Fotografia di Amanda Margiaria

com'è fare la tua prima lezione di vogueing quando l'insegnante è @uglyworldwide

"Se ti si legge in faccia che stai pensando a come muoverti, allora puoi anche smettere subito di ballare," mi ha detto Jazzelle Zanaughtti durante la nostra masterclass di vogueing.

di Amanda Margiaria
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28 maggio 2019, 9:46am

Fotografia di Amanda Margiaria

Da sottocultura molto, molto di nicchia a fenomeno di massa che si è guadagnato pure una serie tv su Netfilx: il vogueing nel giro di pochi anni ha conquistato un pubblico estremamente ampio, uscendo dai suoi decennali confini e portando il suo messaggio di inclusività ben al di fuori degli scantinati newyokesi in cui è nato.

Un messaggio che oggi, a distanza di quasi trent'anni, è più contemporaneo che mai, come spiega alla perfezione l'iconico documentario Paris is Burning. Da sempre, il vogueing è un rifugio sicuro per chiunque si senta strano, diverso, non accettato. Agli albori si trattava di giovani afroamericani o portoricani gay ripudiati dalle loro famiglie d'origine, oggi di ragazzi e ragazze che vogliono trovare un po' di sicurezza in loro stessi, nei loro corpi e nelle loro capacità.

Questi sono i temi in cui ho riflettuto durante il mio viaggio a Oslo con Mercedes-Benz, dove ho avuto la possibilità di partecipare alla mia prima lezione di vogueing insieme alla modella e i-D cover star Jazzelle Zanaughtti, aka @uglyworldwide. Il nostro insegnante è stato Jay Jay Revlon, che a soli 26 anni è uno dei principali esponenti della scena Ballroom di Londra. Insieme a noi c'erano anche il designer Christian Cowan e il ballerino Donté Colley (ovvero il genio che ha unito alcuni movimenti tipici del vogueing ai meme, creando questi surreali video), oltre che un imprecisato numero di luci al led, palle da discoteca e anche un pavimento che si illuminava quando lo calpestavamo.

Potrei dire che ho imparato un'intera coreografia durante la nostra masterclass, ma sarebbe una bugia: ricordare tutti quei passi e quelle sequenze mi sembra tutt'ora impossibile, e ora la mia ammirazione per i ballerini delle vere Houses è aumentata a dismisura. Quello che mi sono portata a casa, però, vale molto di più: "You need to put yourself out there," [devi assolutamente buttarti, NdA] continuava a ripeterci Jay Jay, perché il vogueing è prima di tutto mettersi in mostra, esibirsi orgogliosi di fronte a perfetti sconosciuti, convincerli che sei bravissimo in quello che fai, anche se è la prima volta, anche se dentro di te pensi che per tutto quello sventolare le braccia e scalciare con le gambe proprio non sei portato.

Del resto, le magie avvengono solo quando esci dalla tua comfort zone, e Jazzelle ne è la prova vivente. Come ci ha raccontato lei stessa, infatti: "A 16 anni mi sono immersa completamente nella club culture, ho iniziato a vivere in simbiosi con club kid, ballerini, artisti. Ci siamo formati uno spazio sicuro in cui esprimerci, ci proteggevamo a vicenda e allo stesso tempo ci spingevamo a fare sempre di più, sempre di meglio. È in quel periodo che ho imparato a mettermi in gioco, smettendo di preoccuparmi di ciò che gli altri pensassero di me."

Questa determinazione nel rompere schemi e fregarsene del giudizio altrui fanno di Jazzelle la protagonista perfetta della nuova fashion story di Mercedes-Benz, How To. Si tratta di un progetto a lungo termine che per 24 ore invita creativi appartenenti a diversi ambiti ad imparare qualcosa di nuovo, che non hanno mai fatto prima. E dopo aver imparato cos'è lo Strike a Pose e gli elementi base dello stile Catwalk, mi sono seduta accanto a Jazzelle per una chiacchierata su vogueing, appropriazione culturale e designer che rubano idee quando non dovrebbero.

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Ciao Jazzelle, che bello rivederti! Non so se ti ricordi, ma ci eravamo incontrate a febbraio nel backstage di GCDS, dove indossavi...
Un abito-ragnatela di cristallo, certo che mi ricordo!

