Foto delle Portinaie, le protagoniste dell'inesplorata scena drag calabrese

"Quando ho visto che indossando abiti femminili alcuni messaggi arrivavano in modo più diretto, allora ho capito che fare la drag queen era una missione."

di Gloria Venegoni
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10 giugno 2021, 4:00am

In Calabria, l’arte drag è una questione di famiglia. Se scene come quella milanese e napoletana sono ormai ampiamente conosciute e ricalcano più l’idea dello spettacolo drag come pura performance d’intrattenimento, nel contesto calabro l’intimità e la genuinità della scena drag sono gli elementi che la distinguono e rendono slegata dagli altri panorami nazionali.

Le Portinaie è l’incarnazione di questa dimensione. Con una carriera quasi trentennale alle spalle, questo collettivo di drag ha consolidato nel corso del tempo una fama locale e uno zoccolo duro di fedelissimi, che seguono ogni loro serata con devozione e costanza. Per le Portinaie, infatti, ogni spettacolo, che sia in una pizzeria o nel privato di una casa, fornisce un’occasione per veicolare un messaggio forte e chiaro, che va oltre la risata del momento.

Le Portinaie possono essere facilmente associate a quelle “vecchie zie affettuose” con cui ci si fa i selfie alle cene o agli eventi di famiglia. Per loro, indossare abiti “femminili” diventa l'arma più affilata per portare avanti la missione di smantellamento di quello zoccolo duro di pregiudizi—calabri e non—che permangono nella società una volta spenti i riflettori dello spettacolo serale. Facendo propria la “missione umanitaria” di familiarizzare con un pubblico più diversificato attraverso l’arte trasformista del crossdressing, il loro obiettivo è quello di normalizzare questa pratica agli occhi di un pubblico ampio e diversificato, stimolando una più ampia comprensione e accettazione di questa pratica.

Per questo, la creazione di un senso di familiarità e l’avvicinamento al pubblico sono la chiave di volta della scena drag calabrese. Per conoscere meglio l’universo delle Portinaie, ci siamo affidate a Matteo Strocchia e Marco Servina, che le hanno seguite e immortalate durante i loro spettacoli.

la divina vestita di bianco con dei bambini e uno spettatore foto di Matteo Strocchia e Marco Servina
La Divina

Ciao Matteo e Marco! Raccontateci del progetto Le Portinaie. Com’è nato e come si è sviluppato?
Marco: Il progetto è nato tutto in modo molto spontaneo. Sono originario di Reggio Calabria, e crescendo sono entrato sempre più in contatto con la realtà delle drag queen locali. Trasferendomi a Milano, mi sembrava solo giusto far conoscere quel lato della Calabria che spesso rimane sconosciuto, quasi segreto. Di solito la Calabria viene associata a stereotipi, ma mai alla sua scena drag, anche se è una realtà che sta prendendo piede.

Quando abbiamo contattato le ragazze e le abbiamo avvertite che volevamo filmarle, loro si sono mostrare molto disponibili. Così siamo riusciti a registrare show separati e di diverso tipo, come per esempio uno spettacolo ambientato in una pizzeria che seguiva il format del cabaret e mostrava il lato più comico delle Portinaie. Oppure il loro show più impegnato, quello che svolgono in Sicilia insieme a varie associazioni con cui collaborano, come ad esempio l’ARCI.

Matteo: Hanno addirittura preparato dei look ad hoc per le serate in cui le avremmo riprese, è stato tutto davvero naturale. Anche per quanto riguarda la nascita del progetto, l’idea era quella di fare un documentario ma soprattutto quello di conoscerle, di scoprire il loro mondo, di stare un po’ con loro e di riprenderle. Le Portinaie sono un po’ le vecchie zie affettuose dell’era moderna.

fotografie di tucking di drag queen per il servizio su le portinaie foto di Matteo Strocchia e Marco Servina

Come siete entrati in contatto con loro?
Marco: Alcune di loro sono mie compaesane, persone che conosco da qualche anno. E poi loro sono tutte molto espansive e socievoli, ti coinvolgono facilmente in qualsiasi cosa facciano, quindi non è stato difficile conoscerle e rapportarsi a loro.

Avevate dei modelli di riferimento? Quali?
Matteo: Questo lavoro nasce dopo il periodo della quarantena, dunque abbiamo avuto tutto il tempo per documentarci. Siamo stati molto influenzati dal documentario Shakedown, l’estetica e il modo in cui racconta la realtà cruda, senza mezzi termini, è stato di grande ispirazione. Si tratta di un documentario prodotto da PornHub sulla vita delle lap dancer della scena clubbing lesbica di Los Angeles. È un documentario molto forte, che racconta le storie delle protagoniste senza filtri. Ci ha spinto a voler documentare qualcosa che facesse parte delle nostre vite.

la drag queen cherilyn con parrucca bionda  foto di Matteo Strocchia e Marco Servina
Cherilyn

Quando siete stati agli spettacoli, che tipo di pubblico c’era? Ve lo aspettavate?
Matteo: Quando siamo arrivati sul posto, ci siamo ritrovati in una pizzeria con famiglie, bambini, ragazzini.. insomma, persone di ogni tipo.

