Fotografia di Gloria Maria Cappelletti

ecco daniel obasi, il vincitore della categoria best new director del fffm

Abbiamo fatto qualche domanda Daniel Obasi, premiato come miglior regista emergente del Fashion Film Festival Milano, che ci ha parlato di spiritualità, Star Wars e ovviamente del suo film Udara.

di Gloria Maria Cappelletti
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18 novembre 2019, 9:44am

Fotografia di Gloria Maria Cappelletti

Daniel Obasi ha tutto dell'artista poliedrico ed eclettico. Nato e cresciuto in Nigeria, lui è art director, fotografo, stylist, e ora anche il miglior regista emergente del Fashion Film Festival Milano. La sua pratica artistica e la sua sensibilità creativa si incentrano sulla ricerca di far combaciare la cultura tradizionale del suo paese, a sistemi di pensiero contemporanei o addirittura futuristici. L'interesse per identità di genere non convenzionali e un rinnovamento del concetto di mascolinità tradizionale da parte della cultura africana, sono altre forze motrici che rendono la sua pratica dinamica e rivoluzionaria.

Abbiamo fatto qualche domanda a Daniel riguardo tutto questo, e rispetto al suo recentemente premiato film Udara, che potete guardare qui sotto.

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Ciao Daniel, raccontaci un po’ del film che hai presentato e che ha vinto il premio Best New Director. Qual’era il messaggio finale che volevi trasmettere con questo lavoro?Partirei dal titolo: Udara è il nome di un frutto molto famoso nel mio Paese, quindi è un termine che rimanda un sentimento nostalgico verso la mia gioventù. Il film è una storia di fantasia di una bambina che dopo aver perso i genitori scopre che tutto ciò che le hanno lasciato in eredità sono dei semi di Udara. Per sopravvivere decide di piantarli e ogni giorno se ne prende cura, cantandogli una canzone per farli crescere. Lei è sola e non ha amici, così la pianta diventa non solo il suo nutrimento ma anche la sua compagnia. È una storia che racconta dell’importanza della connessione con le nostre radici e della fatica del lavoro.

Quando stavo pensando al concept del film e ho iniziato a scrivere la storia, mi è venuta in mente questa favola e mi sono reso conto della necessità di tornare in quei posti che sento come familiari. A volte proveniamo da luoghi dove abbiamo perso tutto e la connessione con quei posti si indebolisce, ma basta anche solo qualcosa di piccolissimo per ricordarci da dove veniamo, dell’influenza che esercita su di noi e del potere che possiamo trarne.

Quando sono stato contattato dal brand Vlisco per fare un secondo fashion film sui tessuti tipici africani, ho notato che esiste una grande connessione tra questi tessuti e la comunità Ibo (o Igbo), perché li usano per celebrare cerimonie e funerali, soprattutto le donne. Volevo parlare di questa interazione ma sotto una nuova luce: idealmente mi sarei concentrato sui modelli e sul tessuto, ma questa volta volevo concentrarmi su qualcos’altro usandolo come medium. L’idea era quella di focalizzarmi sulla cultura degli Ibo e sulle sue complessità: con la colonizzazione è stata introdotta la religione cristiana e un sacco di aspetti della cultura tradizionale sono stati persi, come la reincarnazione (chiamata ilo uwa) e l’idea dei tatuaggi simbolici come forma di abbellimento della pelle - è interessante notare come la modifica del corpo a fini estetici esistesse anche nel passato e oggi è una vera e propria moda, quindi non è niente di moderno. Volevo proprio sottolineare la dualità di questa cultura: cristianità e religione tradizionale. In qualche modo all’interno della cultura locale si sono sedimentate entrambe queste componenti, che vedi coesistere: domenica vai in chiesa e magari lunedì assisti a una performance della cultura tradizionale.

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La cultura locale si è evoluta, è cambiata e ha integrato talmente tanto quella occidentale che non riesci più a distinguerle: tutta la complessa spiritualità della tradizione è strettamente legata alla fisicità, ed entrambi ti definiscono in quanto Ibo, non solo per l’uso del tessuto chiamato “holland cloth”, ma per tutta una serie di piccole credenze (come la reincarnazione), abbellimenti del corpo, movimenti di danza, tipologie di musica, strumenti (come i flauti). Nella mia cultura non crediamo che esista una fine, per questo la reincarnazione è un aspetto fondamentale.