Esatto, esatto. Già in quell'occasione mi aveva colpito la tua attitude così rilassata e tranquilla: in mezzo al delirio pre-sfilata tu eri lì che chiacchieravi con noi giornalisti, sicura di te e chiaramente non interessata a ciò che chiunque altro pensava. Questo ti ha aiutato nel vogueing?
Assolutamente sì. Il vogueing è tutta una questione di sicurezza in se stessi. Come ha detto anche Jay Jay durante la nostra masterclass, chissenefrega di eseguire ogni movimento alla perfezione, non è di questo che si tratta! Se ti si legge in faccia che sei preoccupato per ciò che stai facendo e si vede chiaramente che stai pensando a come muoverti, allora puoi anche fermarti, smettere subito di ballare. Devi convincere gli altri, che nel tuo sguardo devono vedere forza e determinazione, non la paura di chi non si ricorda il passo successivo. Il vogueing non esisterebbe senza questa componente di orgoglio, sono due cose che vanno di pari passo: i movimenti e la convinzione di essere fabulous.

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In questo video di i-D sul modo in cui la nostra percezione dell'industria beauty sta cambiando negli ultimi anni, hai dichiarato: “Il mio corpo è una tela bianca che mi permette di esprimere la mia creatività.” Parliamo un po’ di questo concetto. Credi che il tuo lavoro di modella sia un buon esempio di come un corpo possa diventare strumento d’espressione artistica e personale?
Dipende molto dalle persone e dalle aziende con cui lavoro, non c'è una regola standard: non sempre ho lo spazio e la libertà per potermi esprimere, ma quando succede è una gran figata, sinceramente. RuPaul ha spiegato questo concetto in modo molto più sintetico e saggio di me: We Are All Born Naked And The Rest Is Drag. Tendiamo a prenderci troppo sul serio, credere che ogni nostra azione rivesta un qualche significato profondo, ma RuPaul ci insegna invece che ironia, leggerezza e divertimento rendono tutto più bello. Questo è ciò che intendo quando parlo di corpo come strumento d'espressione personale: ogni giorno possiamo scegliere come vestirci, truccarci e apparire agli altri, quindi perché non giocare con questa possibilità?

Io ho scelto fin dall'adolescenza di essere stravagante e sopra le righe. Non sempre eh, ci sono ovviamente giorni in cui ho zero voglia di pensare al mio look, però in linea di massima so di non passare inosservata, ecco. Io mi esprimo così, ed è la cosa più facile del mondo: dobbiamo comunque scegliere cosa metterci ogni santo giorno—o almeno, io devo scegliere tutti i giorni cosa mettermi, perché non ho una stylist ad aiutarmi, mi trucco e mi faccio i capelli. Mi fa sentire me stessa, lasciandomi spazio per comunicare al mondo chi sono e come mi sento.

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Ma com'è nata questa cosa? Voglio dire, sei sempre stata così decisa o qualcosa crescendo è cambiato in te?
Sai, non è che tutti hanno i mezzi economici per esprimersi creativamente durante l'adolescenza. Le tele costano, le macchine fotografiche costano, gli strumenti musicali costano e i corsi di danza anche. Sperimentare sul tuo corpo, invece, non costa nulla, o quasi. L'ho imparato durante i miei anni da club kid a Detroit e successivamente a Chicago.

Ed è la stessa cosa che facevano i ragazzi delle varie Houses of New York negli anni '80: non avevano i soldi per comprare abiti di lusso da usare durante i loro drag ball, quindi o li rubavano, oppure se li cucivano in casa con materiali di recupero. Questa è la creatività vera per me, trovare il modo di esprimerti anche quando il tuo budget è zero.

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Un'altra cosa che ho sempre ammirato di te, seguendoti su Instagram, è che non nascondi i tuoi difetti, né cerchi di far finta che non esistano. Come sei riuscita ad accettare le tue imperfezioni? Sempre se c'è un modo per farlo...
Oh, sono sempre stata quella strana, quella che ha qualcosa di diverso, quindi mi sono abituata fin da piccola ad accettare i miei difetti. All'asilo già sceglievo da sola cosa mettermi, odiavo che mia madre lo facesse per me, quindi credo sia stato un percorso obbligato, quello di accettarmi per quella che sono.