Marco: In generale, molte persone vengono a conoscenza del mondo drag trovandosi quella sera lì per caso, ma c’è anche chi segue assiduamente ogni serata delle Portinaie. Nel tempo, infatti, le Portinaie si sono costruite un pubblico fedele. Ci sono persone che davvero le seguono come fossero delle groupie.

E che tipo di atmosfera avete percepito? Com’era il pubblico e come descrivereste il rapporto tra il pubblico e le drag?
Matteo: L’ambiente era molto familiare. Non ho colto alcun tipo di sdegno da parte di nessuno, anzi, era una serata molto partecipata da entrambi i lati, anche grazie all’attitude delle Portinaie stesse, che sono davvero coinvolgenti e hanno sempre la battuta pronta. Il pubblico, di conseguenza, diventa molto partecipativo. La gente nemmeno si vergogna a salire sul palco. Sono belle anche le dinamiche che si creano tra le drag stesse, tra le diverse generazioni di performer. 

la drag queen nerisha di le portinaie fotografata sulla spiaggia e nella cucina di una pizzeria foto di Matteo Strocchia e Marco Servina
Nerisha

E quali sono queste dinamiche tra le drag? Ci sono differenze tra le performer più esperte e le più giovani?
Marco: A mio parere, tutte le drag sono totalmente diverse l’una dall’altra. Per me la cosa bella è che evitano di omologarsi e di somigliarsi, come spesso accade quando si è in gruppo. Sono performer uniche e complete, i diversi personaggi che interpretano sono specifici e differenti. Poi, tra le diverse generazioni, vedi mondi diversissimi, e la differenza di età si riflette anche negli spettacoli. Per esempio, uno show può essere tutto improntato su artiste come Loretta Goggi e Loredana Bertè, mentre magari di punto in bianco arriva la diciottenne che decide di portare Lady Gaga. Essendo il pubblico molto vasto, loro ci tengono a voler soddisfare un po’ tutti. Dalla signora che non conosce Lady Gaga a chi non conosce Loretta Goggi.

Cosa differenzia la scena calabra rispetto alle altre con cui avete avuto modo di interagire?
Marco: La scena calabra rimane limitata a un livello locale, perché le città sono molto più chiuse. Di conseguenza, le drag sentono la necessità di ampliare il raggio d’azione dei loro show. Alle volte ho avuto la percezione che il momento dello spettacolo fosse un’esperienza magica ma circoscritta, che, una volta finita, non si traslava poi nella vita quotidiana. E la presenza delle drag che non demordono e, con la loro tenacia, continuano a lottare per ampliare il proprio pubblico, sta facendo aprire realmente le menti delle persone. E ce n’è bisogno.

drag queen con parrucca bionda pareo colorato e piume nei capelli fotografata per servizio su le portinaie, foto di Matteo Strocchia e Marco Servina
Diamanda

Matteo: Le scene di Milano e Napoli, per esempio, sono un po’ più patinate. Quella calabra è una scena più naturale, intima, famigliare. Se parli con le Portinaie, loro definiscono l’arte della Drag Queen come una missione umanitaria. Con gli anni, loro stanno tentando di ampliare il proprio pubblico, e grazie ai loro sforzi sono riuscite a creare un legame forte tra performer e pubblico. Vedi i bambini che si vanno a fare la foto con Doretta con totale naturalezza, senti che il pubblico va a trovarle come una qualsiasi persona andrebbe a trovare la propria zia. In altre scene, questa cosa non succede, e sono più legate alla sfera dell’intrattenimento puro. È un approccio diverso.

Come possiamo far conoscere di più la scena drag calabra?
Matteo: Anche facendo ricerca, effettivamente è difficile trovare informazioni online, quindi speriamo che già grazie a questo progetto qualcuno magari si avvicinerà a questo panorama. La gente dovrebbe interessarsi di più, e anche se secondo me prima o poi questo avverrà, forse ora dovrebbero essere loro stesse a farsi per prime più pubblicità, senza però snaturare la naturalezza che le contraddistingue.

la drag queen doretta in diverse pose nella cucina di una pizzeria, seduta su una sedia da bagnino e con gli occhiali da sole, foto di Matteo Strocchia e Marco Servina
Doretta

Cosa vi ha colpito di più delle drag coinvolte nel progetto?
Matteo: L’eccentricità, l’energia e la loro presenza: sembrano non scaricarsi mai. Le vedi perfettamente calate nel personaggio, e questa capacità di trasformarsi è un talento reale e non da tutti. Sicuramente fa parte della loro essenza.

