abbiamo corso nell’autodromo di monza di notte, senza macchina

Vuoi mettere che figata vedere maratoneti professionisti cercare di battere il record di 2h 02 '57''? E poi correre dentro il circuito di Monza sentendosi invincibili?

di Giuseppe Francaviglia
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09 maggio 2017, 11:40am

Maledetto gin tonic, lo sento ancora risalirmi dallo stomaco. Sì, quella sensazione bruciore nella gola, come se stessi per rigettare una scimitarra. E poi c'è freddo. Eppure lo sapevo che ci sarebbero stati al massimo 12 gradi. Sono fermo a bordo pista, dentro l'autodromo di Monza. Quasi le otto meno un quarto della mattina ed è sabato. Vedo passare passare sotto il traguardo Eliud Kipchoge, keniota e vincitore olimpico di maratona. È all'ultimo giro, gli ultimi 2,4 km per arrivare a 42,195 e concludere così la maratona. L'obiettivo di Eliud era finire la gara con un tempo inferiore alle 2 ore, traguardo mai raggiunto prima nella storia. Mentre comincia l'ultimo giro però mancano solo 6 minuti a quell'obiettivo. Ci sono gli applausi, c'è l'euforia, la mia e di tutti quelli a bordo pista con me. Ma a questo punto è ormai impossibile che Eliud finisca la maratona in meno di due ore. Il maxi schermo dice che il tempo stimato è di 19 secondi oltre. E io sento ancora l'amaro del gin.

Colpa mia eh. Sapevo benissimo che alle tre e mezza—del mattino, di sabato, un'impresa diciamolo— mi aspettava il pullman per arrivare all'autodromo. Ma una mia amica festeggiava il compleanno, e fra un brindisi e l'altro ho pensato che, tutto sommato, era inutile tornare a casa per dormire un paio di ore. Così, mentre anche Eliud comincia a capire che non riuscirà a finire la maratona sotto i 120 minuti, qui fermo a bordo pista con la consapevolezza che la mia "preparazione atletica" è stata fallimentare, sento di essere la cosa più lontana che ci possa essere da lui. Le telecamere che lo seguono inquadrano una specie di sorriso sulla sua faccia. Io ovviamente sarei tra il disperato e il distrutto. Ma Eliud, anche se le gamba ormai vanno solo per inerzia, sa che è ha fatto quello che doveva per portare a termine questo progetto.

Si chiama Breaking2, il progetto sponsorizzato da Nike. L'obiettivo è correre una maratona (42 km e 195 metri) sotto il muro delle due ore con una velocità media di 21 km/h—cose che manco in bicicletta— e distruggere l'attuale record mondiale di 2h 02 '57" stabilito a Berlino nel 2014 da Dennis Kimetto.

A tentare l'impresa sono tre atleti africani: il kenyano Eliud Kipchoge, l'etiope Lelisa Desisa e l'eritreo Zersenay Tadese.

Nel corso degli ultimi due anni atleti, genetisti, nutrizionisti, esperti di biomeccanica e bioenergetica e designer hanno collaborato in vista di questo giorno. È stato studiato il ruolo della genetica nelle prestazioni sportive, la capacità aerobica e l'antropometria degli sportivi per aiutarli a mettere a punto una corsa veloce, efficiente ed economica dal punto di vista energetico. Hanno calibrato la loro alimentazione, specifica per ogni singola fase dell'allenamento. Tenuto sotto controllo anche la temperatura corporea, sia esterna che interna, così da valutare l'impatto dei fattori termici sulle performance dei corridori.

Ma, e qui sta la vera novità del progetto, in questo caso i corridori non sono stati l'unica variabile considerata: il team di Breaking2 ha analizzato le condizioni climatiche delle maratone corse in passato per identificare il mix ideale di temperatura e umidità che può favorire gli atleti nel raggiungimento del risultato. E quindi non è un caso che mi trovi ai margini del circuito di Monza. Per riuscire nel suo obiettivo si cercava un luogo piatto, senza vento e con una temperatura media di circa 11°, condizioni ideali per correre una maratona—per questo sapevo benissimo che ci sarebbe stato freddo…Infine, gli atleti saranno assistiti da un team di pacer, ovvero runners che si alterneranno davanti ai tre grandi protagonisti e che avranno il compito di "tirarli", tagliare l'aria davanti a loro e dare il ritmo.

