Fotografia di Melissa Carnemolla dalla seria Kids

fotografare le vite degli altri ed entrarci dentro fino al collo: vi presentiamo melissa

"In passato, non sono sempre stata in grado di gestire le cose e mi sono lasciata troppo coinvolgere, con il risultato che ne uscivo parecchio provata," ci ha raccontato questa fotografa italiana a proposito dei suoi ultimi progetti.

di Laura Ghigliazza
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04 giugno 2019, 7:44am

Fotografia di Melissa Carnemolla dalla seria Kids

La prima volta che ho visto un lavoro di Melissa Carnemolla ero a un corso alle Officine Fotografiche di Milano. Le sue immagini erano stampate su dei fogli di carta da fotocopiatrice. Sfogliandole, i colori ti restavano sui polpastrelli. Ricordo con quanto entusiasmo continuavo a osservarle, studiarle e rigirarmele tra le mani. Volevo a tutti i costi portarmene a casa una, come se fosse una cosa speciale.

Melissa, giovanissima fotografa di origine siciliana, non tratta argomenti facili. Come tutti quelli che cercano di raccontare una realtà sociale, gratta piano piano la superficie delle sue storie per poi aprire portoni e spalancare finestre, mostrandoci un pizzico di umanità che altrimenti non avremmo visto. Ci vuole un certo tipo di sensibilità per cogliere gli aspetti comuni della vita, le cose semplici che riconosci uguali per tutti, come lo sguardo assente di un signore sull’altalena che ho visto anni fa su quel foglio e che mi porto ancora vivido nella testa.

Così ho contattato Melissa, che oggi vive a l’Aia spostandosi spesso e volentieri per lavoro. Abbiamo parlato dei rischi che si corrono entrando troppo dentro una storia, ma anche di quanto è bello quando dei perfetti sconosciuti ti accolgono nella loro assurda, complicata quotidianità.

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Immagine tratta dalla serie "Behind the Dream".
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Immagine tratta dalla serie "Diaries of Failure".

Sicilia, Olanda e Marocco: la tua vita sembra scandita dall’incontro con culture anche molto diverse tra loro. Ci racconti il tuo percorso?
Parte tutto da Ragusa, la mia città natale, dove ho vissuto fino all’età di 23 anni. Dopo aver conseguito il diploma tecnico, anziché scappare dalla Sicilia ho deciso di restarci. In quegli anni la proposta culturale della mia provincia era veramente bassa, così per pura noia iniziai a sperimentare con la macchina fotografia e frequentare piccoli collettivi. Qualche anno dopo mi capitò di vincere un premio come "giovane talento" in un piccolo festival locale.

Quel premio mi diede quel poco di sicurezza che mi serviva per mettermi in discussione: decisi di trasferirmi a Roma e iscrivermi al master Shooting From Inside di Lina Pallotta, un tassello fondamentale nel mio percorso fotografico. A un certo punto ho capito, però, ho capito che Roma non era la città giusta per crescere fotograficamente, e adesso da circa due anni faccio base a L’Aia, dove studio e sviluppo i miei progetti personali, uno dei quali mi porta a viaggiare spesso in Marocco.

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Immagine tratta dalla serie "Behind the Dream".
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Immagine tratta dalla serie "Behind the Dream".

Parliamo della tua ammissione alla KABK, una prestigiosa accademia d’arte nei Paesi Bassi. Perché hai scelto di iscriverti proprio lì?
Il percorso di studi qui è parecchio intenso, dura quattro anni. Inoltre, non è semplice essere ammessi: accettano solo 15 studenti l’anno e io volevo entrare in un'università in cui potermi finalmente confrontare con colleghi spinti da una buona motivazione per sedere su quella sedia.

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Immagine tratta dalla serie "Behind the Dream".
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Immagine tratta dalla serie "Diary of Failures".

