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una seconda adolescenza negli scatti di claudio majorana

Abbiamo incontrato il giovane fotografo che ci ha raccontato del suo progetto 'Head of the Lion', della skate scene siciliana, del fascino degli Stati Uniti e della bellezza dell'adolescenza.

di Francesca Lazzarin
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15 dicembre 2016, 12:05pm

52.000.000. Secondo una statistica divulgata lo scorso settembre da Instagram, questo sarebbe il numero di scatti che vengono caricati quotidianamente sul social network preferito del momento. Se proprio vi risulta impossibile immaginare una simile quantità di immagini tutte insieme, date un'occhiata all'installazione di Erik Kessels, 24 Hours in Photos. Nel 2011, l'artista olandese ha avuto l'idea di stampare in formato 10x15 tutte le foto condivise su Flickr nell'arco di una giornata, riuscendo in tal modo a riempire enormi spazi nei maggiori musei internazionali. 

Viviamo nell'epoca dell'iper-consumismo d'immagini, del bisogno quasi compulsivo di documentare la realtà che ci circonda, di enormi e monotoni flussi di dati pixelati che ci scorrono davanti agli occhi senza sosta. Si tratta di foto che ritraggono frammenti di quotidiano, diversi modi di fare esperienza di una realtà che, in fondo, è sempre la stessa. Eppure, tra miliardi di immagini, ce ne sono alcune che risultano più incisive di altre per la preparazione e l'abilità del fotografo, ma soprattutto perché, in qualche modo, riescono ad evocare molto più di ciò che in realtà ritraggono, a raccontare una storia, talvolta persino a portare alla mente odori, suoni, sensazioni. Ed è così che un ragazzo a bordo di uno skate si fa testimone di uno stile di vita, uno scatto delle strade di New York diventa lo specchio delle speranze di intere generazioni e gli occhi di un giovane uomo ci dicono di più sulla crisi dei rifugiati di quanto potrebbe mai fare qualsiasi politico. Noi di i-D abbiamo incontrato il giovane fotografo Claudio Majorana per parlare del suo progetto Head of the Lion, della scena skate siciliana, del fascino degli Stati Uniti e della bellezza dell'adolescenza.

Com'è nato il tuo interesse per la fotografia?
È legato alla mia infanzia ed è difficile individuare un momento specifico. Ricordo che quasi tutto quello che succedeva in famiglia veniva documentato con una telecamera, un registratore o una macchina fotografica. Quando io e mia sorella siamo nati mia madre ha iniziato a raccogliere le nostre foto in grandi album. Siamo cresciuti tra l'odore della camera oscura radiologica di mio padre, medico, e quello dell'atelier di mia madre, pittrice. Forse era inevitabile che prima o poi le immagini avrebbero iniziato a fare parte della mia vita.

Qualche anno fa, tuo padre ti ha regalato una scatola che conteneva i negativi di foto scattate da tuo nonno. Questo ritrovamento avrebbe portato alla realizzazione della serie Majorana U.S.A. 1957, che documenta il viaggio negli Stati Uniti di tuo nonno in quanto rappresentante della Regione Sicilia. Se dovessi fotografare l'America all'alba dell'era Trump, come sarebbero quegli scatti oggi?
L'America è un paese che ho nel cuore da quando ero bambino. Nell'estate del 1993 mio padre vinse una borsa di studio per lavorare al Memorial Sloan Kettering Hospital di NYC. Così la famiglia si trasferì lì per un periodo e l'odore e il sapore di quella città entrarono indelebilmente dentro di me e nei miei ricordi. A diciassette anni tornai negli USA per fare l'ultimo anno di liceo a Flagstaff, Arizona. 

La Sinagua High School di Flagstaff è uno dei posti che mi manca di più. Un luogo dove nascevano tante idee e dove venivi sempre preso sul serio. Ricordo quando il nostro professore di fisica ci chiese di costruire un razzo ad aria compressa per un esperimento. Andai al campo di football a vedere i lanci dei razzi degli altri ragazzi. Si usava una grossa bottiglia di Coca-Cola riempita per metà di acqua. Poi con un compressore veniva pompata aria all'interno e, quando il razzo veniva sganciato dalla base, questo andava molto in alto per poi schiantarsi da qualche parte nel campo. La mia idea fu di progettarne uno da cui, una volta raggiunta l'altezza massima, si sarebbe aperto un paracadute. Al corso non ci aveva ancora provato nessuno e quando ne parlai al professore mi disse "Only if you try you'll know if it works!" Il lancio riuscì perfettamente, il paracadute si aprì e il razzo fluttuò per un po', atterrando oltre i confini recintati della scuola. 

Questa è l'America che mi manca. Quella dei sogni e delle possibilità. Non penso che racconterei gli States di oggi sulla base degli ultimi eventi politici. Immagino delle fotografie lontane da quella che è l'attività politica dell'attuale presidente, dalle proteste e dalle manifestazioni a favore.
Vorrei raccontare un sentimento, quello dei giovani di oggi, e vorrei farlo tornando tra i banchi della mia scuola, dodici anni dopo.

