finzione, istinto e provocazione negli scatti di marco pietracupa

Abbiamo incontrato il noto fotografo di moda per parlare del suo libro, Shapeshifter, e di come la fotografia sia un mezzo per arrivare a conoscere se stessi.

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dic 22 2016, 9:55am

"La fotografia ti permette di fermare l'attimo, cogliere un istante, fermare il tempo. Lasciare ai posteri un ricordo della tua vita, lasciare che qualche altro veda con i tuoi occhi." Questa è una frase pronunciata da Gianni Amodio, ma potrebbe benissimo essere la dichiarazione d'intenti alla base del primo libro monografico di Marco Pietracupa, il noto fotografo di moda che, con i suoi scatti taglienti, iridescenti e a tratti provocanti ha riempito centinaia di pagine di alcune tra le più celebri riviste del mondo. Shapeshifter, però, non è un libro di moda. Shapeshifter, pubblicato da Yard Press e prodotto da Marsèll, è una raccolta d'immagini d'archivio che Pietracupa ha scattato negli ultimi 15 anni circa: porzioni di vita, scatti nati dal bisogno di immortalare l'attimo, un elogio alla spontaneità reso tramite scatti digitali e analogici, il contrasto tra il caldo dei corpi e il freddo della neve o la vita degli occhi di un bambino e la desolazione di una natura morta. "In questo libro ho voluto raccontare soprattutto me stesso", mi ha spiegato mentre sfogliavo le pagine del suo libro curato in ogni dettaglio, progettato con la dedizione di chi appartiene a una generazione di fotografi per i quali pubblicare un libro rappresentava la consacrazione di una carriera, l'obiettivo ultimo. Shapeshifter è proprio questo: il mondo visto attraverso i suoi occhi di un fotografo che fa da filtro della realtà circostante, esprimendo timori, desideri e sentimenti che, sulla carta, diventano testimoni di valori e stati d'animo universalmente condivisi. Abbiamo incontrato il fotografo originario di Bressanone per parlare del progetto, del mondo della moda e del perché "la fotografia è un modo per arrivare a conoscersi".

Perché hai scelto il titolo Shapeshifter?
Il titolo mi è venuto in mente mentre sfogliavo il libro. Mi ha immediatamente dato l'impressione che si trattasse di qualcosa in continuo mutamento, di un susseguirsi di forme in costante lotta tra realismo e finzione.

In una tua precedente intervista ho letto che per te la fotografia non si limita mai ad un semplice atto estetico, ma che con ogni scatto vuoi raccontare una storia. Qual è la storia di questo libro?
In questo progetto ho voluto raccontare soprattutto me stesso. È da anni che mi occupo di forografia artistica, ma non avevo mai avuto il piacere di racchiudere tutto in un libro. Si tratta di un volume d'archivio, composto interamente da foto che ho scattato mosso dal bisogno quasi fisiologico di fermare l'attimo, di immortalare una scena che, per qualche ragione, mi parlava e mi regalava emozioni. Non si tratta di un progetto coerente, ma è un libro nato a posteriori, una raccolta spontanea di tutte le cose che negli anni mi hanno colpito. Durante il processo di selezione ho applicato lo stesso principio: ho scelto gli scatti che smuovevano qualcosa dentro di me. Si tratta di un lavoro estremamente intimo e spontaneo: sono io che faccio da filtro alla realtà e, così facendo, porto alla luce desideri, malesseri, emozioni di vario genere. La fotografia, in fondo, è anche un modo per arrivare a conoscersi.

Questo libro, però, è anche una riflessione sull'annoso dilemma: "Essere o non essere?" Io ne ho dato una mia interpretazione personale, tra animali impagliati, spettri luminosi e paesaggi naturali. Una guida alla comprensione del libro è data dalle parole di Francesco Tenaglia, Sara Dolfi Agostini e Virginia Devoto, che è stata una preziosa collaboratrice nella realizzazione del progetto nella sua interezza. Ci terrei a ringraziare anche lo studio Dallas di Francesca Valtolina e Kevin Pedron, responsabile del design del libro.

Un elemento ricorrente in Shapeshifter è il bosco, che nella letteratura ha sempre simboleggiato qualcosa di oscuro, selvaggio e imprevedibile contrapposto al presunto ordine della civiltà. Che significato ha il bosco per te?
Una volta concluso il processo di selezione abbiamo notato come il bosco potesse essere il filo conduttore che unisce tutte le immagini, un elemento che abbiamo articolato in tre diverse interpretazioni: il bosco inteso come fauna, il bosco umano e la selva. Questi tre mondi organici sono alternati a delle immagini di oggetti tecnici, meccanici, freddi, che ne interrompono l'equilibrio come dei graffi che scalfiscono una tela. Queste dissonanze mi ricordano l'imprevedibilità della vita, quei momenti in cui sembra che tutto vada bene e improvvisamente arriva qualcosa ad interrompere la quiete.