A volte mi rendo conto di comportarmi come mio padre, come qualcuno che era qui prima di me, come i miei antenati. Sono piccole somiglianze che ti porti dietro e riversi nella tua società presente. Volevo parlarne in modo molto serio e controllato, spero in futuro di esplorarlo ulteriormente. Questo film è giusto un’introduzione a quell’aspetto.

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In italiano il termine “favola” indica un racconto per bambini che mischia un senso di realtà e di fantasia in una dimensione spirituale finalizzata all’apprendimento. Nelle favole c’è sempre un messaggio, una morale, che riemerge dall’esperienza degli antenati per tramandare i loro insegnamenti. Quello che dici della cultura Ibo e della cristianità e del modo in cui si sono mischiate fa parte di un'evoluzione spirituale degli esseri umani. Tendiamo erroneamente a classificare delle esperienze spirituali che però non possono essere definite in un modo risolutivo, perché la spiritualità fa parte del trascendere umano, e non c'è altro da aggiungere.

Vuoi parlarmi di Alien in Town , un film che hai candidato al FFFM di due anni fa? Di tempo ne è passato e da quel momento la tua creatività si è evoluta, come anche il mondo in cui racconti le tue storie…
Alien in Town è iniziato come una storia leggera e giocosa che riflettere sulla condizione dell’alieno, di uno straniero che si trova in un posto nuovo. Molto spesso quando parliamo di alieni pensiamo a individui che arrivano dallo spazio o a persone che provengono da un altro tempo, persino dal futuro. Con Alien in Town, volevo giocare su questa linea narrativa e usare l’alieno come una metafora delle persone che si sentono fuori posto. Quando l’alieno arriva nella città si imbatte negli esseri umani, che se lo portano a casa e all’inizio non sanno bene cosa fare. L’uomo ne rimane talmente affascinato che vuole tenerlo e lo fotografa - questa è una parte interessante perché la fotografia è un mezzo di esplorazione che spesso usiamo per approcciarci a qualcosa di nuovo per capirlo; la donna invece vorrebbe liberarsene. Non sappiamo se l’alieno sia un uomo o una donna, il suo genere rimane sempre sfumato, anche se appare molto femminile nei movimenti. Piano piano cerca di adattarsi, che è quello che succede a chiunque arrivi in un nuovo posto: inizia a studiare come si comportano le persone attorno a sé, cosa mangiano, come si vestono, e lentamente si immerge nel sistema. Ma alla fine della giornata rimane ancora uno straniero, è ancora diverso da tutti; perché i vestiti non cambiano il luogo da cui provieni, è qualcosa che ha a che fare con la pelle. Il film vuole anche essere una riflessione sul concetto di razza. Di fatto, ti adatti e speri che magari, un giorno, la società ti accetterà per quello che sei. Ed è questo che accade all’alieno in città: diventa parte della famiglia, eppure ci sono molte situazioni in cui cerca teneramente di inserirsi, ma alla fine si imbatte sempre nel fatto di essere un alieno - come quando va dal parrucchiere, che nel mio paese è un luogo di ritrovo fondamentale, ma non ha i capelli, o prova a prendere il bus, a mangiare fuori, insomma, a essere come tutti gli altri. Questo era il modo in cui ho voluto parlare del concetto ed esplorarlo.

Per quanto riguarda il mio processo creativo, è cresciuto davvero molto. Il modo in cui penso alle mie idee è sempre lo stesso, continuo ad avere una visione sognante, penso a creare un certo personaggio o esperienza e poi cerco nella realtà i modi per realizzarli. Vorrei che la mia creatività diventi sempre migliore nell’estrarre ciò che c’è nella mia mente e trasmetterlo, per fare in modo che sia perfetto in termini di qualità, fisicità, autenticità e freschezza. Questa è quello in cui vorrei migliorare.