La tua è una fotografia documentaristica che si concentra sulle questioni sociali. Come ti approcci ai temi che scegli di trattare? Sono le persone che ti attraggono verso una certa storia, oppure ti interessi alla storia e solo dopo ne conosci i personaggi?
Entrambe le cose, per non dire che sono la stessa cosa. I personaggi sono la storia e la storia fa i personaggi. Mi approccio sempre nella stessa maniera, mi chiedo: "Perché voglio affrontare questa storia?“ e una volta trovata la risposta, il passo successivo è aprire un dialogo e chiedere il permesso di fotografare, poi da cosa nasce cosa.

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Immagine tratta dalla serie "Westermost Holland".
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Immagine tratta dalla serie "Westermost Holland".

Per realizzare i tuoi progetti vivi a stretto contatto con le persone che fotografi. Un esempio perfetto è Behind the dream (che ha vinto il premio Nuovi Talenti all’Umbria Photo Fest 2018): questa serie ti ha portata a vivere per sei mesi a La Rustica, un quartiere periferico a est di Roma, ospite di una famiglia del posto. In che modo entri nelle vite degli altri e, soprattutto, riesci sempre a trovarti a tuo agio con loro?
Come dicevo prima, chiedo il permesso e ne discuto le condizioni. All’inizio chiaramente sembra tutto strano, ma dopo qualche giorno ci si abitua e diventa tutto normale. Cerco di creare un rapporto di fiducia, d’intesa. Sto sempre molto attenta a non forzare le cose.

Per me è un esperienza incredibile, un vero privilegio poter osservare e “vivere” la vita di qualcun altro. Oserei dire che è una vera e propria performance la mia, che non vuol dire fingere, bensì significa riuscire a essere autentici e mescolarsi, adattarsi in un contesto nuovo per capirne le dinamiche più nascoste. Tuttavia è una sfida molto difficile e senz’altro anche una grande responsabilità, sia nei confronti degli altri che di me stessa perché, come mi domandavi tu, sì, mi è capitato di non trovarmi a mio agio, e non è stato sempre semplice uscirne.

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Immagine tratta dalla serie "Behind the Dream".
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Immagine tratta dalla serie "Kids".

In che modo questi progetti a lungo termine, che ti portano a stare fuori casa per considerevoli periodi di tempo, hanno un impatto sulla tua vita privata? Immagino che a un certo punto lavoro e quotidianità arrivino a mescolarsi, sapresti spiegarci come?
L‘impatto sulla vita privata è considerevole. In passato non sono sempre stata in grado di gestire le cose e mi sono lasciata troppo coinvolgere, con il risultato che ne uscivo parecchio provata. Con il tempo e le esperienze ho imparato ad affrontare le cose in modo diverso e ho scoperto che comunque potevo raggiunge lo stesso obiettivo pur evitando il coinvolgimento totale. Per il resto, stare fuori casa senza le mie comodità non mi è mai dispiaciuto, ma penso che questa sia una cosa parecchio soggettiva, io ho questa fortuna.

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Immagine tratta dalla serie "Behind the Dream".
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Immagine tratta dalla serie "Behind the dream".

La tua ultima serie è Westermost Holland, dove racconti la vita e le tradizioni di Westkapelle, una cittadina sul Mare del Nord con una forte storia alle spalle. Perché hai scelto questo posto? E che realtà "scomoda" vi hai trovato?
Ho scoperto Westkapelle per puro caso durante un viaggio in macchina nell’Olanda del sud. Un posto che mi ha catturato per la sua architettura e per questo prominente faro che si erge ben in vista all’ingresso del villaggio. Tornata a casa ho fatto delle ricerche e ho scoperto molte cose interessanti, come per esempio il fatto che a Westkapelle ancora qualcuno ogni giorno veste in abiti tradizionali. Non credevo ci fossero posti del genere in Olanda e ho trovato grandioso che una comunità così piccola fosse riuscita a mantenere così salde le tradizioni.

