il lusso semplice di sansovino 6

Entriamo nel lussuoso mondo di Edward Buchanan, Sansovino 6, per scoprire le sue opinioni sulla mancanza di diversificazione nella moda, la scena delle feste a Milano nei ’90 e la riappropriazione della parola chic.

di Stuart Brumfitt
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14 aprile 2015, 2:40pm

Se vi piace il lusso semplice e confortevole, allora dovete dare un'occhiata allo "stravagante, strano progetto di maglieria" di Edward Buchanan, Sansovino 6. Lo stilista americano si è fatto un nome negli anni '90 quando ha iniziato a lavorare come Design Director presso il gruppo Bottega Veneta pre-Gucci, aveva 26 e alle spalle un diploma alla Parsons e uno stage da Michael Kors. Ora quarantaquattrenne, Buchanan si dedica da dieci anni al suo progetto personale, iniziato originariamente come un'esposizione della sue tecniche sartoriali preferite. L'indirizzo della sede, Sansovino 6, è diventato il nome del brand. Ha sviluppato una relazione madre-figlio con la proprietaria dello stabilimento, Silvana Galbusera, e gli è stata data totale libertà creativa per sperimentare nuovi metodi e materiali. Per Buchanan, "Il glamour è sempre stato incentrato sull'abilità intrinseca, non semplicemente sull'estetica. Io vengo da quella scuola Bauhaus dove se hai intenzione di costruire qualcosa allora deve essere fatta per durare e costruita a regola d'arte. Voglio che voi vi sentiate bene e che ne possiate godere per molto tempo."

Il tuo lavoro è diverso, ma guardando Oliver Rousteing - che ha iniziato a 25 anni da Balmain - si capisce che anche il panorama attuale è molto diverso. Lui ha questo enorme seguito sui social. Riesci a immaginare di avere a che fare anche con tutto questo?
È un momento molto diverso. Io soffro il bombardamento dei social media. Sono irremovibile riguardo al parlare di maestria, qualità, e tutte quelle cose con le quali bisogna sentirsi in contatto. Sono solo di una scuola diversa, vedo le cose in un'altra prospettiva.

È stato un privilegio poter sviluppare la tua arte senza tutta questa pressione?
Assolutamente. Quando stavamo lanciando Bottega Veneta, ci sono voluti giorni soltanto per caricare l'immagine online. Per quanto sia importante la presenza sui social, bisogna stare molto attenti, perché le cose stanno andando fuori di testa!

Grace Bol è nel tuo lookbook. Ho sentito dire che quando hai cercato una modella di colore a Milano per le foto hai fatto fatica a trovarla.
È stato molto interessante. Molte modelle di colore non vengono neanche a Milano. Alcune sono rappresentante da delle agenzie che hanno la sede qui, ma quando chiamavo per chiedere "Verrai a Milano", loro erano tutte un "No, non vengo a Milano perché tanto non si lavora." L'agenzia ti manda a tutti i casting e le persone hanno già deciso senza nemmeno guardare il lookbook, "no non è quello che vogliamo." Oppure si sentono in lotta con le altre modelle di colore perché sono in poche, è assurdo.

Non che le altri capitali della moda siano perfette, ma perché pensi che l'Italia sia così indietro?
Non saprei proprio. Quelle sono grandi compagnie con business internazionale e si sono abituate a questo modo robotico di lavorare. Detto questo, in tutte le case di moda importanti ci sono stylist inglesi e agenzie di casting americane, quindi non ci sono scuse. Non capisco cosa stia succedendo. È una battaglia. L'integrazione attiva - che in Italia non è una cosa nuova - sembra essere iniziata ieri. Molti pensano sia una decisione di estetica, ma io credo sia assurdo. Ho avuto una stylist che una volta ha detto, "perché non mettiamo quattro ragazze di colore nel mezzo della sfilata, e poi lasciamo sfilare le altre?"

È una cosa comune - far uscire le ragazze in base al colore della pelle.
È una cosa che mi disturba, e molte persone lo fanno. Vedi la line-up e all'improvviso si passa alla pelle nere, e tre ragazze nere usciranno contemporaneamente.

Quando pensi che questo cambierà?
Non riesco a immaginare una passerella diversificata se non sei circondato da persone diverse tra loro. Molte di queste compagnie non hanno asiatici o afroamericani che lavorano per loro. Se controlli i top stylist e i migliori fotografi, noterai che ci sono davvero poche persone di colore che occupano quelle posizioni. Se hai una stanza piena di persone che lavorano ai casting e sono al 99.9% bianche, non ci sarà nessuno a dire, "forse dovremmo considerare questo!"

È successa la stessa cosa per le nomination agli Oscar di quest'anno. Le persone si sono concentrate sul fatto che non ci siano stati abbastanza candidati di colore, ma la vera questione è che non ci sono abbastanza persone di colore che lavorano nell'industria cinematografica. Punto e basta.
Assolutamente. Alla fine non viene nemmeno vista come una cosa razzista. Guarda le case di moda e i direttori creativi: puoi contare le persone di colore che lavorano nell'industria del lusso su meno di una mano. Che tipo di potere hanno? Che io sappia, sono uno dei pochi che lavora a Milano e questa stagione non ho visto nemmeno un compratore di colore a vedere la collezione. E si tratta di compratori da tutto il mondo, dalle boutique ai grandi magazzini.

Puoi parlarci della tua amicizia con Lea T?
Sì, certo, ho collaborato con lei per molti anni e molte volte. C'è sempre quando ho bisogno di lei e io ci sono sempre per lei. Nei tardi anni '90, a Milano, devi immaginare che c'eravamo io, Riccardo Tisci, Marcelo Burlon, Neil Barret, Dean e Dan, e andavamo nei club insieme e poi ci ritagliavamo i nostri spazi per produrre moda.

Qual era il club più importante? Plastique?!
C'era il Plastique, ma c'era questo club chiamato The Base. Milano, già negli anni '90, era importante. C'era anche un club chiamato Magazzini Generali, era un luogo di tendenza dove Marcelo Burlon promuoveva le serate. Succedeva di tutto! C'era una cultura giovanile italiana molto interessante e molto specifica che non era niente male. Quando le cose sono diventate sempre più globalizzate, a un certo punto vedevi persone che potevano stare anche a Londra o a NY, e si è perso quel gusto italiano.

Chi ammiri tra i tuoi contemporanei?
Ammiro molte persone, ma in particolare apprezzo quello che fa Christophe Lemaire. È brillante, tranquillo, e uno stilista molto sofisticato. Ho sempre amato Dries Van Noten, e i giapponesi, la creatività, l'abilità. Sono un grande ammiratore di Yohji. Mi piacciono le ragazze molto chic come Phoebe Philo. Ci sono poi molte persone che ammiro e che hanno un linguaggio onesto, che apprezzo davvero. Non mi piacciono gli stilisti da una botta e via.

Mi piace il fatto che tu e la tua cerchia di amici stiate rivendicando la parola chic!
Penso ancora a modo mio, che siano gli individui a portare gli abiti e non gli abiti che vestono gli individui. Ognuno ha la sua personalità e il suo stile, e quando rivendichi la proprietà di qualcosa che indossi, lo rendi tuo. Non sono un dittatore. Impazzirei nel vedere qualcuno indossare un total look Sansovino 6. Io non mi vesto in quel modo e non penso che nemmeno le altre persone lo facciano; la cosa importante è prendere quelle cose elementari che adori, abbinarle e renderle tue.

sansovino6.it

Crediti


Testo Stuart Brumfitt

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