a milano la moda è energia sociale

Abbiamo visitato Palazzo Morando a Milano in occasione dell'apertura della mostra "Fashion as Social Energy". E tra la "Venere degli stracci" e "Io in testa" ci siamo fermati a riflettere sul rapporto tra arte e moda, sul consumismo e sulla libertà di...

di Eloisa Reverie Vezzosi
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29 maggio 2015, 3:25pm

La moda è sicuramente la forma d'arte più virale al mondo.
Sono molti i designer che hanno usato le loro collezioni e passerelle per mettere in atto delle rivoluzioni, dalla sfilata autunno/inverno 2008 di Vivienne Westwood contro la prigione di Guantanamo ai copricapi autunno/inverno 2014 di Walter Van Beirendonck contro il razzismo. Solo per fare due esempi.
Così come molti sono gli artisti che attraverso la propria creatività si sono serviti della moda come cassa di risonanza per attirare l'attenzione su questioni sociali. "I shop therefore I am" (compro dunque sono) recitava lo slogan di Barbara Kruger nella sua lotta politico-femminista.

Come poter sfruttare questa forma di energia sociale che la moda e l'arte rappresentano?
A indagare proprio questo tema ci pensa "Fashion as Social Energy", la nuova mostra di Connecting Culture, agenzia di ricerca no profit, in collaborazione con il Comune di Milano, col patrocinio della Regione Lombardia e della Camera Nazionale della Moda e in partnership con Ermenegildo Zegna. L'esposizione è curata da Anna Detheridge e Gabi Scardi e dal 29 maggio al 30 agosto occuperà le sale di Palazzo Morando - Costume Moda Immagine a Milano.
12 sale per 14 artisti per una mostra che potrebbe rivoluzionare le vostre coscienze e sensibilizzare le vostre scelte e cambiare le vostre estetiche. Siete pronti a sapere da cosa siamo rimasti colpiti?

Ad aprire l'esposizione è l'inquietante costume installation di Mella Jarsma, artista olandese naturalizzata in Indonesia. "Pecking Order" è un'opera creata ad hoc per l'occasione milanese ed è costituita da due abiti scultura indossabili realizzati con pelle di gallina e apparecchiati a formare due tavoli su cui giacciono morti i cadaveri degli animali. Questo dimostra che anche l'uomo è un animale e che spesso si dimentica della violenza del suo dominio di sopraffazione.

All'angolo di tre sale è possibile vedere i modelli degli zaini artistici di Nasan Tur, tedesco di origini turche. Sono bagagli che rappresentano l'assoluta autosufficienza come il Coocking-Backpack esiste anche il modello per i musicisti o per gli scassinatori. Potrete liberamente scegliere il vostro preferito, prenderlo, portarlo per le vie della città e restituirlo. In questi caso contribuireste al dialogo tra arte e il mondo reale della quotidianità. Avviso: l'opera deve tornare intatta ovviamente.

Mentre l'arte degli italiani Luigi Coppola e Marzia Migliora ci esorta a "metterci la cultura in testa" difendendo la libertà di scelta e di espressione con una serie di cappelli creati durante un workshop nel 2013 al Teatro Valle occupato di Roma con carta di giornale e caratterizzati da messaggi e slogan creativi.

È dal 1967 che conosciamo la "Venere degli Stracci" di Michelangelo Pistoletto ma l'opera continua a dimostrarsi centrale metafora sociale. La Bellezza ci volta le spalle rivolgendo il suo sguardo agli indumenti usati di cui noi uomini abbiamo deciso di liberarci. Viviamo nel consumismo, il silenzio dei lei acconsente.

Maria Papadimitriou ci fa conoscere l'estetica della cultura Rom attraverso l'abito di "Yorgos Magas" e ci fa riflettere sull'importanza di essere consapevoli sempre della propria tradizione, nel bene o nel male, nel kitsch o nel buon gusto. Il costume è rosso come il colore con cui ogni giorno diecimila uomini tingono senza sosta i tessuti che la Dhobi Ghat di Mumbai poterà in tutto il mondo. Sono i lavoratori, gli sfruttati e le vittime del consumismo raccontati dal video di Kimsooja, artista sudcoreana. Andrea Zittel è l'artista che ha deciso non solo di criticare ma anche di contrastare tutto questa costante ossessione al consumo e all'acquisto producendo e realizzando personalmente gli oggetti e gli abiti di cui ha bisogno.

Il vestito diventa apotropaico nelle sculture di "Vestimi" la capsule collection nata dall'incontro tra Wurmkos, laboratorio artistico fondato da Tommaso Campanella, e la Bassa Sartoria di Livorno, e realizzata da persone con disagi psichici. Comunicano paura ma sono fatti per esorcizzarla. La camicia è strumento di dialogo come dimostra Kateřina Šedá che ha inviato quello stesso indumento a 1000 delle 2000 famiglie residenti in un quartiere di Brno in Repubblica Ceca insieme a una lettera che indicava come mittente il nome di un suo vicino. L'abito si fa memoria e veicolo di storie nel lavoro di Claudia Losi. Dopo aver realizzato una balena di stoffa a grandezza naturale, l' "animale" è stato poi smantellato e inviato a una serie di persone scelte dall'artista come Benedetta Barzini e Antonio Marras. I capi della designer inglese Lucy Orta e del marito Jorge, architetto e artista, si affermano come risposte alla crisi economica, alla disoccupazione, al disagio sociale. Non sono mezzi di salvezza ma moniti per l'imminente crisi e crollo mondiale.

Oggi la moda democratica sembra una leggenda. Scegliere un marchio non è libertà ma dipendenza e fuga dall'ansia che dover prendere decisioni spesso comporta. Questo lo sa bene Otto von Busch, l'artista svedese, che porta a Milano una moderna inquisizione guidata da Karl Lagerfeld, indicato come dittatore. La sua protesta femminista portata sulla passerella della primavera/estate 2015 con slogan come "Siate le stylist di voi stesse" , "femminismo non masochismo", "Tweed è meglio di Tweet" non devono essere bastati.

Crediti


Testo Eloisa Reverie Vezzosi
Foto Carlotta Coppo

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