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Hai una creatività a poliedrica: sei fotografo, regista e hai una predisposizione per lo styling. Sono pochi gli artisti così completi e con una visione totale. In quanto creative director, hai ben chiaro ogni aspetto di questa visione e sai quello che vuoi. Si tratta di un grande potere. Forse è perché possiedi questa creatività che proviene dai sogni: è come se avessi delle visioni in cui contempli il risultato finale.
Il lavoro di stylist è primario per me, perché va al di là dei vestiti e ti permette di creare qualcosa; una personalità, un personaggio, qualcosa di nuovo, e non lo puoi fare scattando una fotografia e girando un film. È un aspetto della moda a cui dovremmo prestare più attenzione, perché al suo interno confluiscono diverse capacità ed è difficilissimo: non ci sono tattiche, strategie, libri tecnici o studi specifici per farlo e devi stare attento a essere sempre originale e fare qualcosa di mai visto prima, ogni volta. Nella fotografia e nella regia puoi affidarti a un insieme di tecnicismi che possono essere imparati. Lo styling no. Ha anche molto a che fare con il talento naturale, con te come persona, con la tua energia e la tua capacità di comprendere il linguaggio visuale. Se togli uno styling da un’immagine, spesso continua a essere un’immagine, ma a volte non lo è, perché l’art direction di un’immagine è così potente che diventa l’essenza stessa dell’immagine e la sua ragion d’essere. Per questo credo che tutto lo styling debba essere potenziato in tutti i campi, perché lo vedi ovunque, nei film, nei magazine, negli editoriali, nelle campagne, nell’animazione; soprattutto determina la percezione delle persone, la loro attitudine e anche l’apparenza fisica, crea una “persona”. Tu, da spettatore, reagisci a questa “persona”, ne diventi ossessionato e ti fa arrabbiare, empatizzi con lei o la respingi in base allo styling, prima ancora che avvenga uno scambio verbale di opinioni.

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Cosa pensi a proposito della corrente culturale chiamata AfroFuturism, nell’era digitale? Trovi che la spiritualità possa continuare a esistere e trovare un posto al suo interno?
Mi ricordo quando ho visto Star Wars per la prima volta. È stata la mia introduzione all’idea dello spazio, ma quello che amavo del film non era solo la questione delle navicelle spaziali e delle spade laser. Mi interessava il modo in cui i personaggi del film si dimostravano culturalmente sensibili: vedi persone vestite in modo tradizionale ma vivere in un’era iper digitalizzata. Credo che sia importante, man mano che avanziamo all’interno dello spazio digitale, non perdere la nostra casa, le nostre radici, non perdere ciò che ti rende unico in quanto italiano, nigeriano, giapponese. È sempre importante portare nella tua anima la tua cultura, qualsiasi età tu abbia e ovunque tu stia andando. Vorrei vedere qualcuno indossare il kimono nello spazio, per esempio, dovremmo trovare dei modi per conservare e non perdere i nostri tratti culturali man mano che avanziamo verso il super minimal, clean, bianco e nero. Afro Futurismo vuol dire connettere la cultura dell’aspetto spirituale alla fisicità dello spazio digitale. Vedi qualcuno in una macchina che vola ma sembra un guerriero di una tribù nativo-americana. Questo è quello che mi ispira e che dà un sapore al mondo. Puoi essere ispirato dal Rinascimento ma incorporarlo nel Futurismo. Questo è una cosa che quando la vedi pensi: wow! Questo è quello che cerco di raggiungere e realizzare col mio lavoro: qualcosa di futuristico ma mantenendo un pezzo della mia cultura e della mia vita.

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E puoi anche evolverti: partire da un punto che non puoi perdere, da un’eredità, senza la quale non esiste futuro né evoluzione, un movimento di DNA che si muove a spirale da una base fluida che lo trattiene. La spiritualità è un movimento che trascende, ma ha sempre una radice. Forse è questo di cui parla la reincarnazione…
Sì, proprio così: tenere qualcosa con te del luogo da dove arrivi, ma anche qualcosa che pensi di aver esperito prima, che rimane dentro di te ogni volta che nasci nuovamente. E poi riversi tutto questo bagaglio di esperienze che hai acquisito nelle tue vite precedenti nelle ere e nelle generazioni in cui rinasci. Vorrei che le persone capissero il valore del folklore e delle storie tradizionali da raccontare ai bambini.

Hai mai provato a praticare rituali di rinascita, chiamati rebirthing , che ti portano in uno stato di trance tramite la meditazione per rivivere il momento in cui sei nato?
No, non l’ho mai provato, ma ho parlato con persone che hanno avuto esperienze di pre-morte. È un concetto che sto ancora esplorando e su cui rifletto come artista.

Attraverso la meditazione si può tornare indietro alle vite precedenti. Hai mai pensato a chi fossi nella tua vita precedente?
Credo che tu non lo possa sapere, né lo possa capire. Magari qualcun altro, dall’esterno, ti fa notare che ti comporti come qualche tuo antenato, ma tu non ne sei consapevole.

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Qui potete guardare il film che ha vinto la Miglior Fotografia del FFFM:

Crediti

Film di Daniel Obasi
Fotografia di Gloria Maria Cappelletti
Intervista di Gloria Maria Cappelletti

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