Fotografia di Miles Aldridge

miles aldridge e la collaborazione con maurizio cattelan, gilbert & george e harland miller

Il potere della fotografia raccontato dal lavoro di alcuni degli artisti contemporanei più quotati del momento.

di Felix Petty
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05 dicembre 2017, 12:47pm

Fotografia di Miles Aldridge

""L'aprirsi di una porta è l'inizio di molte grandi storie," dice Miles Aldridge quando le chiedo di un'immagine degli artisti Gilbert & George mentre aprono l'ingresso della loro casa al numero 12 di Fournier Street. La collaborazione con il duo ammonta a un terzo della nuova mostra di Miles a Londra.

Lo storytelling emerge come elemento principale nel lavoro di Aldridge, che trasforma le opere dello sculture Maurizio Cattelan e del pittore Harland Miller, insieme a Gilbert & George, in materiale grezzo, pronto per essere plasmato dal suo obiettivo fotografico. L'artista crea così surreali immagini delle sculture di Maurizio messe di fronte a donne nude dall'aspetto ultraterreno, oppure immagina Gilbert & George in un dramma da camera, mentre fanno accomodare un misterioso visitatore androgino. I dipinti su larga scala di Harland Miller si trasformano in copertine di libri in edizione economica, magari tenuti tra le mani di qualche pin-up anni '50 dall'aria un po' kitsch. "Credo sia un segno di grande fiducia in sé stessi, ma anche di umiltà, lasciare che qualcun altro trasformi il tuo lavoro di artista," aggiunge Miles.

Ogni serie porta con sé una narrativa cinematografica, ma anche una storia di collaborazioni e dell'uso della fotografia stessa, come testimonia l'abbandono delle tradizionali tecniche fotografiche e la predilezione per serigrafie e fotoincisione.

Su Maurizio Cattelan dice: “Come ogni artista valido, anche lui è riuscito a non perdere la sua parte più infantile.”

"La collaborazione con Maurizio è iniziata in tutta semplicità, ma è un'impressione comune quando si ripensa alle esperienze passate. Parlando con un conoscente in comune, abbiamo scoperto di essere entrambi fan dell'altro e questo conoscente ha pensato fosse interessante farci conoscere. Ho ricevuto un'email da Maurizio, in cui diceva di amare il mio lavoro e ha poi aggiunto: 'In un mare d'immagini è ancora possibile creare qualcosa di significativo,' riferendosi a Instagram e all'infinito, inarrestabile flusso di immagini presente sul social.

Ho lavorato molto per Vogue Italia, dov'era necessario creare un'estetica molto patinata e da copertina, ma dove ho anche cercato di trasmettere una sorta di ansia o disagio, di mettere in discussione il consumismo. Il merito va tutto a Franca Sozzani, che si fidava di me in quanto artista. Era importante non rendere le immagini troppo scure, mantenendo però un'aura di mistero. Non ricordo conversazioni sul significato di questo o di quello, con Franca non c'era bisogno di troppe parole ed era questo a renderla un'editor strepitosa. Credo che il mio stile sia molto simile a quello di Maurizio—specialmente in Toilet Paper, in cui lui usa un'estetica simile per creare immagini che sembrano voler comunicare che il consumismo e la cultura di oggi ci stiano attaccando. Un po' come in Car Crashes di Andy Warhol, anche qui è ciò che desideriamo a ucciderci."

Sono cresciuto con una sorella maggiore che lavorava come modella. Quando ho avuto l'opportunità di fare il fotografo di moda ho però scelto di non promuovere l'idea che essere ricchi e belli equivalga all'essere felici. Nella vita reale le cose non funzionano così. È questo che ho cercato di trasmettere attraverso i miei lavori per Vogue Italia. Basta leggere la prima pagina di un qualsiasi quotidiano per rendersi conto che spesso le riviste patinate sono totalmente sconnesse dalla realtà.

Io e Maurizio abbiamo continuato a parlare di fotografia via email, c'era questa idea di iniziare a fare qualcosa insieme. Un giorno mi ha scritto: 'Ehi, c'è questo opening a Parigi e le tue fotografie sarebbero perfette come sfondo.' La mostra era un'insieme delle sue sculture più famose, così ho pensato di inserire queste figure femminili un po' kitsch a far loro da contrappeso; una rappresentazione della modernità che si confronta con il classico nudo di donna.

Così decidiamo di incontrarci alle 19, orario di chiusura del museo, e lavorare per tutta la notte. Maurizio ha questo piccola brandina nascosta in un ripostiglio dove scappa ogni tanto per fare un breve pisolino. Lavoriamo fino all'apertura delle porte del museo. Lui è ossessionato dalla fotografia, parliamo di lenti, rullini, editing, stampe e luci che abbiamo usato. Come ogni artista valido, anche lui è riuscito a non perdere il suo lato infantile ed entusiasta. Lavorare con lui è un piacere, fa sempre domande nuove e interessanti, ma ti lascia libero di gestire i tuoi spazi e fornire idee.

Maurizio è il primo artista con cui collaboro, e sin dall'inizio non è stata solo una relazione tra due artisti diversi, ma una relazione tra media, processi e arti diverse."

Su Harland Miller dice: “Pensava che il progetto fosse destinato al fallimento, ma era comunque curioso di vedere come sarebbe andata a finire.”