Parlaci del tuo attuale progetto, Head of the Lion.
Head of the Lion è il luogo dove molti ragazzini delle periferie di Catania passano le loro estati. Si tratta di un enorme scoglio che ricorda vagamente la forma di un leone sdraiato che guarda il mare. Qui lo chiamano la testa ro liuni e chi, dopo essersi arrampicato sulla criniera lavica, rifiuta di tuffarsi, viene chiamato carogna

Nell'estate del 2011 ho conosciuto un gruppo di otto skater tra gli undici e i tredici anni della periferia della mia città. Avevo visto su Facebook le foto delle rampe che avevano costruito con materiale recuperato in un cantiere abbandonato. Non sapevo nemmeno che ci fossero degli skater in quella zona, così scrissi loro chiedendo di poter andare a fare delle foto. Il fatto che mi conoscessero già come skater aiutò a stabilire un rapporto di fiducia reciproca a partire da subito. Non immaginavo lontanamente che, dopo quel pomeriggio, avrei trascorso con loro più di cinque anni.

Head of the Lion racconta l'adolescenza di questi ragazzi vista con gli occhi di chi, in un certo senso, ha avuto modo di rivivere per la seconda volta la propria. Il tuffo dalla testa del leone assume il valore di un rito di iniziazione, un passaggio, un punto di non ritorno che alla fine affrontiamo tutti abbandonando ciò che è stato per un futuro idealmente migliore. E in fondo, di salti nel vuoto se ne possono fare tanti nella vita e a qualsiasi età.

Credo che Head of the Lion sia un po' anche la mia storia. È qualcosa di molto profondo per me. Sto lavorando al primo libro, ma lo considero un progetto non finito che sta prendendo tante nuove direzioni. In fondo quello che desidero è che non finisca mai e che io possa per sempre vedere crescere questi ragazzi.

Documenti la scena skate da anni e tu stesso sei uno skater: com'è nato il tuo interesse per questo mondo e quali sono i cambiamenti più rilevanti ai quali hai avuto modo di assistere?
A tredici anni ho deciso che volevo diventare uno skateboarder pur non avendo la più pallida idea di come avrei fatto e da dove avrei iniziato. Avevo solo visto un video in TV e ricordavo vagamente dei racconti di mia madre sul figlio di una sua amica che "scendeva le scale con lo skate". Era poco, ma abbastanza da decidere di mollare da un giorno all'altro il gruppo della canoa fluviale.

Non c'era internet e questo rendeva tutto una sfida. All'inizio usavo una tavola che mi avevano regalato da bambino, di quelle old school molto pesanti. Non era il massimo, ma rapidamente imparai cosa significa stare in equilibrio, scendere da un gradino e farsi cacciare dagli spot. Con il tempo incontrai altri ragazzi nella mia città e presto si consolidò una nuova generazione di skater guidata da quelli della generazione precedente.

I grossi cambiamenti avvennero intorno al 2004 quando iniziò il periodo dei tour. Il primo fu organizzato da una grossa rivista americana. La Sicilia fu scoperta e da quell'anno tantissima gente iniziò a viaggiare verso l'isola famosa per la grande accoglienza, il sole e il buon cibo. Così è nato il progetto The Recent History of Sicilian Skateboard Tours. Oggi la scena siciliana è molto più presente all'interno del panorama nazionale e internazionale, però è ancora tutto molto difficile. C'è chi tra noi ha fatto scelte coraggiose come aprire uno skate shop ed investire nello skateboarding. Credo sia importante che le nuove e le vecchie generazioni capiscano quanto sia fondamentale adesso più che mai sostenerci tra skater.

Come descriveresti la tua estetica? E cosa rende una foto bella ai tuoi occhi?
Dal punto di vista cromatico sono molto legato al bianco e nero, linguaggio che sto ancora esplorando e imparando a conoscere. Ciò che rende bella una foto, per me, è la possibilità di riconoscere nell'immagine qualcosa di molto personale, anche se mostra un contesto estremamente lontano. Mi piace guardare foto in cui è chiaro che non si è trattato solo del "momento decisivo", ma del rapporto umano tra fotografo e soggetti o tra una persona e un luogo cui sente di appartenere.

Studi medicina e fai il fotografo. Come sei riuscito a conciliare queste due strade apparentemente tanto diverse? E cosa consiglieresti a chi si sente costretto a scegliere tra più passioni o tra la passione e la carriera?
Dopo il liceo non avevo davvero idea di cosa volessi fare da grande. Avevo una vaga idea di fare l'etologo per ritrovarmi un domani in mezzo alla natura a studiare il comportamento degli animali. In parte lo facevo già da bambino quando passavo ore chiuso dentro una voliera a prendere appunti sul comportamento e la riproduzione dei miei volatili. Superai i test di veterinaria e di medicina e feci la mia scelta considerando che l'accesso in medicina era stato veramente sudato e il fatto che, sopratutto in Italia, la carriera dell'etologo fosse un po' complicata.

