arab youth: lo stile dei giovani musulmani

Il mondo arabo si estende dall’Africa all’Asia ed è composto da un pot pourri di dialetti, religioni e culture. Non c’è nulla che possa essere definito esclusivamente arabo. Si tratta di infiniti e variopinti tasselli di un mosaico eterogeneo. Abbiamo...

di Dalia Ahmed
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07 giugno 2016, 9:55am

Mohammed Ali Jeetaria, 20

Da dove vieni?
Sono nato in Iraq e cresciuto in Siria e in Libano. Mio padre viene da una zona molto religiosa nel sud dell'Iraq.

Com'è stato crescere in un ambiente così conservativo e religioso?
Ho passato la maggior parte della mia infanzia a Bagdad. Lì il clima era più rilassato e le persone più aperte rispetto alle altre zone dell'Iraq.

Quando eri adolescente hai seguito i trend delle sottoculture che hanno coinvolto gli altri giovani?
Ero emo (ride). Ero un ragazzo riservato. Durante la mia giovinezza mi sono limitato ad osservare aspettando il futuro. Non potevo ancora vivere come volevo, perché il modo in cui avrei voluto essere non era applicabile alla mia cultura. Molti hanno vedevano come mi vestivo ed esclamavano: "Che cazzo fai? Perché?". Io pensavo: 'Sono così e basta'.

Quando vivevi a casa non vedevi l'ora di scappare?
No, si è trattato di un processo graduale. All'inizio volevo andare in Siria, poi in Libano, che è più liberale, e infine arrivare qui. E ci sono arrivato.

Chi o che cosa ti ha ispirato quando ancora vivevi nel mondo arabo?
Principalmente le persone che mi circondavano, ma anche Lady Gaga e Christina (Aguilera). 

Quali elementi arabi influenzano il tuo stile quotidiano e il tuo senso dell'estetica?
Penso che le mie sopracciglia siano molto arabe. Nel mio armadio ci sono molti abiti tradizionali. Grandi tuniche e cose del genere. Li metto anche per uscire. 

Soprattutto in quanto ragazzo ribelle e queer che non viene accettato dalla maggioranza conservativa deve essere difficile identificarsi in quegli elementi della cultura che escludono la tua identità. 
Non è stato così male. Quando vivevo lì molti indossavano i vestiti tradizionali, per questo non era una cosa tanto strana per me. Ora però nessuno porta cose di quel genere. Mi piace potermi esprimermi in quanto giovane arabo, soprattutto perché ho un modo tutto mio di farlo. La mia identità araba è emersa con più forza una volta che me ne sono andato da lì. Trovo sia bello che le persone vedano che esistono anche arabi omosessuali.

Com'è essere omosessuale e arabo?
È difficile perché si tratta di una grande responsabilità. Non ho scelta. Però devo dire che mi piace.

Sei un'artista. In che modo la tua storia si riflette nella tua arte?
La guerra è onnipresente, perché ho speso gran parte della mia infanzia e adolescenza in territori di guerra. Mi trovavo in Iraq quando è scoppiata. Poi ci siamo trasferiti in Siria e successivamente in Libano. Per questo molti dei miei ricordi hanno a che fare con la guerra e con la morte. Si tratta di una cosa che ha contribuito a rendermi più forte e ho come l'impressione di averlo già metabolizzato sotto molti aspetti. È uno dei motivi per i quali sono diventato un artista. Avevo due alternative: arrendermi e farla finita oppure esprimere ciò che provo attraverso l'arte. A quel punto ho pensato: 'Se mi ammazzo non importerà più a nessuno tra meno di un anno, ma se mi do da fare avrò la possibilità di lasciare il segno e arricchire le persone.

Come descriveresti il tuo stile?
Il mio stile è in costante evoluzione e cambia in base al mio umore. L'elemento di follia però non manca mai. Sempre qualcosa di nuovo, che fa andare fuori di testa mio padre. Ogni volta in cui mi vede esordisce con un: "Oddio figliolo. Cosa ti prende?" (ride).

@fatamorganaaaaa

Hibat-Ullah Khelifi, 18

Da dove vieni?
I miei genitori sono tunisini. Mio padre viene da una zona desertica in provincia, mentre mia madre viene dalla città. 

Cosa ti ha ispirato durante l'infanzia?
Le lingue che sentivo parlare attorno a me. Con i miei genitori e i miei fratelli parlavo un mix tra il tedesco, l'inglese e l'arabo. A casa ho assimilato, pur non accorgendomene, la mentalità araba. 

Cosa significa?
Parte dal cibo e arriva al mio modo di comportarmi. Nella mia famiglia esprimiamo molto le nostre emozioni, anche nei piccoli gesti quotidiani e nel modo di vestire. Già da bambini io e miei fratelli venivamo infilati negli abiti tradizionali a ogni festa.