Certo, anche a me capita di svegliarmi e sentirmi insicura, guardarmi allo specchio e pensare che sono uno schifo. Magari mi metto di profilo e mi sembra che la pancia sia gonfissima, e allora per principio mi metto un crop top e pantaloni a vita bassa, solo per ricordarmi che sono tutte paranoie nel mio cervello. Al posto che nasconderle, scelgo di mostrare i miei difetti. E lo stesso vale per il make-up: se ho un brufolo enorme, non ci metto il correttore, lascio perdere perché 1) peggiorerei solo le cose e 2) a tutti capita, non capisco il motivo per cui dovrei farne una questione di stato.

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Quindi per te anche il make-up è un modo per comunicare un messaggio preciso agli altri? Messaggio che, personalmente, riassumerei come "I don't care!"
Oh, certo che sì! Non sono una perfezionista nel make-up, non mi piace usare i pennelli e preferisco usare le dita per truccarmi. Se faccio un errore, non cerco di rimediare, ma sto al gioco: e quindi se la riga dell'eye-liner mi viene storta, allora la lascio storta, anzi, la faccio volutamente ancora più storta, così sembra che io l'abbia fatto apposta.

E qui torniamo al discorso di prima sulla sicurezza in se: se sai venderti bene, uscire di casa a testa alta anche se hai il rossetto sbavato, nessuno ti dirà mai nulla, nessuno. Ecco, mettiamola così: cerco di sfruttare le mie imperfezioni, le sbatto in faccia alla gente con orgoglio, perché è l'unico modo per non cedere al suo giudizio.

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Hai visto la serie Pose su Netflix? Sai, credo sia l'esempio perfetto di cultura pop che fagocita elementi underground e dissidenti. Tu che ne pensi? Credi sia possibile trasformare un fenomeno di nicchia in uno di massa senza sfruttarlo e corromperne l'essenza?
Certo che sì! Non vedo nulla di male nel portare all'attenzione del pubblico mainstream sottoculture e correnti di nicchia. Le cose essenziali sono due: coinvolgere le persone che ne fanno parte dall'inizio e raccontarne la storia. Ecco perché ho accettato di collaborare con Mercedes-Benz, sapevo che non avrebbero invitato una manciata di privilegiati a fare una lezione di vogueing, ma che invece ne avrebbero celebrato la tradizione, coinvolgendo nel progetto persone di quella scena.

Insomma, il concetto chiave è l'inclusività. Non rubate, non appropriatevi indebitamente di qualcosa, ma chiedete, coinvolgete, dite chiaramente che non è roba vostra, ma qualcosa che appartiene ad altri e di cui voi volete parlare perché interessante e meraviglioso. Assicuratevi di non skippare sulle sue origini, andate a fondo e poi trasmettete ad altri quello che avete imparato.

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E credi che l'industria della moda ci stia riuscendo?
Oddio, non sono così certa che arriverà un momento in cui la moda smetterà definitivamente di rubare elementi decorativi da altre culture. Non posso parlare per designer e uffici stili, ma posso dirti come la vivo io: cerco di celebrare il mondo di cui faccio parte, non sento il bisogno di spacciarmi per qualcosa che non sono.

Sai, in quanto persona di razza mista ho già un bel po' di culture con cui fare i conti, se poi aggiungi il fatto che sono queer, beh, ti renderai conto anche tu che ho abbastanza materiale da gestire. Capisco comunque che non tutti vivano il tema dell'appropriazione culturale nel modo in cui lo vivo io. Alcuni si ispirano ad altri mondi, ed è giusto lasciarsi ispirare da altri. È per questo che viaggiamo, conosciamo persone e proviamo cose nuove.

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Come si lega a tutto ciò la filosofia dell'How To promossa da Mercedes-Benz?
Credo che How To, almeno per me, possa essere ricondotto all'idea di provare cose nuove, cose che non ho mai fatto prima e uscire finalmente dalla mia comfort zone. Questo progetto mi ha fatto rendere conto che posso essere chiunque io voglia essere: modella, business woman, ballerina, performer e mille altre cose.

Imparare qualcosa che non so fare, buttarmi in un'avventura nuova e sperimentare sono tutte cose che ovviamente fanno paura. Non ti nascondo che sapevo mi sarei sentita a disagio all'inizio della lezione, ma poi mi sono detta: "Stasera tornerai a casa sapendo fare qualcosa che questa mattina non sapevi fare, non puoi lamentarti Jazzelle!" E così, l'ho fatto.

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Crediti


Fotografie e testo di Amanda Margiaria
Un ringraziamento speciale a Mercedes Benz Fashion

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