Se gli scienziati hanno studiato dati e statistiche, il compito principale di Nike mettere a punto l'abito perfetto per la grande occasione. Ricordo le Gold Shoes, create apposta per lo sprinter Michael Johnson. Erano le più leggere mai prodotte e con quelle ai piedi Johnson si è portato a casa due medaglie d'oro alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, una per i 200mt e l'altra per i 400mt. E poi le Cathy Freeman a Sidney 2000 con una specie di tuta spaziale, un body totale dal cappuccio per la testa, con tanto di protezioni per mani e piedi. Anche per questo evento lo studio sull'abbigliamento dei runners è maniacale. Quando mi hanno spiegato che sono stati creati speciali nastri con nano-rilievi da applicare sulle tibie per migliorare l'aerodinamicità delle gambe non volevo crederci. E siccome stiamo parlando di Nike, ovviamente ci sono le scarpe. Per la corsa i runners indossano le nuove Zoom Vaporfly Elite. Nella suola di queste calzature gli ingegneri del colosso americano hanno inserito una soletta ricurva in fibra di carbonio in grado di restituire una maggior quantità di forza elastica rispetto ad altre scarpe da running. Questa soletta permettere al runner di risparmiare energia durante uno sforzo prolungato come quello della maratona e quindi di fare meno fatica. Il guadagno, secondo la Nike, sarebbe nell'ordine del 4 percento e, inoltre, il sistema Flyknit permette di indossare la scarpa come una calza.

Le due ore, e quindi il sogno/missione, scoccano proprio nel momento in cui vedo il gruppo di runners davanti a Eliud sbucare sul rettilineo del traguardo finale. Ormai è chiaro che non riuscirà a completare la corsa con un tempo di 1:59:59. Ma mentre passa sotto il tabellone che segna 2:00:25 secondi non guardo le scarpe, i nano-rilievi sulle tibie o le braccia coperte dai manicotti. Continuo solo a guardare la faccia del kenyota e non capisco perché sembri ridere. Ho capito che le due ore sono possibili—ha detto a fine corsa—adesso mancano solo 25 secondi». Ride perché rispetto al precedente record di 2h02'57" centrato dal connazionale Dennis Kimetto a Berlino 2014, un progresso di 2'32" è un'enormità. Eppure il tempo fatto a Monza non è ufficiale, non vale nulla: gli studi e gli accorgimenti tecnologici, oltre alla presenza di pacer e alla location accuratamente selezionata, sono vietati nelle competizioni ufficiali. Le condizioni in cui si è svolta la prova infatti non sono paragonabili a quelle di una vera maratona e per questo il record, per quanto storico, non è omologato. 

E mentre sono qui fermo a bordo pista, con lo stomaco che brucia e la testa che comincia a farmi male, penso che il significato di questo evento tutto sommato stia proprio nell'immagine dell'ultimo arrivato: desisa ha tagliato il traguardo a 2:14:10, mettendoci qualcosa come 10 minuti in più rispetto al suo record personale; alla fine era così distrutto che i preparatori e i medici l'hanno dovuto aiutare a stare in piedi. Anche lui aveva addosso tutta la tecnologia che un corridore può sognare, ma non è bastato.

È con questa consapevolezza che, quando gli organizzatori dell'evento mi hanno proposto di correre 5km lungo lo stesso tragitto dei maratoneti, ho accettato immediatamente. Vuoi mettere che figata correre dentro il circuito di Monza? Così, dopo il primo chilometro fatto in scioltezza—giusto per riscaldarmi eh—ho deciso di correre anche io più veloce. E sono andato veloce, velocissimo. Per una cosa tipo 5 minuti. Da lì in poi è stata un'agonia.
Ecco, una cosa che ho imparato da questa giornata è che, a ventisette anni, non puoi più correre veloce se sei in after. Puoi prendere tutti gli Oki e i Malox che vuoi ma alla fine "meno gin bevi meglio stai". 

Crediti


Testo di Giuseppe Francaviglia
Foto su gentile concessione dell'ufficio stampa Nike

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