Da piccoli ci si ribella a questo modo di vestire? Più che altro quando gli altri bambini a scuola s'identificano in abiti tradizionali come il dirndl e il tracht.
Era mia madre che ci vestiva e non avevo una vera e propria opinione a riguardo. Però volevamo sempre indossare fez e le scarpe a punta tipiche del Nordafrica, quelle ricoperte di paillettes colorate. Con il tempo però inizi a scegliere tu come vestirti e in quanto musulmano devo adattare il mio abbigliamento alla mia identità.

Come ci si può vestire con stile essendo musulmana?
È complicato. Nei negozi è difficile trovare qualcosa che ti piaccia e che copra le zone giuste allo stesso tempo. Si fa del proprio meglio e si cerca qualcosa che vada bene.

L'adolescenza è il periodo in cui si sviluppa uno stile personale e un senso dell'estetica. Come ti vestivi a quell'epoca?
Era terribile. All'inizio ero una girly-girl. Tutto doveva essere rosa e in toni pastello. Poi tutto d'un tratto ho iniziato a voler indossare solo cose nere. È rimasto così fino ad oggi. Ora mi metto principalmente abiti semplici e scuri e provo ad aggiungere colore o un tocco arabico attraverso accessori. 

Che ruolo hanno la religione e la spiritualità nella tua vita e come si vive da musulmana in una società occidentale?
La religione è molto importante per me. Non influenza solo il mio modo di vestire, ma si riflette in tutti gli ambiti della mia vita. L'Islam è un punto di riferimento che mi dona stabilità. Molti non riescono ad immaginare come si riesca ad essere religiosi e allo stesso tempo giovani e aperti. Invece esiste! E ho l'impressione che sempre più persone lo comprendano..

Secondo te vestirsi in modo vistoso e moderno è in contrasto con l'essere musulmana?
Per me no. Riesco a conciliare le due cose. Posso trovare cose che rispecchiano me e la mia identità senza che queste violino i precetti della mia religione. Sì, a volte è difficile perché ti piacciono delle cose che sono troppo scollate. È un peccato, ma c'è poco da fare.

Come spiegheresti il termine "arabo"?
Io lo collego sempre alla tradizione. Soprattutto quella orientale fatta di colori sgargianti e motivi particolari. Per me arabo è anche la lingua e la religione. Per chissà quale motivo la prima immagine che mi viene in mente sentendo questo termine è il deserto, come vogliono i cliché. In quanto araba, soprattutto se cresciuti all'estero, si è sempre un po' schizofrenico. Tu, in quanto tunisina, sei araba, ma anche africana, musulmana, donna e probabilmente tantissime altre cose.

Che parole useresti per descriverti
Trovo difficile trovare le parole giuste. I miei genitori sono tunisini, ma io sono cresciuta qui. Non appartengo a nessun luogo in particolare: non lì e non qui. Mi sento sospesa tra due culture. Mi descriverei come una cittadina del mondo. Cerco di appropriarmi di elementi di tutte le culture senza identificarmi in una di queste culture in particolare. Forse si tratta di una cosa che arriverà con l'età..

Zaid Salah Almukhtar, 25

Da dove vieni?
Sono nato in Tunisia. Mio padre lavorava lì come ambasciatore dell'ONU e poi ci siamo trasferiti in Iraq. Nel 1999 è stato chiamato a lavorare all'ambasciata irachena in India e poi in Nepal e in Vietnam. Dopo lo scoppio della guerra è andato in pensione e siamo andati a vivere in Yemen. Lì ho passato nove anni della mia adolescenza.

Com'è stato vivere in così tanti luoghi diversi?
Devo dire che non ricordo molto di quel periodo. Sì, mi trovavo in Iraq quando è scoppiata la guerra, ma da bambino pensavo fossero solo fuochi d'artificio. In India è stato bello: c'erano moltissime cose da vedere e vivere. Si trattava di una cultura completamente diversa rispetto a quella a cui ero abituato. Ricordo sempre con affetto le persone che passeggiavano in strada con le loro mucche colorate.

Quando e dove hai sviluppato il tuo stile personale? è successo tra i tuoi numerosi spostamenti o in un momento preciso?
Direi che lo Yemen è stato il luogo in cui sono diventato la persona che sono ora. Si tratta di un Paese molto conservativo. Il primo ristorante occidentale è stato aperto nel 2007. Questo è il motivo per il quale mi sono dovuto creare un mondo per me stesso. Non per distanziarmi dalla cultura di quel luogo, ma per crearne uno in cui potessi sentirmi a mio agio ed esprimermi a mio piacimento.