L'utilizzo del flash è un tratto distintivo della tua fotografia. Sembra quasi che nelle tue foto non sia più la realtà ad essere protagonista, ma la macchina stessa, il modo in cui essa filtra il realtà.
Il flash è una mia firma, un elemento che ho sempre usato. In questo libro, che nasce come progetto artistico, mi sono preso la libertà di esagerare persino un po'. Non mi limito ad usare il flash per illuminare, ma mi servo della luce per disegnare, per far sparire interamente degli elementi. Quando ho iniziato a fotografare mi servivo esclusivamente di luce naturale, poi ho scoperto il potenziale del flash. Sono rimasto intrigato dalla sua filosofia basica, minimalista. Sai, come quando lo usavano le nostre madri, che non avevano nessuna nozione fotografica, e applicavano l'ovvio principio: "È buio e quindi illumino." È stato un caso che proprio nel periodo in cui ho iniziato ad esplorare questo linguaggio, la mia tecnica si sposasse perfettamente con la fotografia di moda. Il libro rappresenta una sorta di evoluzione della fotografia degli anni '90 in cui il flash cessa di essere trash e diventa quasi poetico, un elemento di surrealismo che va ad arricchire una scena reale.

Sei conosciuto anche per le tue immagini irriverenti, a tratti provocatorie. Dove inizia l'arte e dove finisce la provocazione secondo te? O sono imprescindibili l'una dall'altra?
Io personalmente credo che sia bello quando nell'arte si riesce a rintracciare un pizzico di provocazione e per me si tratta quasi di una necessità. Trovo che, però, ci sia una distinzione sostanziale tra un'opera che si propone di suscitare delle reazioni e una provocazione fine a se stessa. La mera provocazione non è arte, ma una forzatura. Nelle mie immagini quel fondo di provocazione, di sperimentazione sono sempre rintracciabili, come lo è il mio desiderio di spingermi sempre un po' oltre i limiti prestabiliti. Mi piace che gli animi della gente vengano smossi, che lo spettatore sia portato a farsi qualche domanda: credo che sia un istinto naturale di ogni artista. Dubito che sarei mai in grado di realizzare uno scatto che accontenti tutti, che risulti rassicurante per lo spettatore, almeno quando si tratta di fotografia artistica.

La fotografia di moda può esser considerata arte?
Sì, ma è molto difficile sia così. A mio parere, l'arte è arte se è totalmente libera, un gesto mosso esclusivamente dal bisogno di creare. Il solo fatto di dover render conto a una terza persona interferisce con lo slancio creativo, con la purezza di un atto artistico. Certo, ci sono casi in cui la fotografia di moda si avvicina moltissimo all'arte, ma mettiamola così: la grandezza della componente artistica è direttamente proporzionale alla libertà di cui uno gode durante l'esecuzione del progetto.

Durante i tuoi esordi nel mondo della fotografia di moda hai scelto di fermarti in Italia rinunciando ad andare all'estero, un ambiente in cui la tua estetica era già riconosciuta ed apprezzata: una scelta in controtendenza rispetto a ciò che accade ora tra i giovani. Perché hai scelto di continuare la tua carriera qui?
È vero, ci sono state moltissime persone del settore che mi hanno consigliato di trasferirmi a Londra dove, probabilmente, avrei avuto vita più facile dal punto di vista professionale. Ho rifiutato per tre ragioni principali. Innanzitutto la consapevolezza che, in Italia, eravamo solo in tre a condividere questo linguaggio: volevo portarlo nel mio Paese, fare sì che si diffondesse qui come aveva fatto all'estero. La motivazione meno romantica è che, sostanzialmente, non avevo una lira. Inoltre mentirei se non ti dicessi che avevo anche un po' di timore: trasferirmi a Milano partendo dal mio paesino in montagna era già stato un enorme passo per me. Sono felice della mia scelta, anche se questo ha significato dover attendere qualche anno in più affinché i miei lavori venissero pubblicati. È solo in un secondo momento che ho sentito la necessità di spostarmi, di esplorare: ho lavorato per anni in centri come Parigi ed ora, da qualche tempo, con un'agenzia a Londra.

Perché la fotografia di moda?
Perché Milano è moda. Quando sono arrivato qui ne sapevo poco, ma era un mondo che, da provinciale, ha sempre esercitato un enorme fascino su di me. Tutto ciò che sapevo era che mi piaceva scattare foto, soprattutto alle persone. Inoltre in quel periodo il mio linguaggio era strettamente vincolato alla moda, aspetto che mi ha permesso di sentirmi immediatamente in connessione con quest'industria e di trovare un riscontro positivo. La moda per me era fonte di sostentamento e di divertimento allo stesso tempo.

Ti diverte ancora?
Sì, il divertimento è una parte imprescindibile del mio lavoro, una necessità. Nel tempo sono riuscito ad individuare gli aspetti della moda che non si addicono alla mia persona e, semplicemente, li ho lasciati da parte. È un mondo che amo, anche se non ne condivido la visione troppo finta, glamour e patinata. Le sempre più frequenti contaminazioni tra moda e arte, invece, mi intrigano: è fantastico avere la possibilità di sovrapporre questi due mondi, perché mi permette di mantenere una mia identità, di rendermi sempre riconoscibile.

Potete acquistare 'Shapeshifter' online su yardpress.it.

marcopietracupa.com
instagram.com/marcopietracupa

Crediti


Foto Marco Pietracupa
Testo Francesca Lazzarin