Sono rimasta molto colpita dalla coesione delle persone e da come lavorano insieme per mantenere questo villaggio vivibile per le generazioni future. Ho scelto questo posto perché mi ha trasmetto delle emozioni e come spesso faccio, ho seguito il mio intuito. La realtà “scomoda” che vi ho trovato riguarda qualcosa di molto tragico, accaduto nel passato ma che ha ancora delle conseguenze sul presente. Per rispetto delle persone che vivono li, ho deciso di non pronunciarmi, semmai lo farò in futuro, con il loro permesso e attraverso un nuovo capitolo del progetto.

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Immagine tratta dalla serie "Westermost Holland".
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Immagine tratta dalla serie "Westermost Holland".

Ci sono altre serie a cui tieni particolarmente, o che comunque hanno un significato particolare per te e scandiscono momenti importanti della tua vita?
Qualche anno fa ho vinto una scholarship con Studio Vortex di Antonie D’Agatà. Si trattava di una residenza d’artista di due settimane ad Arles, con altri studenti stranieri. Io non parlavo inglese, né tantomeno francese, e inoltre non avevo alcuna idea di cosa potessi trovare ad Arles. Insomma, la possibilità che riuscissi a tirar fuori qualcosa di buono era pressoché improbabile. L’unica mia salvezza è stata che poco prima di partire mi ero messa in contatto con alcuni italiani che vivevano lì e tramite loro sono riuscita a risalire a un piccolo bar dove sembrava succedere sempre qualcosa d’interessante.

Il bar era frequentato da autentici personaggi della Francia del Sud, tutti sulla cinquantina, ma anche da una comitiva di ragazzi afro-francesi dell’età tra i 18 e i 26 anni. Questa combo mi sembrava un po' strana, infatti poco tempo dopo ho scoperto che il solo motivo per cui questi ragazzi si trovavano a frequentare il bar era perché proprio dietro l’angolo avevano la loro piazza di spaccio. Insomma, quello che ho fatto è stato prendermi di coraggio e approcciare alcuni di loro iniziando conversazioni in inglese sgrammaticato e provando a farmi accettare nel loro gruppo. Non so come, ma ha funzionato! Loro mi hanno permesso di fotografare e siamo diventati anche amici, con alcuni di loro sono ancora in contatto.

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Immagine tratta dalla serie "Le command est passee".
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Immagine tratta dalla serie "Le command est passee".

Scorrendo le tue fotografie si nota come la tua estetica è cambiata nel tempo. È una scelta voluta o l’esperienza che hai maturato negli anni ad averti fatto cambiare impostazione?
Non sono una fan di chi mantiene sempre la stessa estetica, lo ritengo troppo safe. La fotografia è arte visuale e ci sono tantissimi modi per trasmettere una storia, non vedo perché mi debba affezionare a uno stile o all’altro. Io decido che stile usare a seconda della storia che voglio raccontare.

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Immagine tratta dalla serie "Diary of Failures".
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Immagine tratta dalla serie "Behind the Dream".

Sei anche l’organizzatrice del Sicily Photobook Festival. Com’è nata questa esigenza di andare oltre la macchina fotografica, fare rete e creare una struttura fisica che permetta anche ad altri artisti di far conoscere le loro opere?
Andare oltre la macchina fotografica organizzando Gazebook, insieme ai miei ex colleghi Simone e Teresa, è stato qualcosa che mi ha permesso di raggiungere obiettivi che con il solo uso del atto di scattare una foto non potevo raggiungere. Quello che mi ha spinto a far parte di questo progetto è stata proprio l’esigenza di voler “disturbare” il territorio siciliano e creare una rete che lo connettesse con il resto del mondo.

Inoltre, l’intento era anche quello di cambiare lo status quo dei classici festival all’Italiana e portare idee nuove e più contemporanee. Creare un festival dove le barriere tra l’ospite e il visitatore fossero abbattute e dove tutti potessero interagire tra di loro, dal pescatore di Punta Secca a Martin Parr.

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Immagine tratta dalla serie "Behind the Dream".
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Immagine tratta dalla serie "Behind the Dream".

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Crediti


Testo di Laura Ghigliazza
Immagini su gentile concessione di Melissa Carnemolla