Immagine per gentile concessione dell'ufficio stampa del film Reggi & Spizzichino

"charlie says" è il primo film femminista su charles manson

“Dovevo assumermi la responsabilità di tutti i danni, la distruzione e l’orrore che avevamo causato. Tutto perché volevo semplicemente essere amata."—Patricia Krenwinkel, membro della Manson Family

di Benedetta Pini
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23 agosto 2019, 10:43am

Immagine per gentile concessione dell'ufficio stampa del film Reggi & Spizzichino

“Molte delle persone che conosco a Los Angeles pensano che gli anni '60 siano finiti il 9 agosto 1969.” - Joan Didion, The White Album, 1979

Il 9 agosto 1969 nella villa situata al numero 10050 di Cielo Drive, Los Angeles, California, i membri della Manson Family uccisero sette persone, tra cui l’attrice Sharon Tate, incinta di otto mesi mentre il marito Roman Polanski si trovava a Londra per promuovere l’imminente uscita di Rosemary’s Baby - film la cui trama ricorda in modo inquietante l’eccidio compiuto nella villa. Il giorno seguente il massacro continuò con l'assassinio dei coniugi LaBianca. In entrambi i luoghi del delitto comparvero scritte che inneggiavano a Helter Skelter, il mito creato da Charles Manson ispirato a una lettura distorta dell’omonimo brano dei Beatles. Secondo la sua visione, il testo parlava di una guerra imminente tra neri e bianchi che avrebbe scatenato un’apocalisse, sfociando nello sterminio della razza bianca e nel trionfo della razza nera, che avrebbe a quel punto eletto Manson come guida.

Charlie Says

A leggere ora di quella teoria, nero su bianco, sembra solo di essere di fronte al delirio di un pazzo irrecuperabile. Peccato che quel povero pazzo fosse un astuto manipolatore dal carisma irresistibile, che fu il padre, il fratello, l’amante e il protettore di tutti quei ragazzi persi nella disillusione del Sogno Americano che si sgretolava sotto all’orrore del Vietnam e una certa quantità di droghe psicotrope. Erano loro gli strascichi della Summer of Love del 1975 a San Francisco, dove migliaia di giovani si erano radunati in cerca di pace, amore, libertà: i simboli di una rivoluzione controculturale destinata a terminare brutalmente nel giro di pochi anni, lasciandosi alle spalle poco più che qualche sogno infranto e comuni di hippie pieni di acidi.

Charles Manson e i suoi seguaci, che presero il nome di The Family o The Manson Family, si rifugiarono in un ranch nel bel mezzo del nulla che circonda Los Angeles, vivendo di furti, spaccio e aiuti esterni, come i soldi che Dennis Wilson dei Beastie Boys prestava a Manson - oltre a promettergli un futuro discografico che non arriverà mai, scatenando la sua folle sete di vendetta. In tutto, i membri erano circa una quarantina e vivevano soggiogati dalle teorie paranoiche e pseudo rivoluzionarie di Manson: era il loro profeta e sapeva inculcargli idee inimmaginabili, facendo leva sul loro sentirsi soli, insicuri, spaventati e arrabbiati nei confronti del mondo là fuori; un mondo nel quale avevano provato a vivere e che avevano provato a cambiare in meglio, ma che alla fine li aveva rigettati. Ognuno di loro era parte di un tutto che pensava e agiva all’unisono, e quel tutto si chiamava Charles Manson.

Charlie Says

Il suo mantra “uccidi il tuo ego” sottintendeva un altro concetto: “sottomettiti al mio, di ego." Procedeva per gradi. Lavaggio del cervello e alterazione psicotropa attraverso le droghe per liberarli dalla paura, annullare la loro coscienza e neutralizzare la loro volontà. Che cosa fareste se foste convinti che il mondo stesse per finire e che questo sarà il vostro ultimo giorno di vita? Se non c’è un domani, non ci sono conseguenze, né responsabilità, non esistono più il bene, né il male. Puoi fare qualsiasi cosa. E non c’entra niente essere dei mostri o aver subito traumi, perché molti dei membri della Family erano persone ordinarie, con una vita normalissima o persino agiata. Ed è proprio su questo aspetto che si concentra Mary Harron nel suo film Charlie Says.

