Voglio dire, alla fine, alla vista, non sembra a buon mercato. Vola sotto i radar in un certo senso, ma quando vedo persone che lo indossano, penso che sia super costoso.

Sarah Andelman: Ora più che mai, vogliamo solo autenticità e sento che questo è molto in linea con il mondo di The Row. Questo è il vero e puro lusso, ed è anche come far parte di un club. Solo le persone dello stesso club lo riconosceranno.

Alastair McKimm: Ogni volta che vedo un capo di abbigliamento di The Row, so di cosa si tratta. I capi non hanno nemmeno bisogno di un'etichetta. Il taglio, il drappeggio, i toni, le proporzioni, il tocco dei tessuti… Questo è The Row. È un lusso senza tempo.

Mentre l'Europa ha le sue maison di lusso, che hanno le proprie radici nella raffinata pelletteria e nell'haute couture, l'America è sempre stata conosciuta per le sue case di moda trasandate. 15 anni dopo, The Row ha consolidato il suo status di prima maison di lusso americana, seguendo le orme di Charles James, Calvin Klein e Helmut Lang, pur rimanendo interamente propria. È ancora di proprietà privata.

Alastair McKimm: C'è sempre stato un lato della moda di New York sobrio e impeccabile. Oggi, loro sono le custodi dell'American Chic.

Carolyn Murphy: I design mi sembrano molto americani. C'è qualcosa di molto americano in una t-shirt bianca e nessuno lo fa meglio di The Row, ma confezionare una t-shirt bianca—questo è l'elemento europeo.

Sarah Andelman: Non sono sicura di questo tocco americano, sento che è più globale. Potrebbe essere italiano, o giapponese, no?

Ai Tominaga: L’ideale nobile e la profondità di un'attenta lavorazione artigianale sono caratteristiche dell'artigianato tradizionale giapponese e per questo empatizziamo con loro.

Yasmin Warsame: Niente sembra americano. È molto chic, e "America" ​​e "Chic" di solito non si trovano nella stessa frase. Penso che ci sia molta atmosfera europea nelle collezioni e penso che derivi dal loro viaggiare e dal loro senso dello stile.

James Gilchrist: Penso che sia molto americano. E penso che sia così New York avere questi vestiti molto semplici e super costosi. Sai, penso anche che sia davvero coraggioso fare questo genere di cose. Non c'è molto dietro cui nascondersi, vero? Sono cresciuto con Calvin Klein, e anche film come American Psycho, quindi per me sta tutto lì.

Zoë Ghertner: Una donna vuole sentirsi se stessa, da qualunque parte provenga. C'è un tocco di donna "American Frontier" che deve essere forte e sopravvivere al freddo inverno. La lavagna pulida dell’Occidente e la semplicità del design come mezzo. In un modo americano, si tratta di ridurre il tutto a ciò che deve essere per sopravvivere.

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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Contributors

Ai Tominaga è una modella e attrice giapponese.
Alastair McKimm è l’editor in chief di i-D.
Carolyn Murphy è una modella americana.
Gigi Hadid è una modella americana.
James Gilchrist è vice presidente di Comme des Garçons e Dover Street Market.
Jonah Hill è un attore americano.
Pamela Golbin è chief fashion curator aò Musée des Art Décoratifs a Paris.
Patrick Seguin è un antiquario francese, specializzato in design del ventesimo secolo.
Ruth Rogers è chef e proprietario del River Café a London.
Sarah Andelman è una retailr e fondatrice di Colette.
Wladimir Shall è musicista e sound designer per The Row.
Yasmin Warsame è una modella Canadian.
Zoë Kravitz è un’attrice americana.
Zoë Ghertner è una fotografa di base a Los Angeles.

Crediti

Fotografie: Daniel Jackson
Styling: Alastair McKimm

Capelli: Bob Recine.
MUA: Diane Kendal per Julian Watson Agency usando Zara Beauty.
Tecnico unghie: Honey per Exposure NY usando Londontown Lakur “Crowning Crumpet”.
Assistente fotografia: Jeffrey Pearson.
Tecnica digitale: Karen Goss.
Assistente styling: Madison Matusich e Milton Dixon III.
Assistente capelli: Kabuto per The Wall Group.
Assistente MUA: Jamal Scott.
Producer: Rebekah Mikale.
Casting director: Samuel Ellis Scheinman per DMCASTING.
Modella: Gigi Hadid per IMG.

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