In Yemen è molto amata quella che viene definita la "droga dei poveri", la khat. È un grande problema sociale e un'importante risorsa economica allo stesso tempo. Ha influenzato anche cultura giovanile?
Sì, uccide la creatività. Dal consumo di questa droga non ne esce nulla di buono. Anche perché i giovani lì non fanno altro che masticare queste foglie. Vedere loro non far nulla in tutto il giorno ha stimolato me e i miei amici a trovare nuove attività alle quali dedicarci. Quando un nostro amico è andato negli Stati Uniti ed è tornato con uno skate abbiamo iniziato a skateare.

Come riuscivi a procurarti l'abbigliamento giusto per andare con lo skate?
Ogni volta che uno di noi andava in Europa o negli Stati Uniti tornava con una valigia piena di vestiti che poi distribuiva agli altri. Quindi quelli tra noi che hanno viaggiato di più sono diventati dei trendsetter inconsapevoli.

Ti vesti in modo semplice e porti spesso il nero. È un modo di vestire che hai adottato per adattarti più velocemente al luogo in cui vivi?
Non credo. Per quanto possa sembrare stupido, mi sono sempre ispirato a Neo di Matrix. La prima volta che ho visto il film ne sono rimasto folgorato, era la cosa più figa di sempre per me.

Hai l'impressione che ora che sei in occidente tu ci tenga di più ad esprimere la tua identità araba anche attraverso i vestiti?
Qui faccio molta attenzione perché non voglio spaventare nessuno. Giro sempre con lo zaino e se portassi anche un copricapo arabo in metro, per esempio, sono sicuro che certe persone non si sentirebbero a proprio agio. Mi piacerebbe avere la possibilità di esprimere di più la mia identità araba, ma ho come l'impressione che procurerei dei problemi facilmente evitabili.

Shahad Kashef, 24 

Da dove vieni?
Sono nata in Iraq e direi che la mia famiglia ha origini principalmente persiane, ma anche turche e mongole. Se poi si guarda ancora più indietro nell'albero genealogico, compaiono anche antenati ebrei.

Dove e come sei cresciuta?
Ho sempre viaggiato molto. Sono nata in Iraq, poi ci siamo spostati nello Yemen, Siria e Giordania. Mi ricordo soprattutto dello Yemen. Lì si vestivano tutti in modo molto tradizionale e i vecchi mercati pullulavano di banchetti di gioielli in argento. È uno dei miei ricordi più cari: tutte le collane e i bracciali in bella mostra. Mia nonna diceva sempre che avrei dovuto portare gioielli d'oro più preziosi, invece che quelli d'argento.

Sei entrata in contatto con il mondo arabo in molti modi diversi. Cosa s'impara quando si conosce la penisola araba da così tante prospettive
Ci sono moltissime differenze tra un Paese e l'altro. Grazie ai miei numerosi spostamenti ho potuto comprendere quante culture diverse si trovino sotto lo stesso tetto. È stato interessantissimo vedere come le donne dello Yemen siano tutte coperte quando passeggiano per le strade e quanto invece siano vestite all'ultima moda con vestiti costosissimi quando si riuniscono per fumare il narghilè. In Siria è tutto diverso. Lì si trovano molte donne con il velo, ma tante altre senza. L'unica cosa che ho notato essere un comune denominatore del mondo arabo è che le donne danno molta importanza alla femminilità. Trucco, capelli: deve essere tutto perfetto. 

C'è qualcosa che si può trovare in ogni Paese arabo?
L'henné. Da piccola lo usavo sempre per tingermi i capelli. In ogni Paese e regione si trovano rituali e mix diversi.

Dopo tutti i luoghi in cui hai vissuto e tutte le diverse influenze a cui sei stata sottoposta, in cosa ti identifichi ora? Che tipo di persona sei diventata?
Penso di essere una cittadina del mondo per quanto riguarda il mio vissuto e il modo di essere, anche se sicuramente c'è molto di più oltre a questo. Sono dell'opinione che tutti i viaggi e gli spostamenti mi abbiano reso una persona più flessibile. C'è stato un periodo in cui è stato difficile essere araba, perché per me era tutto collegato alla guerra e alla morte. Ora però sto riscoprendo le mie radici e lascio che si esprimano nella mia quotidianità. Che si tratti del mio modo di vestire, la cucina o la letteratura araba che leggo.

Quali elementi della cultura araba si riflettono nel tuo modo di vestire?
Amo indossare gioielli arabi. Anche se non sono molto religiosa, mi piace indossare la mia collana di Allah..

Cosa significa essere arabo per te?
È parte di casa mia. Non è un luogo, ma una sensazione.

Crediti


Testo Dalia Ahmed
Foto Eva Zar 
Le foto sono state pubblicate su Aux Gazelles

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