I primi anni di studio furono duri, si studiava chimica organica, fisica, statistica, informatica, genetica e, nel frattempo, per una serie di coincidenze e incontri, nasceva l'amore per la fotografia e il cinema. Lì iniziò la mia crisi. Mi sentivo un pesce fuor d'acqua, guardavo tantissimi film e passavo tanto tempo a fotografare. C'è voluto tempo per arrivare alla conclusione che portare avanti entrambe le cose aveva davvero un senso. Non credo ci sia una formula magica per fare funzionare assieme due cose apparentemente distanti. Si tratta di capire come l'una possa influenzare positivamente l'altra. Credo anche che se due cose fanno veramente parte di te è difficile che restino a lungo tanto distanti tra loro, ma ho dovuto scavare molto dentro me stesso per dare un significato a tutto.

La serie We Left Libya on a Friday Night racconta, attraverso immagini e parole, la vita in un centro di prima accoglienza minorile. Cosa ti ha colpito in particolare dell'esperienza? Sei rimasto in contatto con i ragazzi che hai fotografato?
Quelli al centro d'accoglienza sono stati dei giorni molto belli e formativi per me. Si trattava del primo lavoro di questo tipo commissionatomi da una rivista e questo mi suscitava non poche incertezze. Non era stato facile ottenere i permessi necessari. Quando è arrivata l'e-mail di conferma dalla questura, ho prenotato un B&B nonostante il centro fosse a circa quaranta minuti di macchina da casa. Rimanere in prossimità del luogo in cui scatti aiuta a ridurre al minimo le distrazioni esterne. Se poi c'è una connessione internet lenta, o manca del tutto, è anche meglio.

Il centro in cui ho fotografato è una scuola che era stata chiusa anni prima e riaperta in seguito all'aumento degli sbarchi. I ragazzi erano circa centoventi, tutti maschi, suddivisi nelle varie stanze secondo la nazionalità o in base al loro comportamento. Durante il primo giorno nella scuola un ragazzino del Bangladesh sbarcato la notte prima mi ha chiesto quale fosse la sua stanza. Quando ha capito che non facevo parte dello staff mi ha chiesto "Sapresti almeno mostrarmi su una mappa dove siamo?". Non ne aveva la minima idea. Più tardi, durante le visite mediche, ho chiesto un computer con una connessione. Quando ha visto la Sicilia sulla mappa non sembrava affatto sollevato. Durante la settimana passata lì ho avuto una testimonianza diretta sul loro viaggio. Mi rendevo conto di quanto fosse diverso leggere delle storie su libri o riviste e sentirle raccontare di persona. Passavo le mie giornate al centro e la sera lavoravo all'articolo trascrivendo le interviste. Ho dei bellissimi ricordi. Con molti ragazzi si è creato un bel rapporto ed è stata anche l'occasione in cui ho capito che preferisco progetti in cui c'è più tempo per analizzare una situazione, un luogo e conoscere a fondo delle persone.

Un paio di settimane dopo ho telefonato per tornare a trovare i ragazzi, ma la scuola era stata chiusa pochi giorni prima e i ragazzi mandati in altri centri. Pare anche che alcuni, pagando, abbiano trovato il modo per superare le frontiere in Nord Italia.

Oltre alle collaborazioni con svariati magazine hai trovato anche il tempo di pubblicare una tua zine. Perché secondo te è importante riuscire a tutelare queste realtà anche nel mondo digitale?
Penso che la realtà digitale stia dando un grandissimo contributo alla diffusione della fotografia, ma ritengo che i motivi per utilizzare la carta stampata siano davvero tanti. Restando sulla questione del libro fotografico penso che la sua importanza sia legata all'unicità dell'esperienza che questo offre. La giusta scelta dei contenuti, delle immagini, del testo, del design, del formato e dei materiali può davvero generare un'esperienza sensoriale irriproducibile in altro modo. Quando sfoglio un libro e percepisco un giusto equilibrio, sento che il libro diventa veramente il veicolo del messaggio dell'autore, che mi sembra di avere accanto. I miei libri preferiti sono quasi sempre vicino a me sulla mia scrivania. Spesso evito di rimetterli nella libreria. Li apro continuamente, studio le rilegature, il modo in cui sono stati incollati, le misure, il tipo di stampa.

Da un paio di mesi ho iniziato a studiare legatura per lavorare alla bozza di Head of the Lion. È stata una bellissima scoperta e ho capito anche quanto sia importante per un fotografo lavorare al proprio progetto, prima di delegare tutto a un editor o a un designer. È essenziale farsi aiutare, ma credo sia importante che all'inizio ci si provi da soli. Tra gli sforzi e i brainstorming potrebbe anche capitarvi di capire perché avete passato gli ultimi cinque anni della vostra vita su un progetto.

claudiomajorana.com
instagram.com/claudiomajorana

Crediti


Testo Francesca Lazzarin
Foto Claudio Majorana

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