"Conosco Harland da circa 20 anni. Ci siamo incontrati per la prima volta quando lui voleva diventare uno scrittore e io un filmmaker hollywoodiano. Ho iniziato a fotografarlo prima che lui diventasse un pittore e io un fotografo. I suoi dipinti però parlano sempre di scrittura: senza quei titoli, credo, non sarebbero altro che forme di espressionismo astratto, blocchi di colore privi di concretezza. Ma con il titolo diventano perfetti, completi. E poi l'ironia dei suoi lavori è innegabilmente e irriducibilmente inglese.

Mi sono seduto di fronte ai lavori di Harland, chiedendomi cos'avrei potuto fare con quei dipinti che mi ricordavano in più e più modi la mia infanzia. Uno degli scopi dell'arte è proprio il gioco, per osservare in ultima battuta dove ti può portare l'assenza di serietà. In un certo modo, questo è il modo in cui il progetto si è sviluppato per me. L'idea di fare qualcosa di così semplice come trasformare finte copertine in libri veri e propri mi è piaciuta da subito proprio per la sua immediatezza. Credo sia stata l'ingenuità il motore trainante di questo lavoro: volevo provarci, vedere dove l'innocenza dell'infanzia mi avrebbe portato. Mio padre era un grande artista e un eterno bambino: la sua logica artistica ricordava un libro per bambini, strana e ingenua al tempo stesso. Oggi tendiamo a vivere in modo così pretenzioso da catalogare immediatamente come sbagliato qualcosa di così lampante e intuitivo.

Così ho chiesto ad Harland cosa ne pensasse, e lui mi ha detto che era un progetto destinato al fallimento, ma che sarebbe comunque stato curioso di vedere il risultato. Così ho trasformato i quadri in copertine di libri e li ho incollati sulle edizioni economiche che avevo in casa. Sentivo di aver bisogno di usare quelle opere in modo fisico, concreto. Armato di questi nuovi volumi ho iniziato a pensarci in termini cinematografici, come se nascondessero una narrativa. Riflettevo su scenari e protagonisti, sul modo di unirli per raccontare nuove storie. Alcune mi sono venute in mente subito, come quella della vasca da bagno, altre hanno avuto una genesi più lunga. Ho rivisto una scena di Anna Karina nel film di Jean Luc Godard: lei ha un libro aperto tra le mani e guarda l'orizzonte dalla finestra, un momento ricco di malinconia e bellezza. Poi ho spostato il focus sulla spazialità, immaginando che i miei libri venissero letti su un divano o seduti a una scrivania; volevo che la scena si delineasse con più precisione possibile nella mia mente. Infine, a tutto ciò si è aggiunta l'esperienza biografica: quando ero piccolo, i miei genitori dipingevano spesso le pareti di casa con colori psichedelici, rendendo il tutto ancor più caotico con tessuti di William Morris e arredamento kitsch. Ecco, la collaborazione con Harland è un tentativo di unire tutti questi elementi diversi."

Su Gilbert & George dice: "Mi piace moltissimo l'idea di usare la macchina fotografica come uno strumento narrativo, come un modo per creare una storia.”

"Ho fotografato Gilbert & George in precedenza e la sensazione che ho avuto in queste occasioni è sempre stata la stessa: mentre bussavo al 12 di Fournier Street percepivo chiaramente lo svolgersi dei preparativi dietro la porta, sentivo chiaramente i rumori di chi sta spostando e sistemando oggetti. A volte durava più di cinque minuti, poi l'ingresso si spalancava improvvisamente. Usciva sempre George per primo, mentre Gilbert rimaneva nascosto nel corridoio, un po' nascosto e un po' no. Era una coreografia perfetta. Quando ho riflettuto sull'idea di sviluppare un progetto insieme a loro sapevo già perfettamente che il primo scatto sarebbe stato proprio su quell'ingresso.

L'aprirsi di una porta è l'inizio di molte grandi storie. È l'ingresso in un mondo nuovo. Mi piace moltissimo l'idea di usare la macchina fotografica come uno strumento narrativo, come un modo per creare una storia o una trama cinematografica. La domanda da cui sono partito è "Chi sta arrivando?" Questo è l'inizio della mia favola. Ho immaginato il vecchio zio mezzo pazzo che ti fa visita per il weekend, ma poi l'idea si è evoluta verso queste figure androgine. Volevo che fosse un progetto aperto a mille interpretazioni: il potere della fotografia deriva proprio da quegli elementi a cui è difficile trovare una spiegazione univoca.

Ho stampato le immagini usando una tecnica dell'età Vittoriana chiamata fotoincisione, in cui la fotografia viene trasferita su una lastra di metallo attraverso un processo di incisione chimica. Mi sono sempre interessato alle diverse possibilità di stampa, ma questa volta volevo fare qualcosa di nettamente diverso—così ho scelto la serigrafia per le immagini con Harland, ad esempio. Volevo servirmi di tecniche non necessariamente basate sull'uso della luce. Non conoscevo altri fotografi contemporanei che stampassero in fotoincisione, mentre nei secoli passati è stato un modo molto comune di distribuzione e sviluppo delle immagini.

Credo che il valore della fotografia stessa si basi sulle possibilità di mettere in discussione un'immagine nel momento in cui la si osserva. Basta pensare al numero incredibile di scatti con cui entriamo quotidianamente in contatto, dal modo in cui ce ne dimentichiamo nel giro di pochi istanti. Questa forma di fotografia è più preziosa, più artigianale e più vera. Ed è il mio modo di reagire all'impressione che questa forma d'arte sia sempre più sottovalutata."

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