Da Vizio di Forma di Paul Thomas Anderson a Once Upon a Time in Hollywood di Tarantino, passando per un’infinità di documentari e serie TV, Manson ha ispirato una cinematografia vastissima, ma l’operazione di Mary Harron e della sua sceneggiatrice Guinevere Turner si concentra sulle tre Charlie’s Girls più famose: Leslie Van Houten (Hannah Murray aka Cassie di Skins), Patricia Krenwinkel (Sosie Bacon) e Susan Atkins (Marianne Rendon), quelle che si sono presentate in tribunale vestite da principesse della Disney cantando in coro in modo davvero molto, molto inquietante. Non solo. La principale fonte del film è il libro The Long Prison Journey of Leslie Van Houten (2001), scritto dalla psicologa e attivista femminista Karlene Faith, che ha interagito con le ragazze per intraprendere un percorso di riabilitazione.

Charlie Says

Ci sono voluti un bel po’ di anni perché finalmente venisse affrontata la vicenda da un punto di vista esclusivamente femminile, riflettendo su che cosa significasse essere una donna della controcultura degli anni ‘60. Abuso di potere psicologico e sessuale, dominio, violenza, manipolazione, depravazione, vulnerabilità, misoginia e triggering. Altro che peace and love. Parole che ancora oggi, purtroppo, ci suonano familiari. Ed è per questo Mary Harron ha scelto di evitare le solite narrazioni ormai consolidate e strutturare il racconto su una doppia linea temporale che dia finalmente spazio al meccanismo perverso e contorto che ha avviluppato le protagoniste, vittime di un sistema patriarcale abusivo. Inoltrarsi nel passato della Family per tentare di rispondere al “come diavolo è potuto succedere?!” e osservare il successivo periodo in prigione, nell’Unità di Sicurezza Speciale dell’Istituto di Detenzione Femminile della California, per sollevare un’altra, complessissima domanda: “È possibile una redenzione?”.

Charlie Says

Per le femministe degli anni ‘70 la risposta è sì. Karlene Faith era parte del Santa Cruz Prison Project, un progetto di riabilitazione delle detenute attraverso film, pièce teatrali, saggi, libri e ricerche di stampo femminista che le rieducassero. L’obiettivo era quello di riportare a galla la loro coscienza, per restituire la libertà di pensiero e azione che Manson gli aveva portato via. Il valore di Charlie Says sta proprio qui: è il primo film su Charles Manson che sceglie di allinearsi senza giudizi né giustificazioni al punto di vista delle ragazze della Family, proponendo una revisione femminista della vicenda. Ma Mary Harron si spinge oltre, arrivando a problematizzare il concetto stesso di libertà e di emancipazione: il risveglio dopo anni di lavaggio del cervello e prigionia è lento e traumatico. La presa di coscienza passa necessariamente attraverso la comprensione degli errori commessi e il riconoscimento dell’assurdità dei dogmi che hanno plasmato la loro vita per anni. A quel punto arriva il peso della responsabilità, che investe le ragazze come uno tzunami, a cui segue un rimorso dolorosissimo, insanabile.

“Ho dovuto prendere la decisione che tutto quello in cui avevo creduto era sbagliato. Dovevo ora assumermi la piena responsabilità per tutti i danni, la distruzione e l’orrore. Innumerevoli vite sono state rovinate nel corso della distruzione di cui ho fatto parte. E tutto semplicemente perché volevo essere amata.” - Patricia Krenwinkel, 2014.


A proposito di film con un taglio femminista:

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Testo di Benedetta Pini
Immagini per gentile concessione dell'ufficio stampa del film Reggi & Spizzichino

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