paolo zerbini cattura l'anima delle piccole cose

Dopo la sua mostra Rough Ride Down South alla Galleria spazio aperto di Reggio Emilia, abbiamo incontrato il fotografo per parlare del suo rapporto con la creatività, del crescere in provincia e di come i giovani siano una sua costante fonte di...

di Giorgia Baschirotto
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24 maggio 2016, 10:00am

"La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori." Scrive così Banana Yoshimoto in Un viaggio chiamato vita parlando di uno degli aspetti più cari alla scrittrice giapponese: la quotidianità. E il quotidiano, con le sue piccole sfumature, spesso impercettibili, è ciò da cui trae ispirazione anche il fotografo italiano Paolo Zerbini. Sfuggito da adolescente alla vita monotona della provincia italiana per andare negli USA, Paolo ha trovato nel viaggio un mezzo per trovare sé stesso e altri giovani che, come lui, erano avidi di esplorare e comprendere ogni aspetto dell'esistenza. Con il suo primo libro, Rough Ride Down South, il fotografo ha scelto di ripercorrere quell'esperienza con una serie scatti realizzati durante il suo ritorno in America che investigano le vite dei protagonisti incontrati tra le strade brulle della Louisiana, così simile per certi versi a quel paesino da cui Zerbini aveva preso le distanze. "Il saggio fotografico nato da questo viaggio è piuttosto introspettivo," scrive l'artista Hannah Putz nell'introduzione al volume, "Paolo riesce ad osservare da vicino senza intromettersi nelle situazioni intime che immortala," prosegue raccontando della capacità del fotografo di catturare il lato più profondo dei suoi soggetti, lasciando allo spettatore la possibilità di interrogarsi sulla storia che si cela dietro. Ed è così che, dagli Stati Uniti a Londra, dove vive ora, fino alle città del suo Paese natale in cui torna di frequente, il fotografo continua ad immortalare la semplicità della vita di ogni giorno e quel senso di fugacità che almeno una volta ognuno di noi ha sperimentato. 

Rough Ride Down South racconta del tuo primo viaggio negli USA, dove sei entrato in contatto per la prima volta con la tua passione per la fotografia. Puoi raccontarci di com'è nato questo incontro?
Rough Ride Down South racconta del periodo antecedente il mio primo viaggio negli Stati Uniti. Parla, tramite la fotografia, di una realtà che ho vissuto da adolescente nel mio paese di origine, in provincia di Mantova. Ho lasciato Mantova a 17 anni, esasperato dalla mentalità provinciale di quelle zone, e ho trascorso un anno negli Stati Uniti. In quell'anno ho conosciuto la fotografia ed ho iniziato a liberarmi dall'oppressione di vivere all'interno di un piccolo centro e dalle paranoie adolescenziali. Questo libro, scattato due anni fa, parla proprio del periodo di crescita vissuto in Pianura, reinterpretato e scattato nel profondo sud degli Stati Uniti.

Cosa hai assorbito durante quel viaggio che possiamo ritrovare ora nella tua fotografia di moda?
La mia fotografia ha sempre attinto dalla realtà, da esperienze intime vissute o da concetti che mi affascinano e che voglio approfondire, questo è sempre valso per ogni lato del mio lavoro, sia di moda che personale. Il viaggio in Louisiana è stato un'esperienza introspettiva fortissima, e fotograficamente mi ha dato la forza di tornare a scattare dove sono cresciuto ed iniziare nuovi progetti editoriali e personali dalle mie parti. Penso che anche l'uso del colore e della luce abbiano visto un forte cambiamento durante quel viaggio, e quella crescita tutt'ora permane nelle mie immagini di moda.

In Louisiana hai ritrovato quella mentalità chiusa tipica del paese di provincia italiano. Come sei riuscito a sfuggire a tutto questo grazie alla tua creatività?
Da molto piccolo ho cominciato a suonare, prima il pianoforte, poi la chitarra, e a 15 anni ho formato un gruppo post punk con alcuni amici e ci si sfogava così. Ma tutto questo non era abbastanza: in quel periodo è nata l'esigenza di andare via e la ricerca di quella prima esperienza negli Stati Uniti.

Questo viaggio in Louisiana, che ha dato vita al progetto e libro Rough Ride Down South, mi ha sicuramente aiutato a chiudere un cerchio importantissimo con le mie origini. Dalla sua realizzazione sono riuscito a riconoscere sempre di più il fascino dei luoghi in cui sono cresciuto e nei quali non vivo più da tempo. Ora riesco a vederli con occhi diversi.

Molti dei tuoi scatti personali ritraggono scene di vita quotidiana, luoghi e oggetti. Sono le piccole cose ad ispirarti?
Assolutamente si. Credo che sia una vera fonte di ispirazione la vita per strada ed in viaggio, per questo vivo in una zona di Londra ancora considerata "autentica". Viaggiare spesso rende la mia visione più fresca e mi aiuta a percepire in mondo diverso posti che conosco già molto bene, come Milano o Mantova. Viaggio spesso per l'Italia d'estate, e ne scopro ogni volta situazioni stimolanti.

La prefazione del tuo libro è stata scritta dall'artista Hanna Putz. Qual è il tuo rapporto con la sua arte? Anche tu senti di voler esplorare con le tue foto il tema dell'autenticità?
Sono un ammiratore dell'estetica di Hanna da molto tempo ed ho trovato sempre le sue immagini di incredibile impatto. Solo lei avrebbe potuto articolare la realtà alla quale mi riferivo, se pur metaforicamente, nel mio libro. Ci siamo capiti subito. Sono molto contento che abbia accettato di partecipare a questo mio primo progetto con la sua prefazione. Penso che l'autenticità di alcune immagini riesca alcune volte a parlarci del più astratto ed inesplicabile dei sentimenti.

Molti dei tuoi soggetti sono ragazzi e ragazze giovani. Quale aspetto della nuova generazione vuoi mettere in risalto con le tue foto?
Nei giovani di adesso mi rivedo molto e, contrariamente alle opinioni di altri miei coetanei, trovo in loro assai poche differenze rispetto alla mia generazione di ex adolescenti. Penso che loro siano semplicemente delle versioni più giovani di me e dei miei amici, trovo veramente poca difficoltà nel comunicare con loro anche in situazioni improvvisate.

Il periodo della mia adolescenza è stato tanto importante quanto difficile per me, come per moltissime persone che conosco, e non ho assolutamente intenzione di dimenticarmene crescendo. Per questa ragione gran parte del mio lavoro coinvolge ragazzi in una fase di crescita. Penso che sia un'età piena di grandissime rivelazioni, e durante la quale coesista per breve tempo un senso di illusione nella vita ed un lieve cinismo. I periodi di transizione mi affascinano, esattamente come i viaggi. In loro ritrovo un flusso di vita che ci parla di tutto, anche se non si ferma per farsi osservare. Bisogna essere svelti. 

paolozerbini.com

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto
Foto Paolo Zerbini

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