la musica di giungla tra istinto e disordine naturale

In occasione del suo concerto a Milano, abbiamo incontrato Giungla, una delle giovani artiste più promettenti del panorama musicale italiano.

di Francesca Lazzarin
|
23 settembre 2016, 11:25am

Poche ore prima del concerto le ho chiesto cosa significasse il suo nome d'arte, ma mi sono resa conto di non averlo compreso a fondo finché non si è esibita. Giungla sale sul palco da sola nell'intimo ambiente dell'Ohibò, accompagnata da un allestimento all'insegna dell'essenzialità: pedali, chitarra e microfono. Dopo un timido saluto iniziale la musica parte e il silenzio s'accende: Emanuela Drei è energia pura, un'energia istintiva che sfocia in un insieme organico di suoni ordinati e coinvolgenti. Canzone dopo canzone, la giovane artista residente a Bologna riempie il palco con la sua presenza, con i suoi capelli scompigliati e le dita che si muovono decise sulla chitarra. Dopo l'esordio nel panorama musicale con due band, la voce degli Heike Has The Giggles e basso degli His Clancyness ha dato vita al suo progetto da solista. Il suo EP, Camo, è stato pubblicato il 20 maggio scorso e contiene pezzi scritti in momenti diversi della vita dell'artista che si muovono sul confine tra forza e sensibilità, tra fragilità e sensuale grinta. Abbiamo incontrato Giungla per parlare dei primi passi che ha mosso nel mondo della musica, delle sue principali influenze e dell'inizio della sua avventura da solista, perché, come dice lei stessa, "Giungla è un luogo in cui io stessa mi devo addentrare, per esplorare, per conoscere, per conoscermi."

Parlaci di come hai iniziato, hai sempre saputo di voler far musica?
Non credo di averlo mai deciso, ho semplicemente iniziato e non ho mai smesso. Spero di non smettere mai. Ho imparato a suonare il piano quando ero molto piccola, per poi passare alla chitarra a 12 anni. Le prime vere esperienze le ho fatte con le band e per molto tempo ho sentito il bisogno di dar vita a un mio progetto, perché sentivo che alcuni pezzi mi appartenevano in modo particolare. L'idea iniziale era quella di formare una band, però non sono riuscita a trovare le persone giuste, anche per problemi di carattere logistico. Un giorno mi sono detta: "Ok, la metto in piedi da sola."

Perché Giungla?
Ci tenevo molto che il mio nome d'arte fosse in italiano perché, seppur cantando in inglese, qualsiasi parola straniera mi sarebbe sembrata una forzatura. Volevo avesse un significato per me, che suonasse familiare alle mie orecchie. Allo stesso tempo ritengo sia abbastanza simile alla traduzione inglese, 'jungle', e che il suono non risulti strano anche per un anglofono. Questa caratteristica mi piace molto. Il nome ha un significato molto istintivo, evoca l'idea di un disordine naturale, un bisogno necessario. 'Giungla' è un luogo in cui io stessa mi devo addentrare, per esplorare, per conoscere, per conoscermi. Il significato è in perfetta sintonia con il mio percorso in ambito musicale: si tratta di una scoperta costante anche per me, perché non so dove io stia andando di preciso, ma mi lascio guidare dall'istinto, conscia del fatto che se ti affidi ad esso ne uscirà sempre qualcosa di bello.

Descrivi il tuo EP 'Camo' con tre parole.
Mimetico. Intricato. Diretto.

Ti è sempre venuto più naturale esprimerti in inglese? Quando hai iniziato a scrivere canzoni?
Scrivo principalmente in inglese, è vero, anche se ora ho un pezzo in italiano in scaletta. Credo si tratti di una pura questione d'abitudine, un modo di esprimermi che riflette la musica che ho sempre ascoltato. Negli ultimi due anni, per mia stessa sorpresa, ho scritto dei brani in italiano riuscendo a non alterare il sound che mi contraddistingue e che caratterizza gli altri pezzi. Non trovo per nulla strano cantare in italiano, cambiare lingua nel bel mezzo dell'esibizione. All'estero accade più spesso che le band non si pongano dei limiti linguistici. Ci sono moltissime band che cantano sia in inglese che francese, per esempio, come Christine and The Queens. Per quanto riguarda i testi delle mie canzoni, non c'è una lingua che sento più vicina rispetto ad un'altra.

Ho iniziato a scrivere i testi appena ho imparato a mettere insieme qualche accordo con la chitarra. Sono partita subito scrivendo in inglese, anche se non so se si potesse considerare proprio inglese [ride].

Quali artisti sceglieresti per una collaborazione?
Se potessi scegliere una band con la quale esibirmi live sicuramente i Battles, se invece si parla di un remix mi piacerebbe molto collaborare con i Blue Hawaii. Ah! Anche Bonzai, l'album è incredibile e al momento non ascolto altro.

Ti ricordi quali artisti ti hanno fatta avvicinare alla musica?
Sono da sempre una grande fan di Pj Harvey, a casa ho anche il cd con tanto di autografo. La prima canzone che ho imparato a suonare con la chitarra invece è Hand in My Pocket di Alanis Morrisette, dall'album Jagged Little Pill. Poi mi sono appassionata a tantissimi altri artisti come Le Tigre, i Kills e i Gossip. Ho sempre avuto un debole per le band in cui ci sono anche ragazze, sono un grande esempio per me.

Mi fai pensare al libro di Kim Gordon, Girl in a Band. A proposito di ragazze nelle band, com'era essere l'unica ragazza nel trio Heike Has The Giggles?
In realtà ho sempre cercato di non darci molto peso, non ci pensavo nemmeno. I problemi che emergono sono principalmente di ordine pratico, come la privacy nei camerini.

Ho letto il libro di Kim Gordon e l'ho trovato bellissimo! Ora invece sto leggendo Hunger Makes Me a Modern Girl di Carrie Brownstein, lo consiglio.

Altri libri che ci consiglieresti?
La difficoltà di essere di Jean Cocteau! Lo adoro!

Da alcuni tra i tuoi testi, primo tra tutti Sand, emerge una certa tristezza di fondo e ho anche visto che sui social media segui profili come 'So Sad Today'. Ti definisci una persona malinconica?
Sì. Non so per quale ragione, ma ho sempre la sensazione che le cose finiscano ancora prima che inizino e Sand parla proprio di questo. Però sono anche convinta che nella malinconia che si cela dietro transitorietà di ogni esperienza ci sia un fondo di grande libertà, un senso di liberazione. Sai che tutto avrà una fine, i momenti belli come quelli bui. Questa considerazione, per quanto possa sembrare triste, ha un qualcosa di poetico e ti porta a goderti ogni momento fino in fondo.

Che consiglio vorresti dare a una giovane ragazza che ha intenzione di intraprendere una carriera musicale?
Le direi di impegnarsi, ma quello viene naturale quando c'è la passione. È essenziale circondarsi di persone positive che ti vogliono bene, di qualcuno che ti guardi da fuori e ti dia dei giudizi attendibili. In certi momenti ci si può sentire soli ed è proprio in quei momenti che è fondamentale fare un lavoro d'introspezione e capire come si può migliorare. La curiosità, poi, è fondamentale: andate all'estero, partecipate a festival, confrontatevi con le altre band!

giunglamusic.com

Crediti


Testo Francesca Lazzarin
Foto Dave Masotti

Tagged:
giungla
milano
francesca lazzarin