riapre a londra il gay club degli anni '30: the caravan

Il National Trust ha ricreato il rendez-vous più celebre di Londra all’interno di un progetto che vuole esplorare la cultura queer della capitale inglese.

di Matthew Whitehouse
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07 marzo 2017, 10:32am

The Caravan si descriveva come "il miglior rendez-vous londinese dal gusto bohémien." Si tratta di un gay club degli anni Trenta, considerato dall'opinione pubblica una minaccia così grave da necessitare della sorveglianza delle forze armate ventiquattr'ore su ventiquattro; uno dei tanti spazi temporanei aperti in un'epoca in cui dichiarare la propria omosessualità poteva portare all'arresto e alla prigione. E spesso le cose andavano proprio così. Era un luogo che offriva protezione e riparo alla comunità omosessuale e, inoltre, lì ci si divertiva davvero.

The Caravan è stato ora ricostruito nel vicino Freud Café-Bar in quanto punto centrale di un nuovo progetto che mira a raccontare le storie degli spazi clandestini di Soho tra il 1918 e il 1967. Tale ricostruzione sarà visitabile durante un mese di tour pensati per celebrare l'importanza dell'eredità LGBT. Il club - gestito da un ex sollevatore di pesi professionista, Billy Reynolds, e da un mago illusionista conosciuto come "Iron Foot Jack" - è una celebrazione del cinquantesimo anniversario dopo la prima, parziale, depenalizzazione dell'omosessualità, ed è stato ricreato non senza difficoltà attraverso i verbali della polizia ancora consultabili presso gli Archivi Nazionali britannici. Al tocco finale ci ha pensato il karma, perché si tratta dei verbali che hanno portato a un blitz delle forze armate e alla chiusura del locale, a cui si sono aggiunti oltre 1000 arresti nel 1934.

Mentre numerosi spazi LGBT sembrano oggi dover chiudere bottega a Soho, noi di i-D abbiamo fatto due chiacchiere con Joseph Watson, del National Trust, per capire meglio di cosa si occupa questo programma e cosa vuole rappresentare per Londra.

Ciao Joseph. Cos'era The Caravan? E com'è nata l'idea di inserirlo nel vostro progetto?
The Caravan era un gay club privato nato nel 1934. L'abbiamo scelto per il nostro progetto perché tra gli scaffali degli Archivi Nazionali abbiamo trovato una quantità incredibile di materiale su questo posto, ma sappiamo che ce n'erano molti altri tra North Covent Garden, Soho e Fitzrovia. Erano piccoli spazi disseminati tra i quartieri centrali di Londra in cui le persone omosessuali potevano riunirsi e sentirsi a loro agio in un ambiente che non li obbligava a nascondere il loro orientamento sessuale, cosa altrimenti impensabile all'epoca. Si tratta di luoghi importanti, e per noi il significato del progetto è ricordare il 1967 come anno della parziale depenalizzazione dell'omosessualità. Vogliamo celebrare l'esistenza di spazi così eccezionali in un'epoca in cui l'omosessualità era ancora un crimine, e soprattutto vogliamo raccontare una storia piuttosto drammatica: l'impatto che i pregiudizi hanno avuto sulle vite dei singoli soggetti.

Quali erano i pregiudizi che questa comunità doveva quotidianamente affrontare?
Il grande numero di denunce sporte dalla popolazione locale mostrano come l'esistenza del The Caravan non fosse di particolare gradimento, anzi. Il club vero e proprio è durato infatti solo un paio di mesi prima di essere chiuso, ma questo non ha stupito gli avventori del locale. Succedeva sempre così: si apriva un club in tutta fretta, ma il resto della comunità avvertiva immediatamente la polizia, non volendo un luogo simile vicino a casa, poi le forze dell'ordine iniziavano a tenerlo sotto controllo e nel giro di qualche mese trovavano la scusa giusta per un blitz e lo chiudevano. 

Come hai gestito la riapertura del club?
Stiamo usando tutto ciò che abbiamo trovato negli Archivi Nazionali. Vogliamo che la ricostruzione sia estremamente precisa dal punto di vista dell'accuratezza storica, però non vogliamo neanche che la finzione sia troppo palese. Per noi, lo spirito di questo spazio è la colonna portante dell'intero progetto. Vogliamo che tutti lo possano immediatamente percepire, vogliamo che tutti capiscano come doveva essere entrare in questo locale quasi un secolo fa. Stiamo lavorando con un'organizzazione specializzata in Secret Cinema e Punchdrunk, chiamata Fruit for the Apocalypse e con altre strutture simili. Sono loro che curano la parte più prettamente storica.

Quanto è importante che il vostro progetto sia nato proprio adesso, quando così tanti luoghi LGBT a Soho sono a rischio chiusura?
Per noi, il futuro di Soho e di questi spazi sicuri per la comunità LGBT è importante quanto il suo passato. Parte del progetto è costituita da tour giornalieri che andranno all'esplorazione di Soho per poter ammirare spazi luoghi dedicati alla comunità LGBT tra il 1918 e il 1967. Ma guardiamo anche al futuro, perché siamo consci del fatto che Soho è un porto in cui trovare rifugio per emarginati e perseguitati dal sedicesimo secolo in poi. Perdere questa caratteristica, perdere questo spazio nel cuore di Londra sarebbe una tragedia vera e propria. Quello che facciamo è il nostro contributo personale a tale dibattito. 

Che importanza hanno eventi come questo per il National Trust?
Sappiamo che le persone pensano a noi come alla gente delle Country House e va bene, non è un problema per noi. Ma siamo capaci di mettere su progetti molto più interessanti, e lo stiamo facendo già da un po' di tempo a questa parte. Abbiamo fatto diverse cose in questi ultimi anni, e tutte racchiudevano rimandi alla Soho post-bellica. Quindi non è un tema del tutto sconosciuto con il quale abbiamo improvvisamente deciso di dilettarci. Abbiamo anche lavorato sull'architettura brutalista, abbiamo dato vita a progetti incentrati su Croydon. Questo per dire che non si tratta assolutamente di una novità per noi. Siamo felici di essere quella parte del National Trust che può sfidare le convenzioni.

Cosa vorresti che la gente traesse da questo progetto?
Spero davvero che ciò che le persone porteranno a casa con loro sarà un senso di storicità con cui altrimenti potrebbero non aver mai a che fare. Una vista sul lungo periodo che li aiuti ad affrontare il futuro con più consapevolezza. Questo perché credo che il nostro progetto sia un modo di affermare l'esistenza di tali luoghi nella Soho del passato, e l'importanza che essi rivestivano. Si tratta di permettere al passato di informare e influenzare il futuro. 

Queer City: London Club Culture 1918-67 si svolge dal 2 al 26 marzo.

Crediti


Testo Matthew Whitehouse

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