In che modo, secondo voi, la scena drag può svolgere un ruolo attivo nella decostruzione degli stereotipi conseguenti al binarismo di genere?
Marco: Con questa voglia di fare, con questa voglia di non fermarsi mai, di continuare a comunicare, sicuramente svolgono un’azione essenziale in questo senso. Il segreto è la loro resistenza, il fatto che non intendono fermarsi. Sono decise a sopportare determinati tipi di disagi quotidianamente, tutto per essere sé stesse e agire contro questi stereotipi.

Matteo: Perché questa realtà inneschi cambiamenti reali fuori dal momento dello spettacolo, bisogna continuare a essere attivi, a fare show, senza mai smettere di credere nel potenziale e nel cambiamento che possono portare. 

la drag queen doretta vestita di blu e i suoi materiali per lo spettacolo, foto di Matteo Strocchia e Marco Servina
Doretta

Oggi sussistono ancora parecchi stereotipi e pregiudizi legati al cross dressing e alle drag in generale, come anche rispetto alla società calabra: in che modo il vostro progetto può contribuire a smantellarli e a normalizzare queste pratiche?
Matteo: Tutta l’arte legata al trasformismo può aiutare a superare limiti di qualsiasi tipo. Mi è piaciuto molto come loro sostenessero che vestendosi in abiti femminili, alcuni messaggi potevano arrivare in modo più forte. Da lì ho realmente capito che l’arte della drag è una missione umanitaria. Per me è palese come questa pratica possa distruggere ed eliminare molte barriere. È importante, però, che le persone imparino a conoscerle dal vivo, che entrino in prima persona nel mondo delle drag, assistendo e partecipando agli spettacoli e che non le guardino solo attraverso uno schermo. In Italia abbiamo bisogno che l’arte drag diventi ancora più pervasiva e presente, per abbattere in modo più veloce queste barriere.

Marco: Vorrei che attraverso questo progetto emergesse che quello delle drag è un lavoro vero, reale. Loro si definiscono colleghe, quindi mi piacerebbe che quel tipo di realtà iniziasse ad essere presa con il giusto peso. Mi piacerebbe emergesse anche il fatto che sono delle persone reali con le loro vite e difficoltà. Possono ancora essere vittime di discriminazione e alcune hanno anche una certa età. Purtroppo gli stereotipi esistono ancora, e può succedere che se si viene a sapere che una persona performa come drag queen, la gente non la assumerà o la licenzierà. Vorrei che questa attività fosse normale agli occhi della gente, che le persone capissero che di giorno puoi fare qualsiasi cosa e la sera puoi performare come drag. È la stessa identica cosa di chi la sera va a fare teatro.

la drag queen lady godiva vestita di viola e la drag queen la divina vestita di bianco, foto di Matteo Strocchia e Marco Servina
La Divina e Lady Godiva

Qual è stata la parte più bella di lavorare a questo progetto?
Marco: Per me è stato vedere i bambini completamente a loro agio. Mi è piaciuto vederli immersi in questo mondo di cui magari non conoscono nulla, mostrandosi comunque colpiti da tutto quel colore e da tutta quell’eccentricità. E mi è piaciuto anche vedere i genitori dei bambini e intere famiglie altrettanto catturate. È lì che si distruggono gli stereotipi e ci si lascia andare alla magia del momento senza pregiudizi.

Matteo: A me hanno divertito moltissimo le interazioni tra le drag, vedere come si aiutano nel vestirsi, nel truccarsi e nel rammendare le cose. Si aiutano e collaborano per riuscire a offrire uno spettacolo di qualità. E poi, il lato umano dello spettacolo mi ha riempito il cuore. Quella semplicità, quell’essere diretti, quella schiettezza che spesso si perde altrove.

la drag queen nerisha e la drag queen lady aisy vestite d'oro che posano e ballano, foto di Matteo Strocchia e Marco Servina
Lady Aaisy e Nerisha
le portinaie gruppo di drag queen, foto di Matteo Strocchia e Marco Servina

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Crediti

Testo di Gloria Venegoni
Foto di Matteo Strocchia e Marco Servina
Regia di Matteo Strocchia e Marco Servina
Editor Francesca Petroni
Suono Marco Fugazza
Le Portinaie:
La Divina
Doretta
Lady Aisy
Nerisha
Cherilyn
Lady Godiva
Diamanda
Un ringraziamento speciale a La Marzien e a OMD

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